Boomdabash - Niente di male nella musica per ragazzini Intervista

foto di Jessica Pivetta - Boomdabashfoto di Jessica Pivetta - Boomdabash
05/11/2015 di Antonio Romano e Chiara Longo

Qualche giorno fa abbiamo incontrato i Boomdabash, la formazione salentina che all'inizio dell'estate ha rilasciato “Radio Revolution”, un disco solare in cui, senza dimenticare le loro radici ben salde nel reggae salentino, aprono al pop italiano, con moltissimi featuring di prestigio. Appena giunti al nostro incontro, i Boomdabash attaccano subito a parlare e a raccontarci le loro origini musicali, con grande entusiasmo. Abbiamo parlato di cosa il reggae rappresenta in questo periodo storico, della situazione sociale in Salento, e della responsabilità che l'artista ha nel sensibilizzare i più giovani su certe tematiche delicate, con un linguaggio che sia vicino a loro.

Ai vostri esordi si diceva che ci fosse rivalità tra di voi e i Sud Sound System, anche perché il vostro primo album è stato prodotto da Treble, appena uscito dai Sud Sound System.
Payà: Sì, è stato quello che magari ha tratto in inganno i fan, alimentando la storia della concorrenza. Quando ci hanno visti insieme poi si è chiarito l'equivoco e hanno visto che non c'era nessuna guerra in atto tra di noi. Ti dico però che io mi ritengo un allievo di Nando Popu, sono suo compaesano, di Trepuzzi, e quando ero ragazzino mi appostavo dietro la finestra di casa sua e lo spiavo. Poi un giorno, mi ha visto e mi ha aperto la porta, magari credeva che gli volessi rubare la macchina (ride). Quando gli ho detto che aspiravo a cantare, è stato disponibile anche a darmi consigli utili e incoraggiamenti, è stata una delle cose più importanti della mia adolescenza. Avevo scritto un pezzo dal titolo “A mienzu a tante si la megghiu” (“Tra tutte sei la migliore”) e Nando mi disse “No, inverti le parole ché suona meglio così “Si la megghiu a mienzu a tante” “. Quel giorno ho capito come scrivere le mie canzoni, che l’ordine delle parole è importante.
Biggie: Treble è stato uno dei membri originari dei Sud Sound System ed ha scritto alcuni tra i pezzi più belli del reggae italiano. In quel periodo aveva appena lasciato la band, per cui noi, gruppo emergente che veniva prodotto proprio da Treble, sembravamo agli occhi di molti voler fare la guerra ai Sud Sound System. Successivamente, abbiamo intrapreso una nostra strada, del tutto personale, e ci siamo avvicinati ai Sud Sound System, soprattutto dal punto di vista umano, non solo artistico.

Payà con Treble ha cantato “Reggae Business”, un pezzo che prende una posizione molto netta nei confronti di determinate dinamiche all’interno della scena reggae
P: Sì, ma quel pezzo bisogna contestualizzarlo, è stato scritto come critica della situazione che si era creata in quel periodo. In Salento era un momento nel quale la scena reggae era satura di MC e cantanti, e non tutti, a dire il vero, cantavano per passione vera, ma perché credevano fosse un modo per far soldi. Parlando con Treble, invece, era diverso, perché con lui si parlava di musica, di arte, di entusiasmo. Ma si andava alle serate ed era facile sentir parlare male degli altri, o addirittura ascoltare gente che era alle prime armi far discorsi di soldi, di guadagni, di contratti. Nasceva da lì la presa di posizione di “Reggae Business”.
B: È facile purtroppo nel mondo musicale che si creino invidie, soprattutto quando un artista inizia a riscuotere un po’ di riconoscimenti, anche economici. Ma un cantante è come un falegname, come un panettiere: anche un musicista paga le bollette o l'affitto. Tutti in teoria sono d’accordo con questo, ma se inizi a guadagnarci qualcosa c’è sempre qualcuno che dice che non va bene. È sbagliato pensare che il denaro sia il male assoluto nella musica. Può diventarlo quando è l’unica motivazione e l’unico fine nel fare musica.



E da questo punto di vista i rapper hanno molto contribuito a livello di immaginario.
B: Certo, è vero, un certo tipo di hip hop ha rovinato la concezione della retribuzione dell’artista, specie con l’esaltazione del denaro fine a se stesso.
P: A questo proposito, condivido Masito dei Colle Der Fomento nella sua analisi di questo fenomeno: i ragazzini che oggi seguono il rap, non sempre amano la musica, sono attratti piuttosto da quello che il rapper rappresenta, dal potere che il rapper fa credere di possedere.
B: Forse il rapper ha sostituito il calciatore nell’immaginario e nelle aspirazioni di molti ragazzi. Mi spiego: Gué Pequeno è un grande artista, ma dal ragazzino viene apprezzato per quello che fa o per quello che, appunto, rappresenta? Sono le sue canzoni a piacere o i soldi e le donne che ostenta?
P: In Italia si è affermata questa mentalità dell’arraffare tutto quello che si ha attorno, finché si ha il potere tanto vale approfittarne. Non si costruisce più, non si porta avanti un discorso basato su una progettualità, ci si dimentica di quello che si è troppo facilmente, quando invece dovremmo ricordarci per tutta la vita da dove veniamo, soprattutto nei momenti felici, per poter aiutare chi in quel momento non ha la stessa felicità. In noi artisti dovrebbe essere forte questo senso di responsabilità, perché dobbiamo ritenerci già fortunati di fare un lavoro in cui possiamo esprimere noi stessi e che non è mai faticoso come quello di un muratore che trasporta pezzi di tufo sulle spalle o di un operaio che lavora senza protezioni in un cantiere. Non dobbiamo mai dimenticarci da dove veniamo.

Parliamo un po' delle canzoni del vostro nuovo album. Il vostro pezzo con J-Ax “Il solito italiano” ha un testo piuttosto chiaro. Ci raccontate come è nato?
P: J-Ax è stato fantastico nei nostri confronti. Dobbiamo ammettere che all’inizio eravamo dubbiosi se chiamarlo o meno, non ci ritenevamo alla sua altezza. Ma dato che avevamo scritto questo pezzo, il cui argomento è, appunto, l’italiano medio, abbiamo pensato che fosse lui la persona più adatta ad affiancarci, dato che si tratta di un tema che lui ha affrontato varie volte ed in maniera mai banale. Si è così dimostrato subito entusiasta e disponibile. Il pezzo è nato da un beat creato dal nostro Mister Ketra, a cui abbiamo aggiunto un testo che prende di mira il razzismo dell’italiano medio: tutti si dichiarano aperti e accoglienti, poi di fronte a chi ha davvero bisogno voltano le spalle.
B: Basti pensare al successo e al credito che riscontra un personaggio come Salvini, che fomenta l’odio xenofobo soltanto a fini elettorali. “Il solito italiano” parla proprio di questo: dell’italiano medio 2.0, dell’italiano non-sono-razzista-ma, dell’italiano che, per creare una barriera tra sé e lo straniero, sbandiera la propria onestà, la propria legalità, dimenticando però dello schifo che i nostri connazionali hanno esportato nel mondo. Non è una questione di nazionalità. Anzi, dico di più: chi ha commesso i crimini più efferati in Italia? Gli italiani stessi. Non dimentichiamo mai che la mafia, gli assassini di Falcone e Borsellino sono italiani. I politici che rubano i fondi pubblici sono italiani. Non a caso, all’estero la concezione dell’italiano è tutto fuorché quella del cittadino onesto e incorruttibile.



Nel vostro ultimo album avete fatto entrare il pop, sia dal punto di vista della composizione musicale sia da quello degli artisti che avete ospitato. È stato un vostro tentativo di sfondare in radio?
B: Nel comporre un disco, alcuni elementi sono strategici e altri discendono naturalmente da quello che l’artista è. Ma le nostre influenze pop non rientrano nel campo della strategia, anzi rispecchiano quello che noi siamo e che abitualmente ascoltiamo. Nella produzione un artista sa sempre che dei quindici pezzi che andranno a comporre l’album, almeno tre devono avere la forza anche radiofonica del singolo, devono rispettare alcuni canoni dettati, o a volte imposti, dal sistema radiofonico. Poi non è detto che quei tre singoli siano l’anima del disco, sono piuttosto la facciata radiofonica di un lavoro più complesso e profondo.

In “Reggae Ambassador” cantate “iu su sempre lo stessu natu intra lu paise (…) sulu quistu sacciu fare, sacciu comunicare”, frase che vi ricollega ai vostri primi passi, quando eravate un sound system e comunicavate tramite i dischi selezionati ma cantati da altri artisti. Cosa c’è oggi del Boomdabash sound system nei Boomdabash band?
P: Tutto, manca solo il sound system che ci portavamo in giro. Era un bel sound system, autocostruito e di cui andavamo davvero fieri. Crescendo, però, abbiamo puntato sul messaggio che volevamo comunicare, per cui il sound system a volte diventava ingombrante da portare in giro. Ma il messaggio è sempre quello, ed è importante per chi fa reggae. Noi vogliamo esprimere questo messaggio con parole nostre e a modo nostro. Anzi, ogni cantante dovrebbe avere il proprio messaggio personale, il proprio discorso da portare avanti ed in cui crede veramente.

A questo proposito, un argomento che vi sta a cuore è l’attenzione per i detenuti, per le loro storie e per la dignità nelle carceri. Parlateci della vostra collaborazione con il progetto “Io Ci Provo” che vi ha portato a girare il video nel carcere di Lecce del vostro brano “Un attimo”.
B: Nasce tutto da una bellissima esperienza e da un nostro sogno: suonare all’interno di un penitenziario, affascinati da chi, più famoso, lo aveva fatto prima di noi, i Metallica e Johnny Cash su tutti. Potete capire che non è un progetto di facile realizzazione, soprattutto per questioni burocratiche e di sicurezza. Per fortuna abbiamo incontrato persone straordinarie e disponibili all’interno della polizia penitenziaria del carcere di Borgo San Nicola a Lecce, che trattano con molta umanità i detenuti, anzi gli ospiti, della casa circondariale. Il reggae è sempre stato una musica nata all’interno degli strati più bassi della società, tra la gente di strada, quindi ha da sempre esposto temi difficili, è sempre stato vicino a chi soffre. Spesso, il carcere viene additato come il contenitore della feccia umana, ma noi abbiamo voluto con questo video essere vicini umanamente a quelle tante persone che, se anche hanno commesso degli errori nella loro vita, non sempre sono da disprezzare.
P: Anzi, abbiamo riscontrato spesso un’educazione e un rispetto che raramente in 12 anni di concerti ovunque abbiamo notato in tante altre situazioni. Chiaro, se sei là qualcosa devi averla pur fatta, ma è gente che cerca un’altra possibilità, non tutti sono criminali. A volte persino i figli dei mafiosi non seguono più la strada della famiglia, perché capiscono che è una cosa sbagliata. Ed i pregiudizi nei paesini del sud spesso non aiutano neanche, perché tuo padre potrà anche essere un mafioso ma se tu non lo sei e ti impegni nella vita studiando e lavorando onestamente, meriti di essere giudicato per la persona che sei, non per la famiglia cui appartieni. E il discorso è anche più ampio: la criminalità prolifera sulla mancanza di lavoro. Il Salento spesso non offre possibilità a noi giovani, non è solo la cartolina estiva del “sole, mare e vento”. Il Salento esiste anche d’inverno, e d’inverno per chi ci abita non c’è nessuna alternativa, e non parlo solo delle serate, dello svago. Parlo del giorno e della mancanza di lavoro, delle famiglie che devono mangiare, vestirsi, pagare le bollette. Poi quando il ragazzino vede il coetaneo con il telefonino inizia a desiderarlo anche lui, e qual è il modo per ottenere questo telefonino se non hai lavoro? Andare là, rivolgersi a quel circuito criminale che si alimenta esattamente su queste dinamiche.
B: Abbiamo vissuto spesso contesti in cui con la criminalità organizzata devi confrontarti nel quotidiano, sappiamo di cosa parliamo e ancora di più sappiamo quanto è importante contribuire alla lotta contro la mafia, per cercare di portare la mentalità delle persone nell’altro senso.



Rispetto al reggae salentino, una vostra caratteristica è che cantate anche in patois e non vi fermate al dancehall style, ma siete anche molto influenzati dalla d’n’b, dal r’n’b o da melodie dal respiro più pop. Se questo, probabilmente, vi ha aiutato ad emergere dalla nicchia, come invece vi colloca rispetto alla scena e alla tradizione salentina? Intendo: i Boomdabash vedono se stessi come una reggae band salentina o una reggae band italiana?
B: Siamo salentini e ci riterremo sempre tali, siamo cresciuti in quella terra, umanamente e musicalmente, e nel nostro DNA c’è una forte componente di tradizione. Chi nasce musicalmente in Salento non può prescindere dall’eredità che è stata lasciata dai Sud Sound System, che, in più di vent’anni di carriera, hanno scritto pagine fondamentali di storia del reggae e del rap italiano. Non dimentichiamoci di “Stop al panico”, di Bologna, dell’Isola Posse nei quali i membri dei Sud Sound System hanno avuto un ruolo importantissimo. Noi però, rispettandola, non ci fermiamo alla tradizione, pensiamo sia importante metterci del nostro, vogliamo internazionalizzare il nostro stile. All’inizio abbiamo ricevuto non poche critiche, la gente non ci capiva, perché cantavamo metà salentino e metà inglese. Pian piano però ha iniziato a comprendere il nostro stile, perché ha iniziato a vedere della genuinità in noi come persone, oltre che nella musica.

Non avete paura che collaborando con artisti mainstream come Alessandra Amoroso, che addirittura viene da un reality, oppure J-Ax e Fedez, di essere additati come “commerciali” dalla “massive” storica che, comunque, è formata da ragazzi di strada per la maggior parte?
B: Quella è la legge dei grandi numeri, non si potrà mai mettere d’accordo tutti. Alcune persone ascoltano la musica e la giudicano in sé, perché sanno che se un pezzo è bello, anche se lo canta Alessandra Amoroso, senza preclusioni o preconcetti. Poi c’è chi dice “Si, il pezzo è bello, anche se…” o, in alcuni casi, chi persino neanche lo ascolta perché c’è la Amoroso. Non ci si può precludere la possibilità di collaborare con un artista che si apprezza e con il quale si ritiene di poter fare un bel pezzo, solo per la paura dei preconcetti di alcuni.
P: Noi siamo nati come un gruppo underground, veniamo da lì, ma non vediamo differenza tra underground e commerciale all’interno della musica reggae, non solo perché il reggae parla di unione, ma anche perché è normale che in una dancehall passi il pezzo ragga di Sean Paul e contemporaneamente in radio stia passando sempre Sean Paul ma con un altro pezzo. A volte mi chiedono se tornerei mai nell’underground. Ma cosa significa? Io sono underground, è la mia natura. Lo sono per come parlo, per come mi muovo, per come scrivo.



La vostra generazione è cresciuta con band come Sud Sound System, Africa Unite, Villa Ada che per un certo periodo sono state davvero la “voice of the people”, con i loro messaggi di coscienza e cultura, segno che il reggae può influenzare il modo di affrontare la realtà dei ragazzi. Anche voi trattate temi duri, in “Street Complication” parlate della violenza delle forze dell’ordine, per esempio. Ma, guardando la situazione attuale, credete che oggi il reggae possa svolgere la stessa funzione sociale? 
B: Una critica che ci viene mossa da alcuni è che facciamo musica per ragazzini, ma noi lo ammettiamo, noi facciamo musica anche per loro, non solo per gli adulti o per chi ha già sviluppato un senso critico, perché crediamo di avere una certa responsabilità anche nei confronti dei ragazzi. Se io, come artista, posso aiutare un ragazzino di dieci, dodici anni, tramite il reggae, a riflettere su alcune tematiche, o almeno ad interessarsi, devo farlo trattando queste tematiche in maniera che lui possa capirmi, senza respingerlo. Quello che è certo è che oggi i ragazzi sono meno recettivi, è un dato di fatto. Ma non sento di dar loro la colpa.
P: Forse c’è un problema di saturazione del messaggio. Ad esempio, su Facebook chiunque può dire la sua ed in particolar modo se sei famoso o hai visibilità vieni preso alla lettera. Ma questo, a volte, si può ritorcere contro le buone intenzioni di chi vuole informare: se di un argomento serio si parla troppo, o troppo approfonditamente rispetto a quello che Facebook come mezzo dovrebbe essere, un ragazzino smette di interessarsi o di leggere. Allo stesso modo nella musica: se parlo solo di sociale, ed in maniera pesante, chi è lontano da certe tematiche non avrà interesse ad ascoltarmi. Un artista, invece, per essere completo deve essere un’interprete della società, deve osservare quello che lo circonda per non rimanere nell’autoreferenzialità. Questo perché è nostra responsabilità quella di far ragionare un ragazzo, non indottrinarlo, ma dargli degli input che poi, però, deve essere lui a sviluppare e maturare. Ma gli adolescenti di oggi che sognano di fare i soldi come il rapper di turno non sono altro che lo specchio della società nella quale vivono, e tutto questo parte già da dentro le mura domestiche, dai genitori, che sono i primi ad essere scontenti di come vanno le cose nel nostro Paese e invece che insegnare loro il senso delle cose comuni, esternano non solo rancore verso la classe politica, ma anche la loro perdita di fiducia nel prossimo. Perciò, il ragazzino che cresce in questo contesto, nel quale sono i genitori stessi ad essersi disillusi sui valori importanti del vivere civile, è naturale che venga attratto dai beni esteriori e dall’ostentazione fine a se stessa.
B: Siamo stati interpellati in più di un’occasione da associazioni che operano nel sociale che ci hanno chiesto di aiutarle a comunicare con i più giovani, perché è difficile affrontare alcune tematiche usando un linguaggio familiare ai più giovani. Per esempio, noi oltre che donatori di midollo osseo, siamo diventati anche testimonial dell’Associazione Donatori Midollo Osseo di Brindisi, perché capiamo che un tema così delicato può spaventare un ragazzo se non viene trattato in una maniera che possa capire e rassicurarlo.

Ci suggerite qualche giovane talento del reggae italiano che vale la pena seguire per il futuro?
P: I Mellow Mood, anche se di loro non si può dire che siano emergenti, anzi, sono una band abbastanza affermata. Nel Salento poi è pieno di ragazzi che cantano il raggamuffin in dialetto nelle dancehall ed alcuni di loro meritano attenzione. Per fare solo un nome, direi Lu Plata, di cui sto seguendo la crescita, e che non si ferma al dialetto salentino, ma canta anche in italiano, ed è un piccolo talento, nonostante la giovanissima età.

Tag: rap italiano reggae

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