Foto Profilo: Bruno Belissimo Intervista

Bruno BelissimoBruno Belissimo
29/04/2016 di

Foto Profilo è la nostra rubrica di interviste con la quale continueremo a seguire la nostra vocazione primaria: presentarvi validissimi e nuovi artisti italiani. Le regole sono semplici: con ogni risposta, una foto.
Il protagonista di oggi è Bruno Belissimo, producer italo-canadese che ha pubblicato da poco il suo omonimo album d'esordio. Ci siamo fatti raccontare il suo percorso geograficamente e musicalmente molto intenso.

Hai trascorso la tua infanzia in Canada, in un ambiente artisticamente molto stimolante, grazie anche ai tuoi genitori. Quale insegnamento ti porti dietro da quel periodo?
Più che un vero insegnamento concreto credo che in generale essere cresciuto in Canada abbia reso il mio modo di approcciarmi alle cose molto genuino e corretto. Io ho vissuto in uno dei quartieri più vivi e famosi di Toronto, Kensington Market, un posto assurdo dove gli hippies convivono con gli hipsters, gli spacciatori stanno fissi a Bellevue Park accanto alle famiglie che prendono i primi caldi dopo il lungo inverno e i turisti fanno le foto ai graffiti sui muri e visitano le boutiques di vestiti usati. In quel posto tu puoi essere chiunque vuoi, è uno dei posti più liberi e freak che abbia mai visto e questo mi ha influenzato molto.


In che modo hai deciso di avvicinarti a uno strumento come il basso? Hai degli artisti che ritieni formativi?
Ho iniziato a suonare il basso perché ne trovai uno nell’armadio di mio padre. Non ho mai capito perché ne possedesse uno, mi ha detto che lo aveva comprato senza saper il perché... niente di strano visto che è chiaro che i musicisti tendono ad accumulare roba inutile. L’artista che mi ha influenzato di più è una donna: Meshell Ndegeocello. Ho macinato i suoi dischi, non è una virtuosa ma una bassista di puro groove, sporco ed emotivo come piace a me, oltre che una musicista molto completa. Mi ha sempre affascinato la sua carriera sperimentale e camaleontica, dal primo disco inciso per l’etichetta di Madonna ("Plantation Lullabies") a dischi di free jazz ("The Spirit Music Jamia: Dance of the Infidel") passando per interi album chitarra e voce ("Bitter").


Il tuo disco è geograficamente molto fitto dal punto di vista dei sample, delle influenze, e delle immagini che evoca. Dove hai lavorato a queste tracce? Che tipo di strumenti hai usato prima di portarle in studio?

Sì, fortunatamente ho viaggiato molto nella mia vita, soprattutto negli ultimi due o tre anni. La molteplicità di atmosfere e linguaggi che ci sono nel disco è data proprio da questo. Alle tracce ho lavorato un po’ ovunque, ma senza avere l’obiettivo di scrivere un disco. Ho collezionato appunti, poco più che semplici beats oppure linee melodiche che salvavo sul mio computer con nomi improbabili, come fanno tutti credo. Quando poi mi sono stabilizzato in un posto, mi sono reso conto che ero una persona molto diversa da prima, molto più completa (si è un modo molto “arty” per dire “con qualche kilo in più”) e soprattutto più tranquilla. Ho iniziato così a mettere ordine al materiale accumulato e ne è venuto fuori il disco, tutto molto semplicemente e senza pensarci troppo. Proprio lavorando ai pezzi ho capito cosa veramente mi aveva influenzato delle esperienze negli anni precedenti. Tutto inizia e finisce con le linee di basso, poi ho scelto pochi strumenti da utilizzare, come se fossi una band e cercato di usare il computer il meno possibile. Poche tastiere, basso, chitarra, percussioni e una valanga di idee.

Come il disco e i campioni utilizzati lasciano intendere, hai una certa passione per le storie matte. Ci sono dei registi, o anche degli scrittori, che ti affascinano e a cui ti senti vicino per sensibilità?
Sono un grande appassionato di biografie o autobiografie, adoro la voce fuori campo nei film e mi capita spesso di passare il tempo cliccando su “una voce a caso” di Wikipedia; ci sono un po’ troppi asteroidi o comuni della Borgogna ma alla fine si trova sempre qualche cosa interessante da leggere. Ecco alcune cose alle quali mi sono appassionato mentre scrivevo il disco: i documentari di Patricio Guzmàn, da vedere “Nostalgia de la luz” (è sua la voce campionata all’inizio del disco); Massimo Troisi, ho fatto una mia personale maratona cinematografica; dopo tanti anni ho riletto Andrea G. Pinketts (che fine ha fatto?), “Nonostante Clizia” per me è un classico; tutta la fantascienza e i B-movies in genere passando per tutta la musica space-disco, horror-disco, etc.; i mixtapes del Typhoon con Beppe Loda.


Qual è la venue ideale che sogni per un tuo live?

Ovviamente la spiaggia. A Toronto ogni domenica d’estate c’è sempre una festa in una spiaggia che si chiama Cherry Beach. Il Cherry Beach Sunday è un appuntamento fisso per un sacco di gente. Mettono un sound system in spiaggia, la gente si porta la birra (ma non lo si dice a nessuno) e si passa il pomeriggio a nuotare nel gelido lago Ontario e a ballare. È un posto assurdo, a volte capitava che a mettere dischi ci fosse Deadmau5, senza maschera ovviamente e in infradito! Ecco, quella sarebbe la situazione ideale.

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