Late night with Bob Rifo Intervista

Sir Cornelius Rifo - Giusto per darvi un'idea: un milione e duecento like su facebook (un decimo dei Daft Punk), è da 7 anni è che è in tour mondiale e vive in albergo (in Italia passerà solo per una data, a Milano l'11 novembre), ha un creato un social network tutto suo (The Real Church Of Noise), per non parlare dei sSir Cornelius Rifo - Giusto per darvi un'idea: un milione e duecento like su facebook (un decimo dei Daft Punk), è da 7 anni è che è in tour mondiale e vive in albergo (in Italia passerà solo per una data, a Milano l'11 novembre), ha un creato un social network tutto suo (The Real Church Of Noise), per non parlare dei s
23/09/2013 di Sandro Giorello e Francesco Fusaro

Giusto per darvi un'idea: un milione e duecento like su facebook (un decimo dei Daft Punk), da 7 anni è in tour mondiale e vive in albergo (in Italia passerà solo per una data, a Milano l'11 novembre), ha creato un social network tutto suo (The Real Church Of Noise), per non parlare dei super ospiti nel nuovo album (Paul McCartney, Tommy Lee, Peter Frampton, Penny Rimbaud). L'accento è ancora quello di Bassano del Grappa. Una lunga intervista dove ci racconta cose tipo "la vita di Bob nel mondo", "la creazione dell'anima" ma anche, concretamente cos'è il music business oggi e perché lui è ancora qui a parlarne mentre tutti gli altri - ve la ricordate la fidget? - si sono già estinti.

Sei uno che l'ha vista lunga. Partiamo da una domanda facile, tipo: qual è il segreto del tuo successo?
Non so cosa sia avere la vista lunga. Sai cos'ho fatto? Molto semplicemente, ho utilizzato un trend per poi iniziare a fare la musica che volevo. Quindi: la startup dei Bloody Beetroots mi è servita per poi argomentare quella che io chiamo “la mia vita in musica”. Ho sfruttato un'onda che stava crescendo, ho fatto il bravo, ho fatto i pezzi club che mi servivano, per poi venire fuori con quest'album, “Hide”, che mi ha permesso di aprire la mia testa come musicista e passare dal club ad altri generi. Ci sono riuscito attraverso un'esperienza sociologica molto vasta, incontrando personaggi diversi e trovando nuove influenze.

Sei tu che hai scelto i Bloody Beetroots o loro hanno scelto te? Nel senso: dalla prima metà del 2000 hai seguito ogni tipo di progetto - le collaborazioni con la scena house veneziana, le band indie rock, e colonne sonore, ecc ecc - Bloody Beetroots è semplicemente quello che ha funzionato meglio o l'avevi capito fin da subito che era il cavallo su cui puntare?
Ho capito che Bloody Beetroots poteva essere la colla di tante cose e quindi l'ho scelto come minimo comune denominatore per tutta la mia visione della musica. Ed è questo il significato di “Hide”, per questo lo vedi così ampio a livello di generi musicali. Ci sono un sacco di contraddizioni all'interno di “Hide” ma è la vita, e noi non dovremmo nascondere le nostre contraddizioni. Quando ascolti l'album cominci a capire che cos'è la vita di Bob, com'è Bob nel mondo e a che persone si rivolge.

Portando la questione più terra-terra, dicesi “la vita di Bob nel mondo”?
Vuol dire che io vado a comunicare con un settantenne come Penny Rimbaud, però voglio anche comunicare con Junior. Quindi la mia fascia di pensiero, la fascia demografica di persone che voglio coinvolgere è quella dai 13 agli 80. Sì, è pretenzioso, ma ho bisogno di comunicare, magari non ci riuscirò a prendere i settantenni, magari ci riuscirò con il prossimo disco.

Metti insieme il punk e Penny Rimbaud con la dance da classifica. Più di una persona ti darebbe del paraculo.
Capisco cosa intendi. Il primo disco era molto club-oriented, molto aggressivo e se usavo la parola punk la potevi associare alla musica. Ora punk vuol dire, per me, esprimere me stesso in toto, non è più una questione di genere musicale. “Hide” non è disco club, forse c'è solo una traccia che potrebbe essere suonata da un dj, “Reactivated”, e comunque non mancano la ruggine e le tracce potenti, prendi “The source” o “Spank.

Non sono certo un oltranzista che si arrabbia perché porti uno come Rimbaud – per molti guru del DIY – su etichetta Sony. Figurati. Visto il personaggio e le uscite che ha fatto altrove, direi pure che ci sta. Mi interessa molto di più come una band crei il suo immaginario di riferimento: “Romborama” è stato un bello scossone. Tutto – dal suono fino all'illustrazione in copertina - mirava ad essere fastidioso, l'effetto finale era violento. In “Hide” invece passi da cose iper-cattive alla dance-pop americana da college. Mi domando solo se questa varietà ti faccia perdere punti-violenza e se la tua immagine diventi via via meno efficace.
Dici? Semplicemente ho messo insieme cosa ho raccolto a livello umano negli ultimi quattro anni. Infatti non ho cercato dei nomi hype per far brillare questo disco ma sono andato alla ricerca di nomi che sono stati, probabilmente, le mie maggiori influenze musicali. Anziché citare la fonte l'ho portata di persona nel disco. Che poi sia venuto fuori un album privo di un genere musicale definito non saprei, ma rappresenta bene le mie esperienze di quest'ultimo periodo.

Mi spieghi come funziona, come si fa ad avere Paul McCartney nel proprio disco?
Funziona che ti trovi in studio con un amico comune, e l'amico comune in questione era Youth dei Killing Joke con cui io avevo prodotto il brano “Church of noise”. Youth mi chiese se stavo cercando qualche new features e ho detto: Paul McCartney e Penny Rimbaud. Mi consegnò una canzone di The Fireman (il progetto più vicino all'elettronica di McCartney e Youth, NdR) “Nothing too much but out of sight”, e io cominciai a giocarci. Se conosci i Bloody Beetroots sai che io distruggo completamente il materiale sonoro che mi viene dato e ricreo qualcosa di nuovo, lì mi spinsi oltre: ridisegnai l'armonia, le melodie, riregistrai tutti gli strumenti naturali, ho giusto tenuto cassa e rullante del groove principale.



Suoni sempre tutto tu?
Si. A Youth piacque, a Paul ancora di più. A quel punto gli chiesi di registrare anche la voce, ormai era una canzone nuova. Paul mi invitò nel suo studio, passammo la giornata insieme e uscì fuori “Out of sight”.

La tua è la scelta opposta del classico producer che quando fa l'album cerca di prendere i nomi più importanti del momento e li impacchetta insieme. Qui c'è una mentalità diversa, da band diciamo, di chi punta su strumenti suonati. Per dire, quell'accordo di piano dopo il break in “Spank", lì io ci ho sentito i DB Boulevard...
...anche Derrick May.

Certo, e lo faccio notare perchè penso che questo tipo di mentalità possa prolungare il destino di un progetto. Per dire, i vari nomi “noti” del periodo in cui uscì “Romborama” ora sono spariti. Sound of Stereo, Toxic Avenger, MSTRKRFT, stiamo parlando di una scena, chiamiamola fidget, che si è praticamente affossata. 
Sì, alcuni sono spariti...

...sono spariti, altri hanno cambiato suono, vedi i due Crookers, anche giustamente: non è che si è obbligati a rimanere attaccati sempre allo stesso suono.
Sì, assolutamente.

Oppure prendi tutti quelli che si sono cimentati con il dubstep e sono morti poco dopo.
Sì, è vero.

Ma in “Hide” si sente ancora il suono Beetroots, qual è la ricetta?
Non ti dimenticare da dove sono partito. Sai, quella ruggine io non ho mai voluto dimenticarla e quella ruggine l'ho tenuta. Io ho voluto però parlare di musica, ne sentivo la necessità proprio perché questa scena è diventata obsoleta. Ed era obsoleta perché tutte le persone si ripetevano, perché non si parlava più di musica, ai dj interessava solo fare successo e diventare il nome del momento. Tutto il resto veniva accantonato, intendo quelle cose veramente legate alla musica e funzionali alla creazione dell'anima, capisci?

Sempre per essere concreti: “creazione dell'anima”?
Significa avere un incontro con Penny ed emozionarsi. Vuol dire entrare in studio con un'intera orchestra: quella di "The Furious" è veramente un'orchestra, è stata la mia prima esperienza del genere. Quando la mia etichetta ha sentito l'idea credeva fossi impazzito: registrare un'intera orchestra per poi chiudersi in un box e rimanipolare tutto distruggendola con un groove che fosse completamente fuori di testa. Oppure un'altra follia come “Volevo un Gatto Nero”, sono esperimenti che ho voluto inserire per forza, per risentire la musica in me e spingermi oltre. Vuol dire cercare di convincere Peter Frampton a sentire i miei pezzi fino a quando non ha capito che avevamo la stessa passione per la musica e che si poteva collaborare insieme. Capisci?

Ok, l'anima l'abbiamo spiegata. Basta per diventare una star mondiale?
Ah, non lo scegli tu... Non è una cosa studiata a tavolino.

Dai, da imprenditore veneto quale sei non mi puoi dire che è stato tutto caso. Immagino ci sia un lavoro importante dietro.
Si ma, ripeto, non lo scegli tu. Io posso essere un imprenditore e dirti ok, il business deve direzionarsi in quel modo lì, cerchiamo di fare le cose fatte bene, cerchiamo di avere un'economia che abbia un senso, cerchiamo di evolverci. Io mi evolvo, mi evolvo con il tempo e forse questo è il successo di qualsiasi progetto. Ogni sei mesi ho cercato qualcosa di nuovo: The Bloody Beetroots Death Crew, poi Church Of Noise con Dany Lyxzén, poi ritornare ai dj set, ora arriva un nuovo The Bloody Beetroots Live che è tutto diverso. C'è un'evoluzione continua ma non è una cosa studiata a tavolino, è un'evoluzione della vita capisci?

Capisco. Ho insistito perché nelle interviste si arriva spesso alle parole “studiata a tavolino”, e solitamente compaiono come difesa per dire che no, non c'è stato nulla di premeditato, come se tutto fosse avvenuto per vera ispirazione, e soprattutto, come se ci si sentisse in colpa di far parte del music business. Ora, questa poca consapevolezza delle band – soprattutto italiane - che la musica sia un lavoro, e aggiunto a quel senso di colpa di sporcarsi le mani con tutto quello che va al di fuori dalla pura creazione artistica, ecco, credo costringa le band a rimanere in sostanza piccole...
Guarda, ti spiego...

...ma mi hai già risposto con l'idea di evoluzione, dobbiamo parlare anche d'altro.
No, vorrei approfondire... Quando cambi frequentemente e crei un progetto nuovo ogni tot mesi, capisci che attorno a te anche la demografia è cambiata. È facile da capire: ci sono sempre nuove generazioni di ascoltatori e magari questi si interessano a te, e magari ti chiamano per la colonna sonora di un videogame perché sei andato a beccare un certo tipo di pubblico. Man mano che ti evolvi incominci ad allargare la tua fascia di pubblico, e questa si allarga, si allarga, si allarga, fino a diventare un fiume di gente. Però questa non è nient'altro che l'evoluzione naturale di un musicista che vive nel mondo. Se vogliamo parlare di business invece ti dico: cerchiamo di essere determinati, di non perdere soldi, di fare le cose a passi molto piccoli, senza esagerare con le produzioni, senza mai fare (lunga pausa, NdA) gli stronzi.

Hai fatto sciogliere la mia band preferita...
(Ride, NdA) Ah sì?

Gli Zu, e per questo ti vorrò per sempre male. Come hai fatto a convincere Jacopo a uscire dal gruppo?
Non ho convinto nessuno. Secondo me per gli Zu era un periodo in cui... è meglio se te la racconta lui. Tieni presente che Jacopo non fa parte dei Bloody Beetroots ma solo del live. È un componente che ha scelto di mascherarsi e di suonare all'interno di questo spettacolo, ed è una persona così aperta mentalmente che era perfetta per suonare in un progetto così pazzo a livello di strutture, di cambi ritmici e di improvvisazioni. La storia degli Zu io non la so ma penso che, sai, arriva un momento nella vita di un artista in cui c'è voglia di cambiare, di fare qualcosa di nuovo.



Rimanendo in ambito di punk, mi spieghi la filosofia di "Church of Noise", il brano-manifesto scritto insime a Dany Lyxzén dei Refused da cui è nato il tuo social network personale?
Sì, io e Lyxzén abbiamo fatto quella canzone e quella canzone è stata il drive per portare poi le persone a una community. Era un manifesto. Il manifesto poi è diventato realtà. La filosofia del progetto è: ci sono molte persone che criticano il sistema e sono lì con il dito puntato. La rivoluzione non funziona più in quel modo lì. La rivoluzione funziona nel conoscere esattamente come funziona il sistema e prendere le cose belle del sistema per trasformarle in qualcosa che si chiama arte, cultura underground. Real Church of Noise è la piattaforma Little Monster di Lady Gaga che io ho devastato e portato ad una roba completamente underground.

Mi sono perso il link con Lady Gaga, scusami.
Io stavo cercando la piattaforma ideale che potesse aggregare il mio pubblico. Dopo varie ricerche ho scoperto Backplane, che è attualmente la società di Troy, il manager di Lady Gaga, e possiede questa piattaforma chiamata Little Monsters. Io ho voluto utilizzarla, ho preso la tecnologia e gli algoritmi di quella community e l'ho fatta diventare The Real Church of Noise. Quindi: capire il sistema, prenderne il buono e portarlo in contesti diversi.

Perché, Lady Gaga è il male secondo te?
No, però non mi appartiene come visione. Penso che sia un'artista che ha bruciato tante tappe a livello di immaginario.

A me piace. Se prendi le strutture delle canzoni, sono tutt'altro che banali.
Assolutamente, vorrei ben vedere, ha avuto tutti i migliori produttori del mondo. Hai un team alle spalle micidiale, Interscope è una macchina da guerra se parliamo di music business.

(Foto di Adri Law)


Trasferirti in America è stato un passaggio obbligato per arrivare dove sei ora?
In realtà non mi sono trasferito da nessuna parte, passo molto tempo a Los Angeles, sta diventando la mia prima città, però non posso dire che mi ci sono trasferito. Non vivo da nessuna parte da sette anni ormai. Sono sempre, costantemente, in tour. Non ho capito la domanda però.

Sai, il discorso che se America chiama, il mondo risponde e nel frattempo l'Europa rimane sempre chiusa nei suoi confini. L'esempio classico degli inglesi che avevano Burial, Skream e Caspa, e nonostante questo il dubstep rimaneva un genere di nicchia; arriva Skrillex, l'americano, e con un ep trasforma tutto in mainstream.
Eh, Skrillex ha una storia diversa alle spalle, Skrillex veniva fuori da un contratto con l'Atlantic che è stato poi rimodellato a nome Skrillex. Non è una questione di ep o album, aveva una potenza di fuoco di marketing tale che non serviva nient'altro. L'America funziona così, quando il business americano arriva copre tutto e mangia tutto. È sicuramente un paese interessante, c'è tanto lavoro perché si investe molto nel music sync, te lo accennavo prima, ed è quello il vero modo per fare i soldi con la musica. Quindi se voglio fare business devo lavorare con i music supervisors, cerco di capire in che film potrebbe stare bene un mio pezzo, o in che videogioco. Al momento in "Saint Row 4", ci sono due pezzi, “The Source” e il remix che ho fatto per Congorock, “Ivory”.

Quante persone lavorano per te oggi?
Ora siamo tanti, se consideriamo le agenzie, le etichette coinvolte, saremo più di quarantacinque-cinquanta persone. Il mio team per il live si compone di dodici persone incluso me. E poi c'è il mio management: tre persone più una pr.

E di che nazionalità sono?
Allora, la mia crew è per metà australiana, ho qualche londinese, qualche italiano. Al momento il mio manager è italiano mentre la mia pr è australiana.

Sei molto popolare in Australia.
È un paese molto, molto, ricettivo e pronto ad assorbire nuovi generi. Probabilmente è la prima nazione dove io ho messo radici musicali, sono esploso prima in Australia e poi nel resto del mondo.

Toglimi una curiosità, con la Marvel non hai mai avuto problemi per la maschera di Venom?
No, la maschera è comunque differente, gli occhi sono differenti, sono più grandi, il tessuto è diverso, il colore è diverso.

Mi dici i tre supervillain della musica elettronica: i più cattivi in assoluto, per dire, io metterei Rustie, Shackleton e Blawan. Tu?
No, guarda, non te ne dico neanche uno, ti dico solo un nome, ed il nome che stato più sottovalutato di tutti in questi anni: Jackson & His Computer Band. Lui ha avuto il merito di far partire nel 2005 tutta quella rivoluzione del suono, molto prima dei Justice.

Mi ricordo il disco su Warp. Per rivoluzione intendi il copia&incolla estremo di elettrofunk e robe anni 80?
Esatto, tu ascoltati l'album “Smash”, 2005, e capisci quanto Justice e quanto Erol Alkan abbiano preso da lui per muovere poi tutta la rivoluzione nu-rave. Questo, secondo me, è il focus di questa intervista, tutto quello che abbiamo detto oggi va dedicato a Jackson (sorride, NdA).

Bene. Ci salutiamo. Ora torni a Los Angeles?
Parto domani, sto seguendo un corso di public speaking e domani ho lezione. Serve per imparare a fare stand up comedy, hai presente? Sai, con Theophilus London, stiamo provando a metter in piedi i Bloody Beetroots acustici.

Quindi dobbiamo aspettarci un programma in Tv tutto tuo, Late Night with Bob Rifo?
(Ride, NdA) Magari.
 

[ASCOLTA IL DISCO]

Tag: dance

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