Calibro 35 - La malavita Intervista

I Calibro 35 tornano con Traditori di tutti. L'intervista di Diego Diegozilla CajelliI Calibro 35 tornano con "Traditori di tutti". L'intervista di Diego "Diegozilla" Cajelli
31/10/2013 di Diego "Diegozilla" Cajelli

Questo cielo grigio meriterebbe il suo posto d’onore sulla scala colori. Verde Veronese, Terra di Siena, Grigio Cielo di Milano il Lunedì Pomeriggio.
Un grigio favoloso nella sua tipicità meneghina. Caratteristico e riconoscibile tra mille. È facile amare Milano quando il cielo è azzurro e sei sui Navigli assieme ai turisti. Un po’ meno facile amare Milano qui, nella quasi periferia, su un vialone dritto verso la nebbia. Qui, dove il recupero industriale trasforma fabbriche e magazzini in studi, loft, dove il mattone operaio diventa un elemento di design e quel palazzo sventrato, domani, diventerà chissà cosa.
Incontro i Calibro 35 negli studi di Tommaso Colliva, sotto il cielo Grigio Milano il Lunedì Pomeriggio. Con lui ci sono Enrico Gabrielli, Fabio Rondanini e Massimo Martellotta. Io e i Calibro 35, in un certo senso, ci conosciamo bene. Io ascolto i loro dischi, e loro leggono i fumetti che scrivo. Conoscersi attraverso quello che si fa, per me è una bella sensazione, e credo lo sia anche per loro.
A legare le nostre produzioni, un contesto storico che ognuno di noi racconta in modo diverso: gli anni settanta.


Negli anni settanta, secondo molti, e secondo anche me, sono usciti i dischi migliori, i film migliori, i romanzi migliori, i fumetti migliori e le migliori trasmissioni tv. E’ un peso che si avverte a livello artistico?
Fabio: È un periodo talmente lontano che oramai è dato come perso. Mi ci avvicino come un fan e con grande rispetto.
Enrico: Secondo me dipende molto dalla città in cui si vive dal tipo di vita che si fa. Milano per esempio, a differenza di altre città italiane, non ci ha lasciato molte tracce degli anni settanta. È una domanda che mi sono posto anche io. Milano negli anni settanta era una città operaia, uno degli epicentri della vita industriale di questo paese e con un immaginario popolare molto differente da quello che c’è adesso. Un’identità dialettale e cittadina, quasi rionale. Milano, di quegli anni non ha più niente, al punto che mi trovo ad essere un archeologo quando mi metto a cercare qualcosa che ha a che fare con il passato di questo luogo. Milano ha vissuto una dicotomia molto violenta tra gli anni settanta e gli anni ottanta. Milano è anni 80.
Tommaso: Perché è stata la capitale vera di quel periodo.
Fabio: Forse gli anni 70 sono considerati così gloriosi perché dopo c’è stato il buio.
Tommaso: Vedere una golden age negli anni 70 è molto discutibile, anche musicalmente parlando. Per esempio io la vedrei cinque anni prima. L’Italia dopo la guerra, e per tutti gli anni 60, ha avuto una schiera di professionisti, musicisti, registi, attori, grafici, mobilieri eccetera che hanno imparato a fare molto bene un mestiere. Negli anni 70 questo insieme di competenze raggiunge un livello mainstream. Quelle capacità e quelle competenze si vedono nel cinema di genere, nella musica, nella televisione. Poi sono arrivati gli anni 80 che, banalmente, hanno piegato tutto alla pura commercializzazione. Negli anni 70 le professionalità erano ancora al servizio di un mondo che si vedeva artistico, ma non aveva ancora il peso che poi l’arte avrebbe preteso in seguito, per prendere le distanze dal commerciale nel senso più ampio.
Massimo: Sì vabbè, ma ‘sto peso lo sentiamo o non lo sentiamo?
Enrico: Io l’ho sentito tanto. Poi ci ho fatto i conti, e adesso gli anni 70 non sono più per me il periodo di riferimento.
Fabio: Io sento di più il peso del presente. Allora mi consolo pensando agli anni 70.
Massimo: Un peso in prospettiva ci può essere. Ciò che lasci a quelli che tra 30 anni diranno di noi: guarda questi, hanno preso un periodo storico e l’hanno ritoccato. Credo che sia una cosa positiva, quello che noi facciamo è riproporre un modo di fare, ma nessuno di noi è un fissato o un nostalgico.
Non è: cazzo dobbiamo farlo così, dobbiamo usare quel compressore o quella sala… Non ci sono mai interessate più di tanto questo genere di cose. A chi ci ascolta sì invece. Chi ci ascolta ne sa cento volte più di noi, soprattutto all’estero dove il concept dei Calibro 35 arriva fortissimo. Vengono a vederci perché siamo dei progster e facciamo Italia anni 70.
Tommaso: All’inizio mi aspettavo che i Calibro 35 avrebbero fatto molta più presa sulla scena degli appassionati e nostalgici della roba di genere degli anni 70. Invece… Giustamente, agli appassionati duri e puri frega un cazzo di noi. Se, per dire, ti piace Micalizzi, ti ascolti i dischi di Micalizzi, e non noi che rifacciamo quel sound.



Ri-proporre, ri-scoprire, è da questo che partono i Calibro 35?
Tommaso: Usiamo le colonne sonore come degli standard del jazz. Rispettando al massimo lo “standard” originale. E da lì parti, per farti un po’ la tua storia. Se suoni “So What” di Miles Davis sarà sempre una versione di “So What”, ma se sei Tito Puente la farai diversa rispetto a Bill Evans.

C’è qualcosa che lega le ballate della Ligera al sound delle colonne sonore dei poliziotteschi?
Tommaso: Sono due cose molto diverse e che non si incontrano. C’era la Vanoni che cantava le canzoni della mala, e completamente separato, c’era il mondo delle colonne sonore dei film sulla mala. Pochi i punti di contatto. Soprattutto a Milano è come se ci fossero stati tre livelli di “interpretazione”. La mala reale. Il lato romantico della mala, rappresentato dalle canzoni della Vanoni e dall’uso giornalistico di quel tipo di immaginario. E poi la visione di Milano come città noir che dipende principalmente da Scerbanenco. Ed è su quella che si suonano le colonne sonore.
Enrico: Il repertorio delle canzoni della mala appartiene a un’epoca diversa rispetto alle colonne sonore. Il gran serraglio di "Porta Romana Bella", è un serraglio degli anni 50 e non degli anni 70. I personaggi di cui parlano Gaber e Jannacci sono personaggi più da commedia con tinte malinconiche che da poliziottesco. La mala milanese è mala milanese, fine. Mentre nei polizieschi c’è più America, c’è più quel mondo là, e così anche nella musica.

Non c’è la malinconia del passato nel vostro sound.
Tommaso: Esatto. Concettualizziamo molto di più di quanto ci interessi fare il revival. Nessuno di noi, per dire, ha un’Alfetta. Il riferirsi a un certo di tipo di film e a un certo tipo di immaginario è diventato uno stimolo per interrogarsi su tante altre cose. Sul modo di fare musica. Sul modo di fare cinema. Sul modo di comunicare e di fare creatività in generale.
Massimo: Finisce che ti interessi sempre di più e cerchi di capire… In quel film… come hanno fatto a rendere quell’atmosfera… Nello stesso anno Ferrio faceva così, Morricone faceva cosà… E questa cosa ti fa interrogare sui tutti meccanismi creativi. Non fregando a nessuno di noi essere un filologo puro degli anni 70, accettiamo gli stimoli che arrivano da tutte le parti.



Passate più tempo in sala prove o a vedere filmacci di genere?
Fabio: Sembra che uno voglia fare il figo, ma la verità è che noi proviamo pochissimo.
Massimo: Siamo stati molto fortunati a trovarci come chimica. Ognuno di noi ha la sua precisa identità artistica. Questa cosa ci permette di avere la sfrontatezza di sentirci sicuri su determinati aspetti tecnici, legati alla conoscenza del proprio strumento.
Fabio: Il genere ti permette di improvvisare o, per esempio, di sbagliare degli stacchi. L’attitudine è quella dell’improvvisazione. Anche i dischi li abbiamo sempre registrati così: Pronti, via! Le imperfezioni sono anche loro parte del nostro suono.
Enrico: Questa cosa ci rende stranamente post moderni. Non siamo fissati con i 70, però il modo di lavorare che abbiamo noi è molto simile a quello che si faceva in quel periodo lì. Entri in studio e via. L’unico aspetto veramente filologico che abbiamo applicato è la forma mentis della velocità di esecuzione.
Massimo: Che significa prendersi la responsabilità di tenere anche quelle cose che gli altri musicisti considererebbero degli errori. Noi ci teniamo quelle cose perché se c’era un’energia buona, preferiamo quel tipo di freschezza, quello della prima esecuzione.
Fabio: Questo definisce molto il genere.
Massimo: È una cosa molto tecnica, magari chi non fa musica neanche l’afferra, ma di fatto dona profondità al suono e alla performance.

Se Ugo Piazza di Milano Calibro 9 fosse vivo, che musica ascolterebbe?
Enrico: A Ugo Piazza di musica non è mai fregato un cazzo. Ascolterebbe Isoradio quando è in macchina.
Massimo: Per me ha un fratello che ascolta Chet Baker e ogni tanto se lo spara pure lui.
Fabio: 610, di Greg e Lillo su RadioDue. Sempre che abbia una radio.
Tommaso: Non ascolta musica. Ha da fare.

 

Diego Cajelli, scrive fumetti, firma storie per Dampyr, Diabolik, Zagor, Milano Criminale e Long Wei. Ha scritto programmi televisivi, è stato conduttore radiofonico e da tempo immemore cura il suo blog: Diegozilla.

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