Creare le cose a modo nostro: ascolta il nuovo album dei Bud Spencer Blues Explosion e leggi l'intervista Intervista

Bud Spencer Blues Explosion (tutte le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)Bud Spencer Blues Explosion (tutte le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)
23/03/2018 di

Oggi è uscito "Vivi Muori Blues Ripeti" (La Tempesta Dischi), il nuovo album dei Bud Spencer Blues Explosion che arriva a quattro anni di distanza dall'ultimo "BSB3", e Adriano Viterbini, membro del duo insieme a Cesare Petulicchio, ce lo racconta in questa intervista.

 

Facciamo un riassunto di dove eravamo arrivati prima di questo disco. Quattro anni fa è uscito il terzo album, in questi anni Cesare ha suonato con Motta, tu hai fatto uscire il tuo secondo disco solista, hai suonato live con Bombino, i TARM e Nic Cester...
E Rokia Traoré e Emma Marrone.

Vero, dimenticavo! In più mi pare di averti visto a... Era già Propaganda Live?
Farò un'ospitata a Propaganda ma ho suonato un paio di volte a Gazebo.

Mi sono perso qualcosa? Stai dimostrando che si può vivere di musica.
Beh guarda, è proprio un'esigenza, quello che faccio è una necessità. Ho iniziato a suonare la chitarra perché volevo esplorare diversi mondi e poi, ti dico la verità, il mio maestro è sempre stato Ry Cooder, quindi ho lui come riferimento e cercare di suonare con artisti da cui posso imparare dà un senso alla mia vita. Tutte questo esperienze poi le riportiamo nei Bud.

Questo disco invece quando l'hai scritto, e con quali intenzioni?
Abbiamo iniziato a lavorare su questo disco un anno e mezzo fa, ci siamo rivisti con Cesare in sala alla ricerca di quell'eccitazione che ci ha permesso di tornare all'inizio, la stessa di quando avevamo 20 anni e quindi, solo quando abbiamo scoperto alcune modalità musicali che più ci appassionavano, abbiamo pensato di poterle registrare. Tutto il resto è stato un processo alla ricerca di quel tipo di emozione, però ecco, abbiamo registrato moltissimo materiale, 20 canzoni di cui ne abbiamo scelte 10.

Quindi alla fine di tutto il processo, le intenzioni sono state rispettate, si è creata quell'alchimia che speravate di trovare.
Sì, una cosa fondamentale per noi è ritrovare la condizione e l'habitat ideale per poter creare le cose a modo nostro. Ti faccio un esempio, io sono cresciuto musicalmente in un garage, sotto casa dei miei, pieno di poster, di strumenti, di cose molto disordinate: ecco, ho cercato di ritrovare quella modalità di lavoro lì nella sala dove siamo adesso che siamo più grandi, anche proprio con la musica che siamo tornati a registrare, tantissimo materiale e tantissima jam session, così, per emozionarci.

Lasciare il nastro che va...
Esatto, per emozionarci e divertirci a suonare. Il lavoro fondamentale è stato riascoltare. Quando riascolti tanto materiale, poi lì devi scegliere le cose che ti piacciono di più e quelle che puoi lasciare indietro: è stato più o meno lo stesso processo di quando eravamo ragazzini, insomma.

Questa era la fase di pre-produzione giusto?
Questa è stata la fase di pre-produzione che ci ha portati ad avere materiale da registrare.

E poi? Dov'è stato registrato? Quando? Avete curato voi la produzione? Raccontami un po' com’è andata.
Abbiamo scelto un produttore artistico, che è Marco Fasolo, cantante dei Jennifer Gentle e bravissimo produttore con cui ho lavorato in un paio di dischi, uno mio e un altro che sarà una sorpresa. Forse per la prima volta ci siamo messi completamente nelle mani di un'altra persona a tutto tondo, perché lui ha una modalità di registrazione diversa da quella che va oggi, cioè totalmente analogica, senza computer, con un registratore Otari a 8 tracce super, una sala grande per ottenere il riverbero e due musicisti che si presume che debbano saper suonare per fare 3 take a brano che possano essere convincenti e si possa scegliere la traccia giusta da mettere sull'album, senza andare a finire alle calende greche ma mantenendo una tempistica reale giusta di 20 giorni/un mese per registrare 10 brani.

Quindi è stata anche molto veloce.
Beh, veloce non è mai, è stato giusto, per i tempi d'oggi. Sappiamo poi che nella storia della musica sono stati fatti dischi in 3 giorni che sono diventati delle colonne portanti, come dischi più elaborati che sono comunque pregevoli. Per noi è stata una bellissima esperienza e il disco risente completamente di quella immediatezza e di quella verità, perché registrando in analogico non puoi essere nient'altro che te stesso, non ci sono artifici, non li puoi fare.

Devo farvi i complimenti perché il suono è molto compatto durante tutto il disco, nonostante ci siano molte sfumature.
Grande, sono contento, bene bene.

La resa della chitarra col fuzz veramente bellissima.
Grazie, il fuzz spacca, sì.

Questo suono molto compatto con delle sfumature ma molto simile su tutta la durata è quello che cercavate?
Sì, assolutamente, e poi per ottenerlo c'è un trucchetto tutto nostro, è un segreto (ride ndr).

Come stavi dicendo prima, in generale i riferimenti sono sempre quelli di base del vostro suono che, più o meno, stanno nel blues rock, ma ce ne sono tanto altri, partendo dai progetti con cui hai collaborato: sento molte melodie africane, un po' di Sud America, molto degli anni Sessanta, sono citazioni che hai cercato e voluto o sono esperienze che poi sono entrate nel tuo lessico?
La cosa fondamentale è che volevo fare un disco che fosse estremamente contemporaneo, con quegli ingredienti che per me sono originali oggi. Volevo fare un disco che potesse essere comunque competitivo con quello che ascoltiamo che arriva dall'estero, con i musicisti e gruppi che non sono solamente italiani. Sono certo che siamo riusciti in questo intento, è inevitabile unire tutte le cose, abbiamo semplicemente registrato tutto ciò che avremmo voluto ascoltare. Ci piacciono tante cose, che poi più o meno sono sempre le stesse, però magari ogni 3 o 4 anni se ne aggiunge una che diventa più interessante delle altre sulla quale investiamo, e cerchiamo di riportarla nel nostro linguaggio e soprattutto in una chiave che possa essere sempre fresca: a noi interessa fare musica sempre fresca, che attinge dal passato buono però suonata per la gente di oggi.

La vostra discografia nel complesso si è evoluta e in quest'ultimo album non c'è nemmeno una strumentale, sono tutte canzoni con strofa ecc. Come mai c'è stata questa svolta pian piano, è stata voluta?
A noi piace ascoltare delle canzoni, le cose strumentali le ho sperimentate nei miei dischi da solo, e dal vivo abbiamo sempre tanto spazio per poter improvvisare. Noi crediamo che sia giusto fare ascoltare alle persone qualcosa che possa avere un che di particolare: la magia di una canzone è una cosa che ci ha sempre interessato tanto e ad esempio abbiamo collaborato per i testi con degli artisti che stimiamo tantissimo, c'è Umberto Maria Giardini, c'è Davide Toffolo, c'è Andrea degli Otto Ohm che hanno scritto per noi ad hoc dei testi che rendono il tutto su un altro livello.

Siete partiti dalle strumentali? Avete dato loro le strumentali già pronte, com'è stato il processo?
Noi abbiamo scritto la canzone, scritto la melodia, scritto parte dei testi, poi abbiamo cercato di aggiungere la magia chiedendo aiuto a questi amici che una volta chiamati hanno risposto immediatamente.

Passando a questo tipo di canzone è aumentata esponenzialmente l'importanza dei riff e degli hook, che restano quindi ancora di più se vogliamo la bandiera del vostro suono nei nuovi pezzi, con un ruolo maggiore della componente ritmica e di accompagnamento della chitarra.
Mah, i riff ce li abbiamo sempre avuti, ci vengono proprio spontanei, è e rimarrà sempre una costante della nostra alchimia, il cercare di far viaggiare una canzone sopra ad un riff, sopra a qualcosa di eccitante e ritmico: è proprio quello che cerchiamo e che ci fa vibrare. Fare diventare questo una canzone è il divertimento con cui ci piace giocare quando siamo in studio.

Oggi esce il disco e tra una settimana sarete in tour  senza nemmeno un giro per i principali negozi di musica, anche per firmacopie. Come mai questa scelta?
Ci sembra la cosa pià sensata per noi, più immediata. Poi gli instore sono sempre un po' più "complicati", dobbiamo adattarci a suonare con volumi diversi da quelli a cui siamo abituati, magari dobbiamo suonare in situazioni ridotte, unplugged, mentre noi se vogliamo presentare l'album vogliamo presentarlo per bene, non penso avrebbe senso una situazione acustica. Magari avrebbe avuto più senso solo un giro di firmacopie e basta, ma in questa fase ci sentiamo più a nostro agio ad andare a suonare.

Come accoglierà la fanbase il vostro disco?
Beh, secondo me benissimo, perchè è il disco più bello che abbiamo fatto (ride ndr). Spacca, è fuori di dubbio!

Ti faccio però una provocazione, data questa evoluzione nella forma dei vostri pezzi: rimpiangeranno le svisate strumentali oppure abbonderete dal vivo in assoli per colmare tutti quelli che non ci sono?
Ogni disco è differente ma noi restiamo noi, dal vivo succede la magia che è sempre successa e quello è fuori discussione, perché altrimenti nemmeno suoneremmo, soprattutto se non avessimo la possibilità di utilizzare i brani come veicoli per l'espressione. Non facciamo di certo musica classica seguendo rigidamente uno spartito.

Ma cos'è la vostra fanbase? Come si è evoluta? Se permetti voi siete stati una specie di anomalia, coinvolgendo un pubblico da una parte indipendente ma anche differente da quello della musica delle chitarre, con una soluzione che resta molto tecnica ma aperta alla fruizione di molti. Facendo il punto su questi anni di attività pensi sia stata una soluzione vincente?
A me sembra che le cose ultimamente siano cambiate tantissimo da quando abbiamo cominciato, che poi in realtà non è nemmeno tanto tempo fa. Io mi fido sempre tanto della musica: secondo me la musica è la cosa che vince, vince una bella canzone, vince una bella performance, al di là dell'essere più o meno ammiccante su come scrivi oppure moderno su questi social oppure anche a come vieni percepito. Io non riesco a pensare a quello che facciamo in termini immediati, ci penserò quando sarò grande, quando avrò 90 anni e mi guarderò indietro: quello avrà senso per me.

Anche guardando nel breve, comunque, siete stati tra i primi a portare un tipo di musica a così alto livello tecnico ad un pubblico di non addetti.
Probabilmente abbiamo fatto più che altro quello che ci veniva spontaneo, e siamo stati fortunati che la nostra proposta abbia avuto già dall'inizio un'eccitazione particolare, probabilmente perché prima non era ancora capitato che nel mondo alternativo si suonasse del blues o comunque con quelle radici. In Italia nel mondo alternativo c'era una tradizione legata al punk, all'hardcore e ad altri generi, mentre noi siamo stati i primi a suonare con quell'attitudine blues. Oltre a questo penso che abbia colpito il fatto che eravamo un duo; prima di noi c'erano stati solo i Lombroso e quando abbiamo suonato davanti a tantissima gente, come al Primo Maggio quando abbiamo vinto il contest, abbiamo fatto una specie di jam session e secondo me in quel momento lì, nel 2009 che è pochi anni fa, ancora c'era bisogno di vedere gente che si divertiva sul palco e non solamente cantautori lamentosi. Oggi non so che succederà però sono super curioso.

Certo che è bello sentirti dire "nel 2009 che è pochi anni fa". Si sente proprio una grande spinta positiva verso il futuro.
Avoja! Ma per forza poi, noi che facciamo questo lavoro qui dobbiamo proprio essere così, se pensi solo all'immediato hai sbagliato lavoro!

A proposito di futuro, vedo che oggi uscite voi con il vostro nuovo lavoro ma anche Jack White con il suo.
Evvai! (ride ndr).

E quindi propongo anche a te, così come ha fatto Luca Valtorta dalle pagine di Repubblica a Jack White, di fare una riflessione sullo stato della chitarra elettrica, una domanda da cui in questi tempi non si scappa per i chitarristi. Si parla molto di morte della chitarra elettrica, della Gibson in difficoltà, tu come la vedi?
Ti dico la sincera verità: io ultimamente ho visto dei chitarristi incredibli, che mi piacciono un sacco e con nuove proposte. Per farti qualche esempio esempio St. Vincent, Mac DeMarco, Marco Fasolo dei Jennifer Gentle, i Tinariwen e il loro utilizzo delle chitarre... Probabilmente per me parte del futuro della chitarra sta nella musica africana e nella modalità dell'utilizzo della chitarra. Negli ultimi 40 anni, o almeno da quando c'è quella elettrica, la chitarra è sempre stato lo strumento solista per eccellenza, mentre probabilmente l'uso della chitarra da accompagnamento è un campo che non è ancora stato esplorato quanto si potrebbe. Per esempio, andare a riscoprire Curtis Mayfield nel ruolo di incredibile chitarrista, proprio perchè sapeva suonare miliardi di note ma ne suonava poche, e solo quelle giuste, in un modo che io non ho mai sentito fare a nessun altro tranne che a Ry Cooder in alcuni momenti. La chitarra sta trovando quindi una sua nuova collocazione nel "grande supermercato", magari ha annoiato la grande massa ma è uno strumento ancora super eccitante, probabilmente il più immediato... Vabbè ma poi io ne sono innamorato quindi non faccio testo.

Comunque se ci pensi è paradossale questa crisi della chitarra in un momento in cui ci sono risorse didattiche, video su YouTube e possibilità di ascoltare su Spotify tutte le musiche del mondo.. Alla fine un mondo del tutto diverso da quello in cui tu hai iniziato ad approcciarti allo strumento, non trovi?
Eh sì… Pensa che da ragazzino avevo così tanta voglia di studiare delle parti di chitarra che me ne andavo a Roma dai Castelli Romani dove abitavo, non avevo manco una lira e così entravo dentro alla Ricordi e mi copiavo con la matita i tabulati per poterli poi studiare. Adesso siamo fortunatissimi per quanto riguarda la quantità del materiale a disposizione, però per me deve essere sempre la curiosità il motore, se non la stimoli non diventi qualcuno. Secondo me per essere più bravo degli altri non devi solamente saper fare delle cose, ma devi sapere di più e sapere profondamente. Non basta aver accesso a miliardi di canzoni su Spotify, ma bisogna chiedersi: quanti sono i pezzi che io conosco più approfonditamente degli altri e ho fatto miei? Ho ancora la curiosità di andare a cercare la musica che adesso nessuno ascolterebbe? Ho ancora la curiosità di andarmene magari in Calabria a registrare due vecchietti che suonano la chitarra oppure no? Sono queste le cose che mi spingono e mi interessano e dalle quali trovo ispirazione. Poi oh, non lo dire a nessuno che sono segreti miei (ride ndr).

Pensi che in questo momento di progetti prettamente in studio la vostra esperienza di band, e di band rock in particolare, con gli strumenti e le chitarre, possa essere di esempio per qualcuno?
Penso che noi siamo uno dei tanti gruppi del mondo però con la nostra magia, una magia che sta nel saperci descrivere in questo modo, nel saper ritrovare quelle premesse iniziali che ci hanno spinto a prendere questa vita meravigliosa di cui sono veramente orgoglioso. E poi, partendo da qui, io vedo questa come un'esperienza in salita, sempre con possibilità di migliorare, di dare sempre di più, di farci ascoltare da più persone, un'avventura in salita. Che poi l'attitudine al confronto la porto anche nel mio lavoro solista in cui mi trovo a confrontarmi col mondo intero. Più che la nostra esperienza spero che sia questa magia che possa magari incendiare qualche ragazzino e fargli venir voglia di vivere con la musica, che è una figata pazzesca. Certo, ci vuole fortuna e tanta determinazione, però ne vale la pena perché è un sogno incredibile.

Dopo questi segreti, lasciaci con un consiglio per gli ascolti. Oltre al vostro disco, ovviamente.
Ah, sono troppi gli ascolti, aspetta: un disco che ho ascoltato molto quest'anno è l'ultimo disco di Jim James, dove non c'è chitarra tra l'altro! (ride)

Tag: nuovo album intervista

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