Il furgone deiBull Brigade ha ripreso a macinare chilometri. Il tour di presentazione di Perchè non si sa mai – uscito il 13 febbraio 2026 per Motorcity Produzioni: è il quarto album in studio della band – è iniziato venerdì 6 marzo dalla casa base: Torino. Nuova agenzia di booking, Barley Arts, stessa attitudine street marcata ed identitaria. Il disco è in continuità con il precedente disco in studio, ma si arricchisce di un vero e proprio lavoro di produzione grazie alla collaborazione artistica con Andrea Tripodi. Un bel disco, potente e con testi come sempre super interessanti. Un disco che pare essere pensato per rendere live.Claver Gold, Giancane, Willy Peyote e i Fast Animals e Slow Kids sono le collaborazioni di un disco coraggioso e capace di sperimentare pur stando nel solco della vita da punk band dei Bull Brigade.
I dischi vanno ascoltati, i live vissuti (andate a vederveli presto), ma si può capire un pò più della musica dialogando con i protagonisti. Eugenio, voce e autore dei testi della band torinese, si è seduto al bancone del pub con me. Questo il risultato.

Perchè non si sa mai è un disco coraggioso. Tenete assieme la vostra storia con tante altre cose, anche artistiche come la scelta della voce e delle chitarre, le due cose che giocano in maniera interessante nel disco. Come l’avete maturato?
In realtà non ci siamo mai dati una linea guida precisa su come scrivere o arrangiare i pezzi. Anche in questo disco, come nei precedenti dei Bull Brigade, siamo stati molto istintivi. Abbiamo raccontato quelli che erano i nostri stati d’animo e da lì sono nate le atmosfere dei brani. La differenza vera, rispetto al passato, è che nel frattempo sono passati gli anni. È cambiata la nostra anagrafica e questo inevitabilmente entra anche nella musica. Io ho 45 anni: non posso più ritenermi parte di quelle sottoculture giovanili da cui provengo nello stesso modo in cui lo facevo a vent’anni. Le sottoculture giovanili si chiamano così per un motivo. A una certa età cambiano le priorità, cambiano le responsabilità, cambia il modo di stare al mondo. Non passi più le giornate in strada con la crew come quando eri ragazzino.
Cosa è cambiato rispetto al passato?
Credo che questo disco abbia delle sonorità molto coerenti con il percorso che i Bull Brigade hanno fatto negli anni. Cambiano anche le cose che hai voglia di dire quando sali su un palco e prendi in mano un microfono. Noi abbiamo sempre cercato di essere credibili rispetto a quello che siamo davvero quando andiamo sopra e diciamo certe cose.
E le collaborazioni, come sono nate?
Sono nate in maniera abbastanza naturale. Claver Gold e Giancane li abbiamo conosciuti ai festival dove abbiamo condiviso il palco. Con Willie Peyote, invece, è andata in modo diverso: era venuto a sentirci a un nostro concerto a Perugia. Da lì è nata l’idea un po’ folle di chiedergli se gli andava di fare una collaborazione. In fondo è stato anche abbastanza naturale: lui è un rapper torinese, noi siamo una band torinese. Abbiamo calpestato gli stessi pezzi di città. Si trattava semplicemente di portare i Bull Brigade a un livello tale da poter giustificare una richiesta del genere. Quando glielo abbiamo chiesto ha accettato subito, con grande entusiasmo.
Che disco è questo?
Un disco politico perché umano, umano perché politico. La tua scrittura resta incisiva… mi immagino anche perché racconti ciò che vivi e ciò che vedi, non dall’alto di un palco ma nelle strade della città, nella fabbrica, nel lavoro quotidiano. Secondo me non è necessario sventolare una bandiera per fare politica. Una persona fa politica anche quando parla in modo critico dei propri stati d’animo o delle difficoltà della vita che è costretta a vivere nel luogo in cui vive.
Dove si posa il vostro sguardo questa volta?
Nel nostro caso entra in gioco moltissimo Torino. Nella prima metà della vita dei Bull Brigade la Torino hardcore degli anni Novanta era quasi un sogno, qualcosa da ostentare. Pensavi ai mostri sacri di quella scena e volevi dire: ci siamo anche noi, facciamo anche noi parte di questa storia. Con il tempo però cambia lo sguardo. Inizi a viaggiare, a vedere altre realtà, e capisci che su cinque membri della band tutti e cinque hanno entrambi i genitori che hanno lavorato in Fiat o nell’indotto Fiat. Le nostre infanzie sono state scandite dalla sveglia dei turni, da quella frenesia della grande fabbrica. Questa cosa ti entra dentro e ti resta addosso. Anche adesso che la grande fabbrica non esiste più e l’indotto è quasi sparito, mentre la città cerca di capire in che direzione deve andare. Noi che siamo stati bambini negli anni Ottanta abbiamo dentro questa consapevolezza: quella di un meccanismo che non si ferma mai. E poi ti chiedi cosa ti ha lasciato davvero in mano.

La musica oggi in Italia non è un posto facile per una band come i Bull Brigade eppure a poco a poco ci state entrando senza perdere voi stessi. Come si sta? Cosa ti piace della scena punk in cui affondate la vostra storia?
L’Italia non è un posto facile per chi fa questo lavoro. Basta attraversare il confine con la Francia per vedere la differenza: lì esistono interventi pubblici per supportare gli artisti e la produzione culturale. Girando per l’Europa ci rendiamo conto che band francesi anche più piccole della nostra sono band di professionisti, gente che non deve fare altri lavori. Noi invece dal lunedì al venerdì siamo dentro l’ingranaggio del lavoro e poi nel weekend partiamo per suonare. Se vai in Germania trovi una cultura della musica live incredibile. In Spagna la scena punk ha un indotto molto più grande del nostro.
E come si campa?
Bisogna fare tanti sacrifici. Devi confrontarti con aziende che storcono il naso perché stai fuori casa nei weekend, dopo aver lavorato tutta la settimana. Privarti del riposo è un massacro. Però se ami davvero questa cosa, probabilmente staresti peggio a non farla. E della scena punk mi piace proprio questo: la dimensione di comunità, di condivisione. È una scena che continua a esistere perché le persone la tengono in piedi con passione.
Andrea Tripodi in studio che ruolo ha avuto?
Per questo disco volevamo lavorare per la prima volta con un produttore vero e proprio. Con Il fuoco non si è spento avevamo lavorato con Fabio Valente, ma in modo più informale. Fabio non è un produttore nel senso classico: è un amico con molta più esperienza di noi che ci ha aiutato a tirare fuori il meglio da quel disco. Con Andrea Tripodi volevamo fare un passo diverso. Lo abbiamo cercato a lungo perché ci piaceva il suo approccio ai suoni: lavora molto con suoni reali, non con quelle produzioni super moderne che alla fine suonano un po’ di plastica. Abbiamo lavorato a distanza, lui da Londra e noi dall’Italia. È stato un viaggio incredibile che ci ha arricchito molto, sia dal punto di vista tecnico che umano. Una delle cose più giuste che ci siano capitate durante la lavorazione di questo disco.

È un disco più da macchina, da casa o da concerto?
I Bull Brigade sono sempre stati una band che dà il meglio di sé dal vivo. Questo disco però ha una particolarità: è più lento rispetto ai precedenti, ha BPM più bassi. Quindi sarà interessante capire come funzionerà dal vivo e come riusciremo a comunicare con il pubblico a livello emotivo, perché per noi sarà qualcosa di nuovo. Allo stesso tempo è un disco che sto ascoltando tantissimo, soprattutto in macchina, e non mi stanca mai. Con i dischi precedenti non mi succedeva così spesso. Quindi direi che è anche un disco da viaggio. Vedremo alla fine del tour che tipo di vita prenderà davvero.
Una canzone: Sopra i Muri. Com’è nata? Perché?
Sopra i Muri nasce da un conflitto interiore che mi porto dietro da tempo. È il conflitto tra il me adulto e il me adolescente. Riguarda la rottura con tutti quegli schemi, quei dogmi e quelle certezze a cui da ragazzino giuravo fedeltà assoluta. Quando cresci e provi ad allargare un po’ il tuo orizzonte, a capire se la tua musica può parlare anche a persone diverse dal tuo giro, inevitabilmente ti trovi a fare i conti con te stesso. In quella canzone c’è proprio questa restituzione. Quando dico che ho rotto con certi schemi ma continuo comunque a fare questa musica, sto parlando di questo. Dentro quegli schemi continuo a rivedere il ragazzo che ero a vent’anni. È una specie di grido per dire: sì, alcune cose sono cambiate, ma in fondo continuo a essere quella persona lì.
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L'articolo Bull Brigade: "In Italia quelli come noi non campano di musica, ma se ami questa cosa non puoi non farla" di Andrea Cegna è apparso su Rockit.it il 2026-03-10 10:35:00

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