Umberto Maria Giardini (ex Moltheni) - Bologna, 11-10-2008 Intervista

20/10/2008 di

Arrivo sotto casa di Umberto, lego la bici al primo palo e suono. E' ora di pranzo, e a casa sua c'è odore di broccoli. Ci sistemiamo in uno studio molto accogliente, ordinatissimo. Ci sono delle lampade antiche sopra ad un armadio, tantissimi dischi, tanti libri tra cui una collezione sterminata di guide della Lonely Planet. Post-it scritti con una grafia perfetta e bellissima appesi intorno al computer, chitarre, pedaliere ed effetti sistemati in modo rigoroso, uno dietro l'altro. Ci riconosciamo subito, nell'accento: io e Moltheni veniamo da due paesini delle Marche a una manciata di chilometri di distanza uno dall'altro e nonostante gli anni passati via da casa, i suoni si sentono, eccome. E cominciamo da lì, da quanto la nostra provincia, dove lui ha cominciato con piccoli progetti da sala prove, sia arida di stimoli artistici. E poi si continua parlando del suo ultimo "I Segreti del corallo", di etichette, del suo lavoro di pompiere, di Bologna. E passa un'ora senza che ce n'accorgiamo.



A Bologna come sei finito?
Per motivi di lavoro: una volta arrivato, iniziai a mettere soldi da parte per entrare in uno studio e registrare delle cosette che avevo scritto. Parliamo di fine anni 90: iniziai spedire il materiale che avevo alle etichette che in quel tempo potevano farmi cominciare a lavorare. Arrivò il connubio con la Cyclope di Catania, e cominciò tutto così. Ho poi scelto questo posto per vivere, ormai da 12 anni abbondanti… sto bene, ho il mio lavoro.

Visto che vivo anche io a Bologna, questa è la domanda che faccio a tutti: l'isola felice è davvero finita? Oggi è tutto da buttare?
Negli anni 90 era una città molto diversa, è vero. Credo sia strettamente legato alla società italiana: è un periodo di estrema decadenza, in primis legato al discorso economico. Non abbiamo più una lira in tasca e questo si ripercuote anche sulle attività artistiche. All'epoca c'erano molti posti anche per uscire la sera, ora non ci sono più. E per chi ha vissuto la Bologna di fine anni 90, oggi… beh, è una bella noia. Ma io sono abituato a viaggiare, e vedo lo stesso comune denominatore a Milano, a Roma. C'è una decadenza che non riusciamo neanche vagamente ad immaginare, ad esempio a Napoli. Ho lavorato molto con Carmen Consoli a Catania negli anni in cui la scena catanese era fervida, con un sacco di gente che suonava. Oggi non è più così, anche a Bologna: ora è piatta, sobria, ripulita. E dipende dalla situazione economica, secondo me. Non girano più soldi, né idee. Non succede più niente.

Niente più neanche dalle etichette indipendenti, che in Emilia Romagna sono indubbiamente tante?
"Etichetta indipendente" è un modo di dire. Possiamo fondarne una anche noi adesso, in un quarto d'ora: basta aprire una partita iva all'ufficio del lavoro, mettergli un nome che battezziamo ora dopo questo the, ed è fatta. E avremmo lo stesso potenziale, cioè zero. E' un modo per fare… ma quello che facciamo noi, in Svezia, in Inghilterra o in altri paesi lo facevano già 15 anni fa. Basta andare al Mei e rendersene conto: sono pomeriggi fra amici.

E se lo dici tu, che sei partito da un'etichetta grande…
La differenza si nota, certo. Puoi appartenere ad una major che sborsa soldi e ti dà tutte le carte in regola, ma non è detto che possa essere una buona chiave di lettura. Sono diffidente verso le major, da un punto di vista etico, ma anche verso le indipendenti, da un punto di vista economico e dell'organizzazione del lavoro. E alla fine quel che conta è proprio il lavoro, come lo si fa.

Passare da una major a una indie che effetto ha fatto? La gente che ti conosceva prima come il Moltheni di Sanremo e del Brand new tour di Mtv che cosa avrà pensato?
Non lo so. Non ci ho mai fatto caso e non mi è mai interessato. L'opinione del pubblico lascia un po' il tempo che trova, come quella dei giornalisti: possono recensirti male, ma il pubblico approva, recensirti bene ma nessuno ti apprezza. L'opinione del pubblico è importante, ma non è determinante.

E i passaggi, invece, da indie a major? Che ne pensi?
La mia esperienza è stata inversa: ho esordito subito con una major, perché appartenevo ad un etichetta indipendente che aveva grossi legami con le grandi, avendo in catalogo progetti molto interessanti come Carmen Consoli o Mario Venuti. Ahimè, l'esordio è stato così: era la strategia di chi mi aveva scoperto. Sottostavo a quelle cose… dopo che il rapporto con il mio produttore, peraltro scomparso prematuramente, è finito, ho preferito e sono stato obbligato a passare ad una indipendente. Ho preferito, a livello etico, perché ora mi trovo meglio, anche se con i limiti della caso. Per come sono fatto, non avrei potuto lavorare con le major: conosco a fondo quel mondo, e credo che ci sia del vero, anche se a volte ingiustificato, nello storcere il naso quando qualcuno passa ad una grande casa di produzione. Significa lavorare per una multinazionale, accettare dei compromessi, avere grosse somme di denaro a disposizione ed entrare in un certo tipo di mercato. Le scelte di un progetto come Fabri Fibra sarebbero inaccettabili per me. Ma molte persone non lo sanno, e ci passano sopra. Passano sopra al fatto che i Baustelle appartengano ad una major: alla fine sono fighi, hanno gli occhiali da vista, le giacchine... Quindi ciò che pensa il pubblico indie in Italia, che capisce poco, non ha grande importanza. E' un pubblico superficiale, che va dietro alle mode, soprattutto quando l'età è giovane. E' inconsapevole di quello che c'è dietro: i discorsi etici se ne vanno a farsi fottere, l'importante è essere lì, vedersi i concerti che contano… è un discorso talmente superficiale che non mi appartiene. Da oltre vent'anni non sono più un teenager. Bisogna essere convinti di quello che si sta facendo, sia nel bene che nel male. Di quello che stiamo dicendo io e te, se ne fregano tutti.

Aspetta, che prendo lo sciacquone (il the, NdA) …zucchero?

No no, la bevo amara. Che cos'è?
Una tisana digestiva svedese, amarissima ma eccezionale.

A proposito di tisane: in un testo del disco si parla di Ovomaltina. Che cos'è?
Non la conosci? Eh, sei giovane. E' una polvere che si metteva nel latte.

L'antenato del Nesquik?
Si, esatto! Tutti la bevevano, al mattino. Confezione arancione, tipica dei primi anni 70. Tu in che anno sei nata?

...'82
Eh, l'ovomaltina era già andata... oggi non c'è più.

"I Segreti del corallo", tutto in analogico.
Sì, decisamente. Volontà mia, realizzazione di Giacomo Fiorenza. Abbiamo spento i computer e li abbiamo portati in un'altra stanza. Ce ne siamo fregati di quello che richiede il mercato, abbiamo solo pensato alla qualità e a fare le cose che ci piacevano, e ce l'abbiamo fatta. Un ottimo lavoro: suona hi-fi, basta avere cura delle cose e si riesce a fare tutto.

Più faticoso, forse?
Sì, un po'. Però ne è valsa la pena. Siamo molto contenti.

Ho notato nei testi due campi semantici preponderanti. Da una parte tanto mare, acqua, quasi in ogni canzone ci sono fiumi, acqua che cade (quindi pioggia), gocce, lacrime. E' inconsapevole?
Abbastanza. E' un disco scritto durante l'estate dell'anno scorso, e anche il titolo è emblematico perché racchiude in sé una vacanza che ho fatto negli anni passati. Oltre che coniare, come sempre faccio, questo connubio fra me e la natura, che sento fortissimo, volevo collegare il disco a questi momenti di beatitudine e leggerezza, legati al caldo. E automaticamente anche all'acqua. Sono un grande amante dell'acqua in generale e dei fiumi, e li ho nominati più volte, scegliendo questo elemento come forma poetica.

Quindi "Verano" non è il cimitero di Roma…
No, è una vacanza fatta in Spagna. E' l'estate spagnola, appunto.

L'altro filone, anche se minore, è il rosso: corallo, vita rubina. Scusa, ma mi piace ritrovare queste connessioni.
Ognuno traduce come meglio crede. La poesia è così: io leggo la mia poetessa preferita, Maria Angela Gualtieri, e traduco con la mia testa. Magari non coincide con quello che interpreta lei, ma è un filo conduttore fra le proprie esperienze. Tradurre la poesia plasmandola a seconda delle emozioni che ci dà. E vale anche per i dischi.

Bello cucire sopra ad un testo altrui la propria esperienza, dunque.
E' un modo di vivere l'arte, una delle sue caratteristiche principali: quando una forma d'arte applicata genera delle sensazioni, è giusto a priori che queste siano diverse per ognuno di noi, perché questo le rende nobili. Si rende giustizia all'opera anche non apprezzandola, ridimensionandola: anche quello è un modo per soffiare vita dentro all'opera stessa.

Molto Umberto Eco, l'approccio semiotico.
Ah ah, esatto (ride, NdA).

Il pezzo strumentale, presente anche in questo disco, sembra quasi un manifesto che fa da linea guida.
I pezzi strumentali mi hanno sempre affascinato: è bello pensare che non ci sia bisogno della voce. Senza di lei la musica si regge lo stesso. Mi capita spesso di scrivere pezzi senza il cantato, perchè la musica da sola dà tutte le emozioni che servono.

"Dedicato a Karen Dalton", si legge nel libretto. E' perché la stavi ascoltando molto mentre scrivevi o registravi?
E' una cosa che volevo fare da tempo: dedicare un disco ad una persona così grande e così sconosciuta, una musicista eccezionale. Senza un motivo particolare, avrei potuto dedicarlo a Maria Angela Gualtieri, a Carmelo Bene, ad altre poetesse... a lei, perché se lo merita, è un piccolo tributo.

Non è lei nelle foto?
No, sono foto degli anni 30, lei forse non era neanche nata. Semplici cartoline: il retro è quella appesa lì (e indica la parete, dove c'è in effetti la cartolina con la nave che è nel disco, NdA). Persone sconosciute, visi di donne, anche non bellissime. Ma romantiche a loro modo. Ce n'era bisogno di una copertina cosi.

Ma è vero che i prossimi progetti non saranno più "Moltheni"?
Forse potrei cambiare nome, non so. Sono talmente libero da vincoli che potrebbe essere un ciclo finito, quello di Moltheni.

In un'intervista al Miami 2006 avevi detto di averlo scelto per evitare di usare nome e cognome, che faceva troppo cantautore…
Sì, Moltheni lo concepisco come un progetto, anche se sono io, da solo, ed è un progetto cantautoriale, di songwriting. Però non volevo darmi il mio nome, come ha fatto Will Oldham con Bonnie Prince Billy, o Bill Callahan che ha fatto Smog o tanti altri. In Italia un esempio potrebbe essere le Luci Della Centrale Elettrica, Vasco. Non ci sono motivazioni profonde, solo estetiche.

Chi è la voce femminile del disco?
E' di là, è a letto con la febbre. Barbara Adly: qui a Bologna ha un gruppo che si chiama Juta, che ha fatto un disco molto bello e che sta cercando un contratto… è la mia coinquilina, l'ho coinvolta perché la sua voce è perfetta, molto dolce. Lei è italocanadese.

Hai sempre parlato di te, i tuoi testi sono sempre molto introspettivi. Ma sembra che in questo "io" sia la parola più presente. E' da considerare come un'apertura più marcata?
E' estremamente autobiografico, non lo nego. Anzi, ne vado orgoglioso: sono riferimenti a quello che vedo, che vivo. E' molto più ispirato degli altri, me ne accorgo forse perché è nuovo e lo apprezzo più dei lavori precedenti, ma è comunque una maturazione, un altro passi avanti. E' un lavoro molto psicologico, che fa riflettere. Sulla propria vita, sulle proprie aspirazioni. Musicalmente la psichedelia è un momento fondamentale, che mi appartiene ormai da sempre, e la forma è legata alla lirica e alla poesia… stavolta credo di essere riuscito davvero a cogliere nel segno. A creare questo cordone ombelicale profondo che c'è tra psichedelia e scrittura, e la mia è molto visionaria. Sempre un passo indietro alla realtà oggettiva, ma con un occhio attento e molto critico.

In questo senso, come inquadri il riferimento alla morte?
Fa parte della nostra vita, il tempo passa e fai i conti anche con certi pensieri, li vuoi analizzare. Ed è tutto molto più semplice dei discorsi che stiamo facendo, molto più schietto e vero. E' quello che pensiamo tutti e che a volte nella musica non si scrive. Per questo reputo il disco molto profondo. Scuro, ma con estremi bagliori di luce. E assolutamente non pessimista.

Io l'ho ricollegato al tuo lavoro. Facendo il pompiere, immagino che la morte te la trovi davanti spesso.
Regolarmente. Tutti i giorni. Forse è per questo che ho un approccio diverso verso la morte, una visione quasi serena, perchè è una parte della vita. E' il mio lavoro, da moltissimi anni, e riesco a conciliarlo perfettamente con la musica. Anzi, se non facessi questo mestiere non credo che avrei fatto il musicista, proprio per una questione di tempo libero.

E poi si fa tardi, per entrambi. E la tisana, che non era per niente amara, è finita.

Commenti (14)

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  • SovietStudio 22/10/2008 ore 03:18 @sovietstudio

    Non ho mica capito chi esce vincitore da questa tua risposta..:|

  • Mefiskarmina 22/10/2008 ore 04:09 @mefiskarmina

    A parte che le canzoni non si sentono:=
    però nel progetto con il gatto ciliegia a me è piaciuto tantissimo..:?

  • liberobellestati 22/10/2008 ore 15:30 @liberobellestati

    Io l'ho sentito dal vivo a Radio Pop e veramente ha fatto un gran concerto (per 4 gatti).
    Sicuramente Bianconi è più dotato in fase compositiva, ma è una poetica main-stream. E' l'uomo giusto al momento giusto. E' perfetto per MTV. E' così uno stereotipo da sembrare originale. Comunque, per quanto ultra commerciali, alcuni pezzi sono buoni.

  • SovietStudio 22/10/2008 ore 17:44 @sovietstudio

    Non capivo se il soggetto della prima frase fosse lo stesso della seconda,che mi sembrava riferita a Moltheni.
    Ora ci sono arrivato:)
    Bianconi-e i Baustelle tutti,non dimentichiamo-,hanno uno stile fuori dall'ordinario e una personalità profondissima,oltre a riuscire a scrivere belle canzoni con belle melodie-che per molti qui sembra significhi essere banali-.
    Moltheni mi piace ma non si può paragonare.

  • ro 23/10/2008 ore 13:52 @ro

    Bella intervista, leggendola esprimo le seguenti considerazioni:

    1) per fortuna che moltheni c'è e che c'è un'etichetta che crede in lui!
    2) anche io vorrei fare il pompiere e avere tutto questo tempo libero
    3) l'ovomaltina non è estinta, la vendono ancora, anche in forma di pratiche barrette (il Nesquik è solo uno scadente sottoprodotto)
    4) ognuno di noi desidera una coinquilina italo-canadese
    5) ho un'immagine dopo aver letto questa intervista: sorrisi imbarazzati, come a Natale, nelle cene dei parenti che in realtà si detestano, ma fingono di essere tutti una grande famiglia unita
    6) la poetessa M. Angela Gualtieri -con cui ho avuto modo di parlare al telefono l'altra settimana- è in effetti persona dalla grande sensibilità e disponibilità, le sue poesie sono apprezzabili
    7) è vero, molti giornalisti che scrivono di musica non capiscono un gran che... è già apprezzabile se ascoltano i dischi prima di scriverne
    8) il disco dei Baustelle è apprezzabile, anche se è innegabile che il successo "di massa" dipenda dai continui passaggi in radio e tv... potere majour! Poi che certa gente alla fine di un loro concerto (ne ho visti quattro di recente e il migliore ha sfiorato a malapena il livello "penoso") possa dichiararsi estasiata e contenta indica chiaramente come i media influenzano chi ascolta annientando ogni capacità critica

    9) scusate la diarrea di parole

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