Zabrisky - C. S. Rivolta - Marghera (VE), 27-02-2002 Intervista

27/06/2002 di Massimiliano Cortivo

La loro squadra del cuore, il Venezia (in loro presenza usate però il termine Venezia Mestre, mi raccomando) non stava navigando in buone acque il giorno in cui li abbiamo incontrati, sempre più prossima alla serie B. Gli Zabrisky però non abbandoneranno mai i colori arancioneroverdi. Come dicono in un brano… non lasceranno mai la squadra camminare da sola.



Calcio e musica: da noi in Italia è un accostamento un po' inusuale. In Inghilterra no. Ed è proprio all'isola oltreManica che guarda la band mestrina.
Ci piacciono un sacco di cose dell'Inghilterra, la musica in primis, ovvio. Ma anche il cinema e il calcio.

Avete intitolato il vostro ultimo disco, edito da Srazz records, “Orangegreen”, proprio come i colori sociali del Venezia. Ma l'amore per la squadra della vostra città è così viscerale?
Diciamo che di fronte a titoli e a testi delle canzoni siamo sempre stati un po' imbarazzati. In genere preferiamo esprimerci con la musica. Quando è giunto il momento di cominciare, anche per renderci il lavoro più semplice, abbiamo scelto quindi di partire dalla cosa in cui credevamo maggiormente, il Venezia Mestre.

Ci sono molte influenze anglosassoni nel vostro lavoro. Avete dei punti fermi nella vostra discoteca?
Sì. I nostri riferimenti hanno una collocazione geografica e temporale ben precisa. Diciamo che il nostro periodo preferito è quello che va dal 1987 al 1992. E l'area è ovviamente quella inglese, anche se preferiamo le produzioni e gli artisti della zona di Manchester.

Idee chiare, non c'è che dire. Ma è così da sempre?
Abbiamo maturato questa consapevolezza con il tempo. Andando cioè a fare un lavoro filologico sui nostri gusti musicali: andando a ritroso. Tra i capisaldi della catena musicale abbiamo trovato i Velvet Underground.

Ascoltando “Orangegreen” non si può sbagliare: è il pop il vostro genere, no?
Il senso del pop varia geograficamente, non è così automatica l'etichetta. Il pop che viene suonato qui in Italia è altra cosa rispetto a quello americano o inglese. Noi ci sentiamo vicini a quest'ultimo. Tutti i generi pop comunque hanno una base comune e a quella aderiamo certamente anche noi: struttura ben definita, strofa ponte ritornello, melodia orecchiabile, molto cantato e uso abbastanza pulito delle chitarre. Quando parliamo di teoria del pop ci vengono subito in mente i Beatles e i Byrds.

Album breve ma concentrato. Quali sono state le maggiori difficoltà che avete incontrato in studio?
Sicuramente l'uso della lingua inglese. Ci teniamo molto a questo aspetto della nostra musica e investiamo molte energie nello studio linguistico. Non si può storpiare il testo, scadrebbe tutto.

Con l'italiano vi siete mai cimentati?
Qualche anno fa ci avevamo provato ma ci si siamo subito resi conto che non faceva per noi. Non sentivamo quella musica, quella forma espressiva, non c'è niente da fare. Probabilmente ascoltando le nostre canzoni si sente che siamo un gruppo italiano che canta in inglese ma crediamo sia meglio così. Fare cioè quello in cui crediamo. Il cuore è importante.

Siete sulla scena musicale già da 8 anni. Com'è cambiato il panorama secondo voi?
Sia localmente, nel Nord-est quindi, ma anche a livello nazionale, abbiamo visto sbocciare numerose band, anche di buon valore. Molti di questi gruppi riescono a coinvolgere molti spettatori nei rispettivi concerti. Ecco, questo è cambiato: un tempo c'era più divario tra i grandi gruppi e quelli piccoli. Ora il livello medio e la qualità si sono alzate.

Ascoltate musica italiana?
Pochissima, siamo sinceri.

Un nome.
Battiato.

Al cinema che o chi vi piace?
Ken Loach.

Altre forme artistiche?
Fumetti, forse. Andrea Pazienza su tutti, il cinismo di alcuni suoi personaggi è presente in certe nostre canzoni.

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