Come essere persone nel mondo: intervista ai Black Beat Movement Intervista

Tutte le foto sono di Jaime WalfischTutte le foto sono di Jaime Walfisch
10/04/2018 di

I Black Beat Movement saranno tra i protagonisti del prossimo MI AMI Festival e con il loro album "Radio Mantra" promettono già di farci sudare tantissimo. Ricco di featuring di pregio, portatore di un messaggio di unità e sogni che scorrono tra le varie sfumature della black music, "Radio Mantra" è uno di quegli album che scavando sotto la superficie lascerà un segno a lungo termine. Ne abbiamo parlato con loro. (Non perdeteveli, le prevendite sono disponibili qui)

“Radio Mantra”, il titolo del vostro quarto album, amplifica la propria storia come un mantra da ripetersi tutte le mattine, come il programma radiofonico preferito: da quali propositi è nato il nuovo album?
"Radio Mantra" ha preso forma lentamente in un periodo di forte disequilibrio. Siamo entrati per la prima volta in studio a dicembre 2016 ma ci siamo subito resi conto che non era il momento giusto, le idee erano ancora confuse e che dovevamo aspettare. Ed è stato un bene fermarci perché sono successe una serie di cose che hanno 'congelato' il nostro flusso creativo e ci hanno scaraventato nella vita reale.
Improvvisamente la spinta di chi si dedica maggiormente al progetto ha dato uno scossone a tutti quanti e ci siamo riattivati dando vita a tredici brani in pochissimo tempo e consegnando il master dell'album poche settimane prima della pubblicazione (eravamo tutti in ansia per le tempistiche ma ci siamo riusciti). Pazzi! 
È un disco nato dall'esigenza di ritrovare la concentrazione e il focus su noi stessi come band e come persone nel mondo.

Praticamente da sempre suonate black music, un genere che non è proprio tra i più popolari in Italia: da dove nasce questa vostra passione?
Ognuno di noi ha seguito un suo percorso che lo ha portato, presto o tardi, ad approfondire il vastissimo mondo musicale afroamericano, chi partendo dall’hip hop, chi dal jazz, chi dal soul. Sappiamo bene che ciò che facciamo fa parte di una nicchia, ma è anche vero che in sei anni abbiamo visto crescere l’attenzione per questo tipo di vibrazioni in maniera esponenziale.

Il video del vostro primo singolo, “Red Rocks” diretto fa Erika Errante, è stato girato in una fabbrica/officina mentre la canzone parla di chi, nonostante tutto, non abbandona i propri sogni: c'è una voluta dicotomia tra la fabbrica, la dimensione della triste realtà, e quella dei desideri, la dimensioni dei sogni?
Per il video di Red Rocks abbiamo voluto giocare con le diverse dimensioni della vita, la realtà e l’immaginazione; la fabbrica è la vita reale (non triste, anzi!), non per forza in contrasto con il mondo dell’immaginazione, le due parti son fondamentali e nessuna esclude l’altra, semmai la integra e le dà vita e colore.

Questo disco è fatto anche di collaborazioni illustri di cui noi siamo molto curiosi: ad esempio come è nata il featuring con Ghemon, che tra l’altro ha scritto direttamente una parte del testo di “Edera”, la prima vostra canzone in italiano. È stato difficile per voi approcciarvi all'italiano?
Per noi è il primo esperimento in italiano e siamo soddisfatti del risultato ottenuto. Abbiamo rotto il ghiaccio e sarà più semplice provare ad esplorare questo nuovo mondo in futuro.
Con Ghemon si parlava di una collaborazione insieme già da un po'. C'è stato modo più volte di confrontarsi sulla black music e sulla scena che si sta sviluppando in Italia. Condividendo gli stessi gusti musicali possiamo dire che questo feat. sia stato un po' come una dichiarazione di stima reciproca.

E invece per la collaborazione con i Technoir? Sono una band che noi seguiamo moltissimo. Cosa vi piace di loro?
Loro sono uno dei progetti più interessanti di electro/future soul che abbiamo nel nostro paese. Sono super all'avanguardia e da entrambe le parti c'è una forte intesa e un profondo rispetto sia dal punto di vista artistico che umano.

Secondo voi qual è la miglior qualità come uomo e come artista di Roy Paci, che suona la tromba in “Lagoon”?
Roy è un artista incredibile e siamo stati veramente onorati di collaborare con lui. È stato capace di crearsi una carriera nazionale e internazionale di altissimo livello portando il suo messaggio di multiculturalità e condivisione in tutto il mondo. Il suo suono è inconfondibile. Averlo ospite nel nostro disco è una vera emozione!

Siete soliti suonare su palchi di mezzo mondo, dividendoli con nomi internazionali del calibro di De La Soul, Alpha Blondy e Hiatus Kaiyote: quali sono le differenze più grandi che avete ravvisato tra suonare in Italia e suonare all’estero?
All'estero la gente non ti conosce ma è curiosa e attenta a quello che fai anche se il tuo nome è scritto in minuscolo in fondo alla lista. In Italia se non sei mainstream la gente mediamente (perché è sbagliato generalizzare) pensa che fai musica per gioco!

A proposito di Italia, quali sono i gruppi o i cantanti che seguite maggiormente?
In Italia c’è un sacco di gente che fa cose incredibili e interessantissime. Potremmo citare molti progetti di valore, ma sarebbe lunghissimo... Se passate al Black Beat Movement Pic Nic, una maratona musicale di dodici ore che organizziamo da quattro anni nel mese di giugno a Castelletto Music Garden (Settimo Milanese), potete trovare un sacco di realtà valide e scoprire band veramente pazzesche!

Sabato 26 maggio al MI AMI FESTIVAL: avete già in mente uno show speciale appositamente “per noi”? Magari con qualche featuring speciale e sopresona?
Essendo la nostra prima volta al MI AMI FESTIVAL proporremo qualcosa di molto speciale.
Non ce la sentiamo di sbilanciarci sulle sorpresone o featuring ma quasi sicuramente verremo con la nostra formazione allargata che comprende tre elementi in più (percussioni, tromba e cori) nell'organico della band.
Preparatevi a sudare!

Tag: mi ami intervista

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