Brunori S.A.S: "Vi racconto il mio nuovo disco "Vol. 3" Intervista

Il 4 febbraio uscirà Vol. 3 - Il cammino di Santiago in taxi, terzo album della Brunori SAS. Per scoprire qualcosa di più sull'album abbiamo intervistato Dario Brunori e il produttore Taketo Gohara, che ha registrato il disco in un convento in Calabria.Il 4 febbraio uscirà "Vol. 3 - Il cammino di Santiago in taxi", terzo album della Brunori SAS. Per scoprire qualcosa di più sull'album abbiamo intervistato Dario Brunori e il produttore Taketo Gohara, che ha registrato il disco in un convento in Calabria.
23/12/2013 di Sandro Giorello e Marco Villa

Il 4 febbraio uscirà "Vol. 3 - Il cammino di Santiago in taxi", terzo album della Brunori SAS. Per scoprire qualcosa di più sull'album abbiamo intervistato Dario Brunori e il produttore Taketo Gohara, che ha registrato il disco in un convento in Calabria.

 

Quando hai pubblicato su Facebook l'annuncio dell'uscita del disco hai raccolto in pochi minuti tantissimi like e condivisioni. Questa cosa ti fa sentire sotto pressione?
Brunori: No, sotto pressione no, anzi, sono felice, perché in questo periodo ho ignorato i social network e mi sembrava strano ricevere questa accoglienza proprio lì. Sono felice che ci sia un po' di attesa, ma non mi sento sotto pressione.

Cosa ti aspetti da questo album?
Brunori: Mi aspetto ovviamente che la gente si renda conto del capolavoro che è (ridono, NdA) e che i "Mi piace" si moltiplichino e diventino almeno cinque volte quelli attuali, questo mi aspetto.

Tre cose che ci sono in questo disco e che non c'erano nel precedente.
Brunori: Rispetto al precedente, questo disco lo trovo più corale, meno da cantautore e più da band. Ci sono molti episodi più asciutti e improntati sul piano-voce, ma si sente molto l'atmosfera da gruppo. Con "Vol. 2" la canzone veniva da me e poi si faceva l'arrangiamento con musicisti "esterni". Questa volta il disco l'abbiamo fatto noi sei, quelli che vanno in giro a fare i concerti e l'abbiamo già pensato nell'ottica dei live. A livello di testi ho recuperato un aspetto di introversione. Il secondo album era un po' alla finestra, in questo invece guardo più dentro di me.

Infatti in copertina c'è la tua faccia.
B: Ovviamente tra le varie copertine, quando abbiamo visto quella abbiamo subito deciso, vista la bellezza del soggetto (ridono, NdR). In realtà la scelta non è stata semplicissima, perché c'erano un sacco di elementi legati al disco, a cominciare dal fatto che è stato registrato nel convento di Belmonte, in Calabria, ma non riuscivamo a trovare l'atmosfera giusta nelle foto dell'allestimento. Il contenuto del disco invece c'è in quella immagine, in quella faccia che è un richiamo al "Vol. 1": là c'era il faccione di un bambino, qui c'è il faccione di Brunori all'età che ha oggi.


Ecco, il convento. Perché avete scelto di andare lì?
B: In linea di massima l'idea era quella di andare fuori dallo studio di registrazione. Io ho sempre registrato in qualche modo in casa, ma non con piacevolezza, per colpa dei ritmi e della modalità. Questa volta volevo che la cosa fosse molto rilassata, che ci permettesse di dire: "ok, stiamo mangiando insieme, dopo cena ci va di suonare, saliamo, suoniamo, premiamo rec e quel che viene fuori viene fuori.

Non è costoso affittarsi un convento per tutti quei giorni?
B: Diciamo che rispetto al passato la produzione ha avuto un peso maggiore, però ci siamo riusciti grazie al fatto di avere trovato delle soluzioni in loco. Avevo fatto un concerto in questo ex convento, gestito da vecchi amici del liceo che organizzano eventi con ristorazione, teatro, concerti. Mi hanno invitato a suonare e lì ho trovato un posto splendido, i giardini, la tranquillità. C'era anche la possibilità di usare questa chiesa, che non è nemmeno sconsacrata. Se volete vi mando il foglio Excel con tutti i costi di produzione.

Perfetto. Ci vuole trasparenza.
B: La trasparenza è fondamentale: mettiamo tutto su internet (ride, NdR)



Poveri cristi era una definizione chiara, si capiva da subito che il disco avrebbe trattato di storie non molto allegre, di persone sconfitte. "Il cammino di Santiago in Taxi" è meno diretto come titolo.
B: Penso che il titolo arrivi comunque, nel suo paradosso, lasciando però spazio all'interpretazione. Descrive le canzoni, ma descrive anche l'ambiente che le ha partorite, i pensieri che ho vissuto e il percorso che mi ha portato alla scrittura delle canzoni. È un titolo che parla delle canzoni, ma anche del Dario Brunori che le ha scritte.

È un Dario Brunori un po' pigro?
B: Più che la pigrizia, in un titolo come "Il cammino di Santiago in taxi" c'è il concetto di voler coniugare il percorso spirituale e il massimo comfort, un paradosso che mi sembra lo specchio dell'epoca in cui viviamo, ma anche della mia esperienza personale. L'anno scorso, finiti i concerti, ho cercato di fare tutta una serie di cose, percorsi, riflessioni, ma con grande smania: volevo subito arrivare al sodo, non avevo considerato la pazienza necessaria per certe cose e quindi in questo senso "Il cammino di Santiago in taxi" rappresenta il mondo intorno e anche il mio mondo interno.

Hai registrato il disco con Taketo Gohara: cosa cambia rispetto a registrare un album da soli?
B:
Cambia moltissimo dal punto di vista dell'ansia e con Taketo è andata alla grandissima. Non mai avuto la figura di un produttore artistico che si prendesse la responsabilità delle scelte. È una cosa fondamentale per farti fare bene le altre cose e per darti quella porzione di relax che è necessaria. Le registrazioni dell'altro album non le ho vissute con grande piacere, perché quando hai il delirio di onnipotenza e decidi di voler fare tutto, ti pigli una buona dose di ansie, che questa volta mi sono tranquillamente risparmiato. È stata un'esperienza dieci volte più bella.

Quindi hai fatto proprio il musicista che registra.
B:
Si, non ho assolutamente messo mano alla parte tecnica. A livello di produzione artistica ho dato un'impronta iniziale, che è comunque mutata passando attraverso i provini, le prove con i ragazzi e le registrazioni in chiesa.
Rispetto al passato però ho mollato più il timone, fidandomi e affidandomi e devo dire che ho fatto bene.

Taketo, cosa ti è arrivato in mano la prima volta?
Taketo:
Dario lo sa bene, io gli avevo detto che poteva già pubblicare i provini. Erano già bellissimi, suonavano anche bene.
B: Allora che ti ho pagato a fare? (ridono, NdR)

L'hai pagato anche per dire questa cosa
D:
Esatto (ride, NdR)
T: No, ma veramente, si vede che è uno che lavora in studio, ha esperienza da produttore. I provini erano in uno stato avanzatissimo.



C'erano già molti strumenti?
T:
Sì, i primi erano tutti suonati da lui, poi c'è stato un secondo momento in cui si sono trovati in sala prove e hanno iniziato a cambiare e risuonare gli arrangiamenti. Le fondamenta c'erano già tutte.

Cosa ti ha colpito dai provini?
T:
A me piaceva l'istinto, ho trovato Brunori una persona molto istintiva, con delle emozioni. Quindi ho deciso di prendere sempre la take più emozionante, non quella più intonata. Fin da subito abbiamo capito che fare il disco e non con gli strumenti separati avrebbe aiutato a fotografare più la realtà di quel momento e della canzone. I pezzi che sentirete sono stati suonati così, c'è davvero poco lavoro di post-produzione.

Sei un produttore molto presente, invasivo, si sente la tua presenza?
T:
Per niente, spero di non esserlo mai. I produttori che mi sono sempre piaciuti sono quelli che fanno emergere il bello di un artista e non di se stessi.

Parliamo dei testi. Parlando con alcuni produttori e ci hanno dato risposte diverse su come si pongono nei confronti dei testi delle canzoni. Alcuni partono dai testi, altri dalla band e dalle idee che vogliono trasmettere. Taketo, tu come ti poni in questo senso?
T:
I testi di Dario mi hanno colpito tantissimo dai primi provini, ma non solo questo. Io non parto mai da una cosa sola, dalla musica, dalla melodia, dalla struttura, dalla band. Con Dario in particolare non ho messo bocca sul testo. Nemmeno per alcuni “voglio” detti con accento calabrese. Questo disco è una cosa vera, lo sentirete: non c’è niente di artefatto. Io non ho uno schema di lavoro, anzi, se ce l’avessi probabilmente cambierei lavoro. Con ogni artista hai uno schema diverso e con Dario la prima cosa che ci siamo detti è che avremmo dovuto fotografare la sua energia. Lui è un vulcano, dovreste vedere come registra: sembra che stia facendo un live... Non è come quelli che prima di registrare si preparano, fanno riscalmento, si posizionano bene il testo sul leggio, la bottiglia d'acqua a lato, si mettono gli occhiali e incominciano a suonare, lui arriva lì e sembra che stia facendo un live per mille persone.
B: Questo è perché sono un megalomane, mi devo sempre immaginare un pubblico davanti. Come quando ero bambino e cantavo davanti allo specchio del bagno. L’idea è che ci siano sempre migliaia di persone davanti.


E tu avevi le vecchine che dicevano il rosario.
B:
Esatto, abbiamo reclutato delle donnine lì.

Pubblico molto difficile…
B:
Una élite difficile da scardinare.

Ci sono ospiti nell’album?
B:
L’ospite principale è Mammarella SAS, ovvero mia madre, che ha fatto dei vocalizzi straordinari su un pezzo. Poi in un paio di brani abbiamo fatto dei cori alla I’m from Barcelona, con tutte le persone che erano lì: si erano accodate per mangiare, per vivere questo clima da comune anni ‘70 e a un certo punto le abbiamo fatte lavorare. Quindi nessun ospite: siamo solo noi e gli amici che sono stati accreditati come coro circense.



C’è uno strumento che si è imposto sugli altri?
B:
Abbiamo inserito strumenti che non c’erano in passato, come due batterie a pad, elettroniche, una suonata dal batterista Massimo Palermo e una da Simona Marrazzo. C’è anche un vibrafono suonato da Mirko Onofrio, che è entrato in punta di piedi, ma lo trovate in tanti brani. Poi sintetizzatori, che in passato abbiamo usato solo come colore e che in questo disco ci sono per davvero. Un bel parco tastiere, come si è visto dalla foto che ho pubblicato su internet. C’è il basso, quello vero, mentre in precedenza magari c’era Dario Della Rossa che suonava il piano bass. Adesso invece il basso l’ha suonato Stefano Amato.

Tutte queste decisioni sono state prese prima di arrivare in convento o con Taketo?
B:
Queste decisioni sono state prese durante le prove, prima di iniziare a registrare. Ad esempio volevo che gli strumenti con cui provavamo fossero gli stessi con cui avremmo poi registrato il disco. Quindi ci siamo chiusi in uno studio abbastanza grande da poter accogliere tutta l’attrezzatura, per poi arrivare in studio e lasciare a Taketo lo spazio per dire “questo sì, questo no”.

Per registrare avete usato lo stesso studio mobile utilizzato da Capossela per "Marinai, profeti e balene". Il suo fantasma l’avete sentito?
B:
Un fantasma c’è stato, ma non so se fosse quello di Capossela. Nei giorni finali è nata l’idea che ci fosse un fantasma in studio. Mi sono scaricato anche un’app che si chiama Ghost Radar che permette non solo di visualizzare il fantasma, ma anche di interpretare quello che ti dice: erano tutte frasi orribili sulla qualità delle canzoni. Era un fantasma con poco gusto musicale.

O con grande gusto musicale.
B:
Vabbè, questo dipende dai punti di vista. Maledetti.



Ci descrivete una giornata tipo durante le registrazioni?
B:
Siccome conoscevamo ancora poco Taketo, il primo giorno ci siamo detti “è giapponese, non facciamo brutte figure”, quindi abbiamo puntato la sveglia alle 8e30, ma poi lui si è ribellato.
T: alle 9 in studio, peggio degli svizzeri. In Calabria, nel profondo Belmonte calabro, eravamo in studio alle 9.
B: poi pian piano la realtà ha avuto il sopravvento e quindi si iniziava con molta calma in tarda mattinata e si è lavorato soprattutto di pomeriggio e anche molte serate. Abbiamo avuto quindici giorni a disposizione, siamo arrivati già abbastanza preparati e il grosso l’abbiamo fatto nei primi sette giorni. Poi c’è stato anche il tempo per attività ricreative, perché Taketo ha imposto non dico il “buona la prima”, ma il “buona la seconda” sì. A volte, quando andavamo troppo oltre, ci diceva: “no, qui siete stati troppo professionisti” e ci bloccava (ride, NdR), quindi molta roba l’abbiamo registrata nella prima settimana.

Quindi hai preso un produttore per farti dire: “alzati più tardi e buona la prima”.
B:
Infatti… lui l’ha definita “attitudine alla produzione”, ma secondo noi voleva sbrigarsela il prima possibile.

Il disco l’avete fatto quasi tutto nella prima settimana, nella seconda cosa avete fatto?
T:
Mangiato, mangiato, mangiato.

Dario, ci spieghi in che modo è entrata la Sony come distributore del disco?
B:
È entrata dopo, perché come sempre abbiamo provato a lavorare mantenendo una certa autonomia, per poi tenerci il tempo di cercare eventuali interlocutori. Sony si occuperà della distribuzione ed è stata una scelta che ha seguito prevalentemente Matteo Zanobini (socio di Brunori in Picicca Dischi, NdR) e ovviamente risponde all’esigenza di avere una diffusione maggiore del disco. Tutto qui, non c’è stato un dialogo prima, il disco l’hanno sentito finito. Secondo me è un periodo in cui etichette più piccole più grandi, che si sono sempre confrontate, si trovano maggiormente. Evidentemente quello che abbiamo fatto come Picicca è piaciuto e a quel punto i contatti si sono creati naturalmente. È un paradigma che ha già funzionato con La Tempesta, ad esempio. Insomma, noi cerchiamo loro perché ci aiutano a fare qualcosa che non potremmo fare da soli, mentre loro cercano noi perché facciamo un lavoro di scouting, abbiamo uno sguardo privilegiato su una realtà.

Chiudiamo così: una frase per convincere le persone a comprare questo disco.
Brunori:
Addirittura a comprarlo? Mi sembra molto difficoltoso… avrei bisogno di un giorno per pensarci. Per realizzare uno spot ho bisogno di tempo.

Quindi il “Tour senza baffi” era una cosa pensata da anni…
Brunori:
il “Tour senza baffi” l’ho partorito dopo sei mesi di riflessione, quindi datemi tempo. Facciamo così: “Comprate il disco di Brunori sulla fiducia, nel frattempo farò uno slogan per convincervi a comprarlo”.

Commenti (1)

  • DistortedGhost 31/01/2014 ore 13:12 @DistortedGhost

    cacchio che servizio ! si vede che c'e' una SAS dietro......

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