Bluvertigo - Siamo sempre fuori dal tempo Intervista

Ennesima reunion live dei Bluvertigo, che tornano in tour partendo dalla data del 17 luglio al Carroponte di Sesto San Giovanni (MI). L'occasione è giusta per rievocare un po’ di storia e sfruculiare nelle pieghe dei rapporti interni della band nell’anno domini 2014. Rispondono Andy e Sergio CarnevaEnnesima reunion live dei Bluvertigo, che tornano in tour partendo dalla data del 17 luglio al Carroponte di Sesto San Giovanni (MI). L'occasione è giusta per rievocare un po’ di storia e sfruculiare nelle pieghe dei rapporti interni della band nell’anno domini 2014. Rispondono Andy e Sergio Carneva
14/07/2014 di

Imperdibile reunion live dei Bluvertigo, che tornano in tour partendo dalla data del 17 luglio al Carroponte di Sesto San Giovanni (MI). L'occasione è giusta per rievocare un po’ di storia e sfruculiare nelle pieghe dei rapporti interni della band nell’anno domini 2014. Rispondono Andy e Sergio Carnevale, ripercorrono le storie pre e post Bluvertigo, i ricordi belli e anche quelli meno piacevoli. L'intervista di Renzo Stefanel.

Che titolo diamo al racconto delle reunion dei Bluvertigo? “Perdersi per poi ritrovarsi” oppure “La storia infinita”?
Andy: Non è né una storia infinita né un perdersi per ritrovarsi: è una coincidenza. “Ritrovarsi per coincidenza” è il titolo esatto. A causa della morte di Thomas Balsamini del Velvet ci siamo ritrovati a festeggiare il suo compleanno il 4 di aprile e da lì ci sono stati un ottimo feedback e una grande richiesta, così abbiamo deciso di portare avanti questa coincidenza per qualche data.
Sergio: Potrebbe starci anche “La storia infinita”, perché si dice “questo tour è l’ultimo” e poi non lo è mai.

Com’è ritrovarsi assieme per un minitour dopo tutti questi anni?
A: È piacevole. Bene o male, invecchiando, ti trovi più presente, almeno nel mio caso, rispetto a quanto lo eri da giovane. Questo sviluppo tecnologico ti permette, se ne fai buon uso, di avere più padronanza di quello che devi portare in scena. Quindi è un modo bello di ritrovarsi dopo anni, comunque con lo stesso palinsesto. Lo trovo molto interessante.
S: Sì, è piacevole e poi devo dire la cosa bizzarra è che al Velvet non siamo riusciti neanche a provare. Tu dirai: “Ma sì, siete bravi!”. Però son passati sette anni! Diventa difficile, ma molto stimolante: è veramente rock’n’roll, e questo è un valore aggiunto, una cosa che altre band non fanno e non faranno mai con il locale strapieno di gente che poi era venuta dalla Sicilia, dalla Puglia, da tutta Italia! Da lì abbiamo detto: “Perché non mettere in piedi altre quattro o cinque date sull’estivo, anche se non abbiamo un disco fuori e non stiamo facendo niente? Lo facciamo per noi”. Il bello di questa situazione sarà l’imprevedibile.

Tornerei un po’ alle origini, per dare anche ai nostri utenti qualche notizia sul periodo meno conosciuto dei Bluvertigo. Andy, la prima formazione in cui tu e Morgan suonaste insieme furono i Lizard Mixture.
A: Nel primo concerto dei Lizard Mixture io facevo il ballerino di break dance. Poi, piano piano, ho cominciato a lavorare con Morgan al progetto che si è trasformato in Smoking Cocks e quindi in Golden Age. Il nome veniva fuori dai versi di “New Moon On Monday” dei Duran Duran.

Con i Golden Age avete realizzato un disco, “Chains”.
A: Sì, con la Polygram dei bei tempi, dei superbudget, che ti permettevano di andare in studio con dei turnisti internazionali: c’erano Manny Elias, batterista dei Tears for Fears, e Phil Spalding, bassista già con Mike Oldfield e con Seal. Eravamo molto emozionati. Avevamo 18 anni.



Quindi era leggenda quella secondo cui la loro presenza sarebbe stata pagata dai genitori di qualcuno.
A: Ma no, non ci sono mai stati genitori ricchi, dalle nostre parti: era la Polygram che ha cacciato un sacco di soldi.

Nonostante fosse il 1989, eravate già nostalgici e volutamente retrò.
A: Siamo usciti con quei sei anni di ritardo.

Wikipedia parla di insuccesso, ma invece mi ricordo che il video e il singolo “Secret Love” girarono discretamente.
A: Sì, ma i parametri erano completamente differenti: se oggi fai 10.000 copie, sei primo in classifica; allora dopo due mesi finivi nel cassetto e così è stato per noi. Abbiamo reinventato tutto da capo: è iniziata la bellissima epoca del pianobar, con me e Morgan, che se la suonava e cantava. Facevamo anche “Bohemian Rhapsody” a due voci. Intanto si parlava della nuova band, arrivava Pancaldi, si elaborava “Acidi e basi” che è stato il primo disco dei Bluvertigo.

Che è stato preceduto dal demo “Note del poeta fingitore”.
A: Quella era un’idea di Marco per un suo album solista, che però non ha incontrato il gusto dei discografici e non ha trovato un produttore. Così è diventato il primo demo in musicassetta dei Bluvertigo: c’erano delle canzoni che sono finte in album successivi.

Anche Morgan l’anno scorso vi aveva attinto, con “Sonno sonno”…
A: Eh, certo: si raschia il fondo del barile… Però era un bel pezzo, “Sonno sonno”, molto pinkfloydiano.

Il titolo “Note del poeta fingitore” si riferisce al poeta portoghese Fernando Pessoa, che aveva appunto la caratteristica di crearsi altre identità, pubblicando opere sotto vari pseudonimi. Nei credits del demo, infatti, Pancaldi veniva definito “il Brian Eno della Brianza” e Morgan “il David Bowie di Triante”. L’unico che non aveva un alter ego eri tu.
A: Mah, anche perché io ero un personaggio di contorno, quello che curava gli effetti, i filtri: non facevo parte integrante della band, anche perché sono il meno musicista di tutti. Ero quello delle idee strane, del suonino, che procurava la registrazione di Ruggero Orlando che commenta il fatto che non si va più sulla luna perché l’Apollo 13 aveva perso due bombole di ossigeno. Magari non meritavo un termine, un paragone.

Però, visto che eri tu che portavi i suonini strani, mi sa che eri tu il Brian Eno della situazione…
A: Eh, ma Brian Eno ha sempre avuto una consapevolezza e una competenza tecnica molto diverse dalla mia. E poi non ho mai amato avere soprannomi altisonanti addosso. Rimango profondamente ignorante. Invecchiando la curiosità aumenta sempre di più.



Nello stesso periodo tu, Sergio, eri in un’altra band, ma conoscevi già i futuri Bluvertigo.
S: Io e Andy siamo cresciuti insieme: abbiamo fatto la scuola d’arte a Monza, ci si vedeva a 17 anni al parchetto per giocare a freesbee, io avevo una band, lui e Marco un altro progetto, ognuno faceva sentire agli altri le proprie cose e ci si scambiava opinioni. La mia prima band sono stati i Memorabilia, di Nova Milanese: mio fratello (che poi ho tirato in mezzo in altre situazioni con i Bluvertigo) era il bassista e lavorava alla Ricordi di Monza insieme al batterista dei primi Bluvertigo; il cantante viveva nel palazzo di fianco al mio, il chitarrista nella via parallela. Siam partiti che avevamo 15 anni. Nel 1992 è uscito il nostro unico disco per la Rti Music, con questo video girato ad Amsterdam durante la festa della Regina. Il nostro era un genere diverso, funky rock, ma la derivazione era la stessa. Considera che il primo disco che abbiamo comprato io e mio fratello, io 13 anni e lui 15, andando in vespetta, è stato “Oil On Canvas” dei Japan, per cui la nostra storia è sempre stata quella: sia con Marco che con Andy arriviamo veramente dalle stesse cose, David Bowie, Talking Heads...
Ci incontrammo anche a un concorso locale. Durante le prove stavo suonando il basso e quindi loro pensavano che fossi il bassista: in realtà avevo il basso di mio fratello che era sotto a sentire. Così, al soundcheck, suonammo “All That She Wants” dei Duran Duran, che loro facevano con la batteria elettronica. Al che gli ho detto: “No, no, aspetta”. E sono andato alla mia batteria. Da lì è scattato l’amore. Così, quando loro firmarono il contratto e andarono in studio per fare il loro primo album, “Acidi e basi”, siccome il batterista se ne era andato poco prima delle registrazioni, mi hanno detto: “Perché non vieni anche tu?”. Dato che in quel momento ero ancora nei Memorabilia se leggi i credits del primo disco c’è scritto “con Sergio Carnevale”, perché il contratto lo firmai poi. Per cui sono dentro dal primo disco, ma sono stato aggiunto col tempo, eravamo in giro in tournée, poi io mollai la band che avevo e le cose poi andarono come tutti sanno.
A: Non potevamo più essere legati soltanto alle macchine, drum machine e campionatori. Con Sergio siamo diventati una band.

All’epoca di “Acidi e basi” (1994) risale anche una grossa polemica con Red Ronnie, che pure vi aveva lanciato.
A: Io sono sempre stato un suo superfan e ne sono amicissimo. Era Morgan che ne parlava male ai concerti e poi anche quando siamo andati ospiti in trasmissione lui ha avuto da ridire. Però non so cosa dirti, perché sono cose che fa Morgan e che non faccio io. La polemica non aveva senso: Red Ronnie è sempre stato uno che, senza pregiudizi, ha intervistato dalla sconosciuta band di provincia a Yoko Ono e George Harrison. Ci sono sempre andato molto d’accordo ed è un personaggio che ci ha dato, nonostante le polemiche, la possibilità di esporci, ospitandoci al Roxy Bar.

Intanto sulla copertina di “Acidi e basi” ci sei tu. Che sfoggi il lavoro del tuo dentista.
A: È una foto di Robert Gligorov, uno tra i miei artisti contemporanei preferiti: è la mia bocca leggermente ritoccata. Siamo sempre stati attratti da chi ha delle meticolose conoscenze e competenze tecniche. Quindi abbiamo cercato di sperimentare al massimo. E abbiamo trovato come produttore, grazie al cielo, Mauro Paoluzzi (tra le altre cose, l’autore di “America” della Nannini, ndR), che ci ha procurato un appuntamento con Gligorov, investendo su di noi: “Non me ne frega niente se non si vende. Almeno facciamo qualcosa di strano, di diverso dal solito”. La copertina è una citazione di quella del primo disco dei King Crimson, ma è stata una casualità che la bocca fosse la mia: ero lì, mi hanno la foto ed ha funzionato. Io ho fatto il logo più che altro. Era una mia idea.

Qual era il metodo di lavoro dei Bluvertigo per la composizione dei brani?
A: Fin dai primi tempi, c’era un Morgan travolgente, chiuso al Mauro Bellucci Studio, che era la sua taverna; anche in seguito tutto è sempre stato incentrato sul lavoro di Morgan che veniva portato in studio.
S: Arrivavano le proposte, i pezzi che Marco faceva, che provinava sotto casa all’epoca con la batteria elettronica, con arrangiamenti molto scarni tanto per buttare giù idee. Ma noi non siamo stati mai una band da sala prove. Siamo sempre stati un gruppo da studio: all’epoca ce lo si poteva permettere, visti i budget che giravano. C’abbiamo messo un mese e mezzo a fare “Acidi e basi”, ma potevamo stare tre ore sul suono del charleston per poi dire: “Ok no, non facciamo niente”. È stato un metodo di lavoro molto interessante: abbiamo fatto un sacco di sperimentazione.
A: Abbiamo avuto la possibilità di lavorare con gente molto competente: “Acidi e basi” è stato mixato da Maurizio Camagna, che aveva alle spalle “Le nuvole” di De André, un lavoro molto più importante. Mettevamo le voci distorte e una serie di cose che ai discografici facevano venire i brufoli per la paura di non vendere. Studiavamo come realizzavano i loro album i Roxy Music o i Duran Duran. In quel periodo, poi, era uscito "The Downward Spiral" dei Nine Inch Nails che ci ha cambiato la vita, proprio a livello di trattamento, di suoni, di estremizzazioni delle distorsioni.
Per noi era una magia andare da Mauro Pagani nel suo studio pieno di ampli e testarglielo: vedendo le strumentazioni vintage, i vecchi microfoni, abbiamo voluto provare tutte le possibilità, a volte in maniera caotica. Si sono anche perse delle cose a mio parere molto belle, che non sono state confezionate e messe in vendita. Le voci di “Cieli neri” sono passate in un Leslie, che è il ventolone dell'Hammond. “Iodio” comincia in dual mono, come si faceva un tempo, panpottando la batteria da una parte e dall’altra, per cui nelle radio andavano in crisi quando cominciava “Iodio”: “Oh, mamma, cosa succede?”.
S: Anche in “Cieli neri” c’è anche questo dual mono che fa il verso ai Beatles, che fa left e right: senti la batteria elettronica da una parte e quella vera dall’altra. Erano le cose che prendevamo dai dischi che ci piacevano, dalle situazioni che per noi erano un po’ legge.



“Cieli neri” è un esempio del rapporto particolare dei Bluvertigo coi loro modelli. Oltre al metodo di lavoro, agli omaggi nelle copertine e alle cover, qui c’è la ripresa di materiale altrui… Ci sono gli accordi uguali precisi di “Orpheus” di David Sylvian
S: E i King Crimson.
A: Certo. Ci interessava prendere la melodia da "I Talk To The Wind" dei King Crimson e buttarla tra gli accordi di “Orpheus” con le parole di Morgan e quindi fare “Cieli Neri”. Bowie dice di trattare i generi musicali come una tavolozza di colori: poi il quadro lo fai tu. Ci è sempre piaciuto molto passare di palo in frasca: “Metallo non metallo”, che a mio parere è il disco più a fuoco di quell'epoca travolgente della nostra vita, passava da “Oggi hai parlato troppo”, con i tempi dispari e un approccio vicino a quello dei Primus, ad “Altre forme di vita” dove riecheggiano i New Order. C'è una pagina molto interessante di un libro che a me ha dato tanto, "Futuri impensabili - i diari di Brian Eno", in cui lui nel ’94 ipotizzava il futuro della musica come dei pacchetti di musica già fatta, tra cui la gente avrebbe potuto scegliere tra l'etnico, l'elettro house, il folk o l’hip hop e comporre le proprie canzoni con arrangiamenti già fatti. Questa cosa si è realizzata nel corso del tempo, ma allora era assolutamente impossibile.

Perché nel 2001 avete deciso di “congelarvi”?
A: È stata una decisione di Morgan: stava già lavorando al suo disco solista, ma non è che ce l'abbia fatto sapere. E da lì ci siamo trovati un po' a piedi, senza preavviso. Era un periodo in cui le energie erano abbastanza esaurite, però è partito da lui. Ma io l'ho saputo quando era già a tre quarti del disco solista, per cui è stata una sorpresa a cui ci siamo dovuti adeguare.
S: La scelta di congelare i Bluvertigo è stata di Marco, perché voleva fare il suo disco. È abbastanza noto che il suo ego è abbastanza grande: la voglia di fare qualcosa di suo, completamente diverso, l’aveva probabilmente già nel cassetto e voleva fare questa esperienza. Per cui a un certo punto lui ha deciso di fare questa cosa e abbiamo detto: “Ok, fermiamoci con i Bluvertigo”. Lo spunto di Marco fu un po’ la storia d’amore che aveva con Asia, le cose che andavano e non andavano: infatti i testi di “Canzoni dell’appartamento” parlano molto di questo. Per me, che l’ho seguito, era una situazione in cui fare un lavoro diverso: non c’era più una band di quattro persone, c’era un produttore in studio… Arrivavamo dai Bluvertigo dove c’era parecchia elettronica, che significa essere legati a un click, per cui ci sono delle cose in cui devi essere quadrato perché c’è una base sotto, non puoi slegarti. La cosa bella dal punto di vista artistico fu che con Marco eravamo più liberi. Il click non c’era: anche dal vivo si partiva con un bpm che poi mollavo subito. C’erano accelerazioni e rallentamenti: era proprio un’espressione stilistica completamente differente che mi è servita moltissimo perché mi ha insegnato a suonare diversamente.
A: Su quello che è successo non c'è giudizio: invecchiando uno perde i giudizi. Vedo la realtà. Tu mi fai una domanda e ti dico non è stata una mia scelta: magari era il momento per staccare un attimo o magari era il tempo di raccogliere quello che avevamo seminato. Però non è stato così, poi la casa discografica stessa non ha certo investito sugli altri Bluvertigo, o sui Bluvertigo. Ha soltanto deviato l'attenzione investendo sui dischi suoi. D’altronde, un'azienda si occupa di denaro e non di musica. Non è la Cramps Records, non è la Mute, ma non c'è giudizio, davvero. Anzi, ringrazio la Sony perché al suo interno c'era Fabrizio Intra, che purtroppo non è più su questa terra, che ha cacciato un sacco di soldi per permetterci ad andare anche a Montreux a registrare “Zero”, e ci credeva da matti, lui voleva viverla proprio da multinazionale, un blasone all'estero, noi abbiamo ricevuto i complimenti da Paul Russell, che era il presidente al tempo di Sony Europe: non si convinceva che fossimo italiani. Ci ha creduto davvero, ci ha permesso di fare le cose, e quindi è assolutamente lodevole, oggi sarebbe praticamente impossibile. Devo ricordarti un altro nome fondamentale: Demetrio Sartorio, che ha permesso delle cose impossibili per i Bluvertigo.

Dal 2003 si parla del nuovo album dei Bluvertigo.
S: E chi ne sta parlando? (ride, ndR)

Eh be', ne avete parlato voi a più riprese. Nel 2008 avete dichiarato anche di aver lavorato a un nuovo pezzo: “Ossessione”.
S: Questo è vero, c’era un nuovo pezzo che poi non è mai stato finito ed è stato veramente un peccato, tant’è che ci siamo un po’ arresi. Ora ci stiamo ritrovando e stiamo iniziando a fare questi cinque concerti. Ti dico, mai dire mai, perché siamo talmente imprevedibili che niente si può dire. In questo momento non c’è niente in lavorazione e siamo tutti talmente abbastanza impegnati da non avere nemmeno il tempo.
A: Era un pezzo bellissimo. Non ce l'ho più, ho pure cancellato i miei patch.



Andy, tu a marzo hai rilasciato un’intervista in cui dicevi di non sopportare più il metodo di lavoro di Morgan: “Con i Bluvertigo la lavorazione di un album era un inferno, e io arrivavo alla fase di mixaggio finale che non avevo più voglia di sentire il disco. Morgan voleva avere tutto sotto controllo, ma non ci riusciva minimamente”. Devo dedurne: mai più insieme per i dischi, e solo per qualche live, allo stato attuale, insomma?
A: Non voglio sembrare il cagacazzo della situazione. Il senso è “astenersi perditempo”. Morgan non è capace di delegare nulla e poi le cose gli si annodano addosso. Io non ho voglia di perdere tempo: ci ho provato, ma, anche se fossi strapagato, non mi interesserebbe stare in studio per non concludere nulla. Se c’è da fare si fa, sennò fa niente. È più importante fare delle cose in cui credi, eventualmente.

Come mai i Fluon (il nuovo progetto di Andy, ndR) non aprono i concerti dei Bluvertigo?
A: Ci sto provando (ridacchia, ndR): mi piacerebbe da matti presentare cinque pezzi prima dei Bluvertigo. Sto spingendo con umiltà, quindi se ci sarà un clima buono ben volentieri; se qualche naso si storce dirò: “Va bene, grazie: fa niente”.

Il momento più bello di tutti questi anni di Bluvertigo.
A: Ce ne sono tantissimi di momenti fantastici, momenti pazzeschi, momenti preziosi, di vita, perché il gruppo è più di una famiglia: la fine delle registrazioni di “Metallo non metallo”; la prima volta al primo maggio, con “Iodio”; o quando David Richards (produttore di Queen, Bowie, Iggy Pop, Yes ai suoi Mountain Studios, ndR) a Montreux, completamente fuori di sé, ci ha fatto ascoltare il mix di “Zero” ad un volume così alto nel Neve, il suo banco, che ad un certo punto è venuta giù una lampada alogena. E lui fuorissimo si gira e dice: "Too much 20 Hertz". C’erano troppi bassi. È stato un momento pazzesco: c'era gente che scappava, io e Morgan siamo rimasti dentro ad un volume… ma più degli Einsturzende Neubauten: è stato miglior modo di ascoltare “Zero” nella mia vita (ride, ndR). È stato fortissimo, davvero.
S: Un’altra esperienza bella è stata l’apertura a David Bowie (il 15 luglio 2002 al Summer Festival di Lucca, ndR), perché è sempre stato un nostro mito. Dovevamo esserci noi, i Travis, David Bowie, ma il batterista dei Travis si fece male in piscina e così saltò il loro tour mondiale: quindi c’eravamo noi ad aprire per Bowie. Lo incontrammo dietro le quinte in maniera molto sfuggente, perché noi stavamo provando quando lui arrivò. Poi andò via subito dopo il concerto: doveva prendere un aereo da Nizza.
Un altro momento molto bello è stato quando abbiamo vinto gli MTV Europe Music Awards (come miglior gruppo emergente del Sud Europa, ndR). In qualche modo lì abbiamo messo un punto e abbiamo detto: “Ok, ora ci siamo e siamo una realtà a tutti gli effetti”. Ci è servito anche a livello discografico e comunque l’attenzione che è girata su di noi da lì in poi è stata ovviamente diversa.

Sembrava il la per varcare i confini, e invece poi…
A:
E dillo a me (ride, ndR)! L'ho sempre proposto ai Bluvertigo: certo, mi sarebbe piaciuto. Ripartire anche da zero con lo zaino eh, fare un po' di concerti.
S: Eh, questa cosa qua purtroppo è una croce che ci portiamo dietro. Adesso non voglio fare lo sborone, ma quello che penso è che davvero c’è stato un momento dove eravamo esportabili, non dico per arrivare nelle classifiche inglesi, ma sicuramente in tanti altri mercati europei e non. All’epoca pensavo anche al Giappone perché c’era un’immagine di un certo tipo: sembravamo a tratti anche forse una boy band, ma eravamo una rock band che suonava, per cui non è che facevamo i bellocci e basta, eravamo molto concettuali, c’erano i testi di un certo tipo, c’era comunque un modo di fare tutte le cose dalle interviste, ai video, era tutta una presa di posizione con una mira ben pensata, niente era lasciato al caso… ma purtroppo non siamo mai riusciti a essere esportati. Poi le cose sono andate come sono andate: Marco ha iniziato a fare il suo percorso da solista… È l’unico cruccio che mi porto.

Il momento più brutto di tutti questi anni di Bluvertigo.
A: Essere a Napoli con gli Elii che ti guardano accondiscendenti, Morgan non arriva e perdere il concerto. Al Neapolis del 2008. È arrivato qualche tempo dopo e abbiamo suonato dopo gli Elii per quattro o cinque pezzi.
S: Sì abbiam suonato però, sai, al momento ti incazzi e dici: “Cavolo c’è la gente che ci aspetta e tu non ti presenti…” Mi ero incazzato tantissimo quando lui come al solito arrivò, con le solite scuse, i soliti tran tran e boh, insomma….. A un certo punto me ne andai: dovevamo uscire per i bis e io non rientrai più con la gente che mi chiamava. Ero talmente incazzato che dissi: “Ma andate a cagare: questa è veramente l’ultima volta”. Se ci penso mi fa ancora molto incazzare, però le persone non si cambiano, per cui quello è.

La butto lì e mandatemi affanculo: in realtà voi siete al punto dei Deep Purple del ’73, che si odiavano tutti e si menavano continuamente.
A: No, no, non c'è alcun odio, c'è il massimo dell’accettazione di tutti, ci si organizza, si fa, si mette in scena questa cosa, ben venga. Davvero, e poi lì è davvero divertente. Soprattutto la cosa bella è che la gente si ricorda di noi e ci richiede sui palchi. Quindi andiamoci, in scioltezza, sperando che non piova.
S: Quando fai culo e camicia per tanti anni, è un amore odio che continua: però alla fine l’alchimia quando tu sali sul palco e suoni è una cosa completamente diversa. La band ha sempre un valore diverso, per cui io credo nella band, lunga vita alle band, anche quando ci si mette le dita negli occhi o ci si lancia le bacchette o ci si manda a cagare: vuol dire che è amore. Tutto questo è amore.

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