Bravo Baboon / intervista

I Bravo Baboon e il jazz che cancella tutti i confini musicali

Il trio romano sfugge alle etichette musicali e mischia il jazz con la musica afro, l'elettronica, il rock e l'hip hop. Humanify è il loro ultimo album, ci siamo fatti raccontare traccia per traccia a chi si sono ispirati
10/01/2020 11:54
di Giulio Pecci

Circa un anno fa, durante un’intervista per il Quadraro in Jazz, Dario Giacovelli si è subito sottratto al perverso gioco giornalistico delle etichette musicali: "Quello che mi piace dire è che proviamo semplicemente a fare della buona musica". Dario suona il basso, è pugliese ma vive a Roma da quasi dieci anni; qui ha conosciuto il pianista Gianluca Massetti e il batterista Moreno Maugliani. I tre formano i Bravo Baboon, un trio romano di formazione e matrice musicale jazzistica ma aperto alle influenze più disparate: hip-hop, elettronica, rock, musica africana. Nel 2016 hanno pubblicato un primo album dal vivo, registrato all’Auditorium Parco della Musica di Roma, accompagnati da due nomi storici del jazz europeo: i sassofonisti Rosario Giuliani e Javier Girotto. È invece di Ottobre 2019 il loro secondo lavoro, il primo in studio per Auand Records: Humanify.

Il disco è l’ideale successore del suo predecessore ma è più maturo e quadrato, con un suono definito e molto pulito, curato per essere a suo agio non solo all’interno dei confini italiani. È anche un lavoro più coraggioso, che si stacca dal suono jazz classico alla ricerca di un ulteriore passo in avanti nell’estrema ibridazione tra generi, che è la cifra distintiva del trio. Una ricerca evidente soprattutto nell’attenzione alla componente ritmica influenzata da hip-hop e generi come l’afrobeat; o per quanto riguarda i suoni, più vicini ad elettronica e nu-soul che allo standard jazzistico. Più freschi (anagraficamente parlando) anche i featuring, che raccolgono il meglio del giovane jazz romano: la voce di Carolina Bubbico, la tromba di Francesco Fratini e il sax di Simone Alessandrini. Un disco lungo e stratificato che vive di intuizioni brillanti, in cui la lotta intestina tra influenze e generi diversi è a malapena percepibile a favore del risultato finale. Una musica che provare a definire sarebbe totalmente inutile: è buona musica, quello sì.

Per provare a fornire una sorta di mappa con la quale navigare attraverso suoni ed ispirazioni di Humanify ho chiesto a Dario di tracciarne una associando ad ogni brano del disco delle coordinate musicali e geografiche che aiutassero a comprendere meglio lo spirito di ogni traccia.

 

 

1) Oversea: è legata all’idea di porto come luogo di partenza verso il nuovo. Come simbolo del porto non potevano che scegliere Napoli, da sempre crocevia e culla della cultura musicale in Italia.

Brano: Sulo pè parlà - Pino Daniele 

 

2) Humanify: il senso del brano è il rispetto verso il rapporto viscerale con la natura. Per questo ci viene naturale associarlo al Rio delle Amazzoni il fiume che attraversa Perù, Colombia e Brasile - alla sua ricca storia in quel senso.

Brano: Acquaragia - I Hate My Village

 

3) Na ballad: San Lorenzo, per l’esattezza il bar Celestino, un po’ il punto di ritrovo della Roma underground. La zona è legata al trombettista Francesco Fratini per il quale il brano è stato composto.

Brano: Ragazzacci - Francesco Fratini

 

4) Under the Bridge: è la cover dell’omonimo brano dei Red Hot Chili Peppers e dunque non possiamo che collegarla a Los Angeles, città natale della band e oggi di una vivacissima scena di jazz contemporaneo che fa capo a Kamasi Washington e Thundercat.

 Brano: Under The BridgeRed Hot Chili Peppers

 

5) Afrodanish: mi viene in mente la Danimarca, dove è nata la prima bozza del brano nel periodo in cui ci vivevo insieme a Moreno. Il sapore nordico si sposa con la ritmicità africana, a simboleggiare l’unione di parti diverse e lontane tra loro.

 Brano: Elevetion love - Esbjorn Svensson Trio

 

6) Forget to be present: il box, la sala prove, inteso come spazio creativo dove nascono i brani. Dalle cantine ai piccoli spazi dove da piccolo suonavo grunge e punk. Questo brano ci ricorda lo spazio dove abbiamo creato la nostra prima musica. Il nostro box era a Colli Aniene, nella periferia  est di Roma.

Brano: Dumb - Nirvana

 

7) I Heard You: la casa, intesa come famiglia. Un brano scritto da Gianluca Massetti, che viene da San Benedetto del Tronto.

Brano: La città vecchia - Fabrizio de André

 

8) Sometimes in May: un brano scritto da me pensando ai trulli della valle d’Itria, dove sono cresciuto. Maggio è uno dei periodi più belli in cui passarci del tempo, perdendosi tra i boschi e i muretti a secco sotto una luce calda e avvolgente.

Brano: Sometimes It Snows in April - Meshell Ndegeocello

 

9) Redwood: California, San Francisco - foresta di Redwood. Un luogo che ho visitato personalmente durante un viaggio negli USA; mi sono innamorato dell’atmosfera e della serenità di quel luogo.

Brano: The Forgotten Village - Shai Maestro

 

10) Space Donuts: mi ricorda Marte. È un brano scritto con l’idea di evadere da paletti ed etichettature musicali, come se scappassimo dal pianeta Terra. Da qui il titolo e il concept spaziale.

Brano: Lazarus - David Bowie 

 

11) A casa: è stato scritto pensando a quei posti interiori che trasmettono serenità. Quei luoghi che servono per fuggire da qualcosa o che servono a rifugiarsi nelle proprie certezze.

Brano: To Believe - The Cinematic Orchestra

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L'articolo I Bravo Baboon e il jazz che cancella tutti i confini musicali di Giulio Pecci è apparso su Rockit.it il 10/01/2020 11:54

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