Tre Allegri Ragazzi Morti - La canzone popolare Intervista

L'intervista di Rockit ai Tre Allegri Ragazzi MortiL'intervista di Rockit ai Tre Allegri Ragazzi Morti
14/01/2013 di Redazione

Da quasi vent'anni suonano in ogni angolo d'Italia e continuano a sfornare dischi con un immaginario unico e in costante cambiamento. Il nuovo disco è bello come sempre e come sempre diverso. Per capire come è nato e cosa contiene, abbiamo invitato i Tre Allegri Ragazzi Morti in redazione per una lunga chiacchierata. Ecco come è andato l'incontro con Davide Toffolo ed Enrico Molteni.

 

La prima domanda è quella scritta nella recensione, come si fa per così tanto tempo a fare le canzoni belle? Come si fa a non perdere freschezza nello scrivere?
Davide Toffolo: I Ragazzi Morti funzionano così. Io ho delle intuizioni piccole quanto sono grandi le canzoni, perciò piccole, le metto a confronto con il gruppo e il gruppo le trasforma in qualcosa di vero. Per quanto riguarda la mia parte, il segreto è non avere precedenti, ricominciare sempre da zero badando soltanto a questa cosa stramba che si chiama ispirazione. E tecnicamente, per me, azzerarsi vuol dire non avere una dimensione tecnica nella confezione di quello che fai, io faccio il resto, la parte pura, diciamo. E per mantenerla pura non devi arricchirti, non devi avere niente.

E' una condizione esistenziale?
DT: Io non ho praticamente niente: non ho soldi, non ho affetti, tranne Enrico e Luca. Ovviamente in 18 anni di carriera siamo cresciuti anche dal punto di vista professionale, non voglio dare una dimensione solo ed esclusivamente naif, ma penso che questa cosa che tu dici fresca, che comunque rimane viva, io penso che sia legata anche al fatto che non siamo mai diventati veramente ricchi con questo lavoro, quindi non abbiamo mai avuto...

... impegni contrattuali?
DT: Sì, ma soprattutto l'obbligo di doverci ripetere. Prendi Magnus, che è un mio disegnatore di riferimento, lui ha avuto un percorso strano: è diventato famosissimo da giovane e poi ha rotto questa macchina. Ha detto esplicitamente che la macchina dell'editoria è fatta così, quando trova un successo vuole una ripetizione eterna, Magnus invece ha rotto il meccanismo: ha cambiato editori, stile, anzi no, ha mantenuto uno stile cercando sempre vie nuove dentro la lingua del fumetto. A noi questa cosa non è mai capitata, non abbiamo avuto un successo tale per il quale poi ci siamo mangiati le mani perché non siamo riusciti a ripeterlo.

Secondo voi c'è ancora una "membrana impermeabile" che tiene lontano i Tre Allegri dal mondo “ufficiale”, il mondo altro, quello dove Berlusconi va in televisione sempre, quello del pubblico di massa...
Enrico Molteni:
Se c'è un tetto, una cosa oltre la quale non si riesce ad andare? Ne parlavo anche l'altro giorno con Dente sulla differenza tra 'tormentone' e 'classico'... in generale si diceva che la musica italiana degli anni zero, in buona parte è stata fatta dalla scena indipendente, ed è vero. Ma Dente, giustamente, diceva che l'effetto sul paese reale non è stato quello del decennio precedente, che ne so, “Certe notti” di Ligabue è una canzone che tutti sanno a memoria. La nostra cosa per quanto la consideriamo fortissima, la migliore che c'è, non è di tutti. Noi siamo contenti, Radio Dee Jay passa il pezzo, Radio 2 passa il pezzo, la stampa è stata buona, è uscita dappertutto, ma siamo lontani dal bucare quella membrana lì.

Ma voi ve l'aspettate ancora, dopo tutti questi anni, questa sorta di "riconoscimento"?
DT: Onestamente non ci pensiamo. Non è così scontato che un gruppo vecchio come il nostro abbia ancora attenzione, e da una parte ti stupisci perché l'effetto dell'arrivo dei Ragazzi Morti su una piccola città di provincia è ancora quello di una volta, la gente non ci crede che siam veri, dice: “è impossibile che siate un gruppo e nessuno sa chi siete, che usiate davvero le maschere...”; dall'altra nei Ragazzi Morti c'è qualcosa di originale e allo stesso tempo di non permeabile ai media tradizionali. Io ho sempre avuto una coscienza rispetto a quello che stavamo facendo, l'ho sempre saputo che eravamo un'anomalia.

E poi abbiamo fatto investimenti veramente bassissimi, l'unico investimento che abbiamo fatto è stato il nostro lavoro sul territorio, questo viaggio continuo. Tante volte ho cercato di capire quale poteva essere un riferimento italiano per noi e, pur nella diversità di emotività e anche di scrittura, l'unico gruppo che ci assomiglia un po' sono i Nomadi, proprio per questa presenza continua sul territorio.

Più in generale, che risposta avete avuto da questo nuovo album?
EM: In questo periodo ho notato che la figura dell'hater si è un po' ridimensionata. Fino all'anno scorso era incredibile: qualsiasi cosa postavi, quelli sotto ti rispondevano incazzati. Quest'anno il contesto si è improvvisamente girato, penso che la gente abbia deciso di voler seguire le cose che gli interessano e lasciar perdere il resto, non so spiegarmelo diversamente. Oppure l'album è davvero piaciuto a tutti... L'unica cosa certa è che c'è tantissimo affetto.
DT: Le recensioni sono tutte belle da leggere, anche quella di Vice è bellissima secondo me: dice «Non so voi, ma la prospettiva dell’uscita di un nuovo album dei TARM mi ha fatto più o meno lo stesso effetto del ritorno in campo di Berlusconi» (ride, NdR). Secondo me è anche interessante, forse è giusto che abbiano preso questa posizione, visto che loro sono così cool e questo disco ha una matrice così popolare. Federico Guglielmi ha dato una descrizione interessante dicendo che “Nel giardino dei Fantasmi” è un disco di musica etnica come lo sono quelli di David Byrne. Fatte ovviamente le dovute proporzioni, è vero, lui prende elementi della musica popolare e li mette dentro una tipologia di scrittura che invece è molto specifica, anche i Tre Allegri Ragazzi Morti, pur nella loro semplicità, lo fanno. Dentro “Nel giardino dei fantasmi” ci sono alcune mie passioni personali, come un certo tipo di musica africana, etnica, in particolare del Mali, ma non solo.

E' il secondo disco che fate con Paolo Baldini degli Africa Unite, e sembra che nei dischi fatti con lui il suono abbia avuto un ruolo molto più importante, quasi fondamentale, nelle vostre canzoni.
DT: Abbiamo sempre lavorato con persone strepitose, Giorgio Canali, Emanuele Fusaroli, Mattia dei Meganoidi, sono stati tutti molto importanti. Paolo è forse il produttore più organico di quelli con cui abbiamo avuto a che fare. Credo che per ogni musicista italiano sarebbe un'esperienza interessante fare un disco con lui. Abbiamo iniziato davvero a dare più attenzione al suono, ci ha fatto crescere tutti. Il suo viaggio nella musica è un viaggio storico, il suo stile è legato a cose che conosce, e questo lo toglie da tutti quei meccanismi facili, dalle mode, ecc ecc.
EM: Gli abbiamo detto subito che non avremmo voluto fare un altro disco reggae. Lui, un po' a malincuore, ha detto ok. Poi Davide è arrivato con un po' di pezzi reggae e Paolo ci fa: "ma mi state prendendo per il culo?" (ridono, NdR). Gli abbiamo dato un disco che lui non conosceva, il primo dei Violent Femmes, che di fatto è un disco assurdo per la musica che facciamo, dal momento che non ha nemmeno la batteria. Paolo è come una spugna: non deve ascoltare cento volte una canzone, ha capito subito le strutture di quell'album e credo che alla fine siano ricomparse nel disco, soprattutto per un certo feeling acustico e cantabile.

Raccontaci “La mia vita senza te”, in molti l'hanno considerata una canzone d'amore.
DT: “La mia vita senza te”, per quanto possa essere semplice, è molto lontana da qualsiasi pezzo di musica leggera italiana, è un pezzo che parla della perdita, non è il dramma dell'amore, è qualcosa di diverso, un tema che rientra tra quelli che, almeno per me, sono i temi della canzone popolare. “I primitivi del futuro” era un disco sull'attesa di una perdita, è quasi tutto su quella sensazione emotiva. Questo disco è il dopo quella sensazione lì, ma non è la fine di un'amore, è una morte reale, la morte di mio papà. Perciò quella canzone è una canzone utile nel momento in cui uno vive una perdita, poi ognuno vive la perdita che gli pare, o che gli capita.

In "Bugiardo" quel "Tieni lontano dai tuoi / i miei desideri" cosa significa?
DT:
In generale parla di un bugiardo, ognuno ha il suo. Il mio bugiardo, in particolare, è un medico che prescrive psicofarmaci con facilità, che è una categoria che proprio non mi piace.

Come è nata "I Cacciatori"?
DT: "I cacciatori" ha una storia bellissima. Con il disco precedente abbiamo fatto un tour molto lungo: 220 date in un anno e mezzo, che sono tantissime. Mi era capitato di suonarla con chi ci segue durante i concerti: Andrea Maglia, che prima faceva il tecnico palco e adesso suona con noi, Andrea Calabrese, che è il nostro tecnico luci, alla batteria ogni tanto c'era Luca. Avevamo pensato di registrarla con un progetto parallelo chiamato proprio I Cacciatori. E di fatto l'abbiamo registrata con un ragazzo che faceva un corso alla SAE di Milano come fonico e voleva registrare un pezzo dei Ragazzi Morti come esame finale. Lui ha continuato a chiamarmi per parecchio tempo, non volevo dirgli di no e gli ho detto che come Ragazzi Morti non saremmo riusciti, ma che ce l'avremmo fatta come I Cacciatori e con noi è venuto a registrarla anche Nikki di Radio DeeJay. E così è andata. Poi l'abbiamo fatta sentire a Paolo e lui ha voluto assolutamente registrarla e inserirla nel disco, abbiamo tenuto anche l'assolo fatto da Nikki. Io credo che sia una bellissima canzone, nata sull'idea di un brano dei Ramones che si chiama "Baby I love you", inizialmente l'avrei voluta così, con gli archi, un pezzo da ballare cheek to cheek (ride, NdR). Racconta una generazione, che è quella di Enrico, quelli nati tra il '74 e il '76, che è la generazione alla quale io ho scippato più ragazze e che ho imparato a conoscere. È stata la generazione che mi ha riacceso la voglia di avere un gruppo, una generazione di pazzi innamorati.

Qual è la canzone meno riuscita del disco?
EM: "Bene che sia"
DT: Sono d'accordo. Avevo delle grandissime aspettative su quella canzone. Anche la mia vicina di casa era d'accordo: io abito in una casa con i muri molto sottili e quando canto e suono i vicini mi sentono. Mentre stavo scrivendo "Bene che sia" la mia vicina mi ha urlato: "È buona!". Invece con "La seconda rivoluzione sessuale", un'altra vicina stava sentendo mentre scrivevo "La festa a Buenos Aires" e mi ha lasciato un messaggio in segreteria in cui diceva: "La canzone che stai facendo è bruttissima". E anche in quel caso ci aveva preso perché era un pezzo molto poco armonico e anche doloroso, ci stava come reazione perché doveva essere una canzone non facile, un po' ruvida e lei l'aveva capito subito. Su "Bene che sia" avevo grandi aspettative: non è venuta brutta, ma è comunque molto diversa da come me l'aspettavo, anche se gli accordi poi sono gli stessi.

Da come la presenti dal vivo, "Il nuovo ordine" racconta che quando sei tornando a vivere a Pordenone hai trovato le strade deserte, senza giovani. È davvero così in provincia?
DT: E' vero. Dopo aver vissuto a Milano, quando sono tornato ad abitare in provincia, la prima sensazione che ho avuto è stata quella. Anche a New York non c'è nessuno per strada, ma non siamo certo obbligati a prendere tutte le caratteristiche delle metropoli. Siamo in Italia, dove l'incontro sulla strada ha sempre avuto una valenza fortissima, almeno per me. Questa cosa che canto del "nessun ragazzo sulla strada" la vedo proprio come un'imposizione, come il risultato di una modalità precisa di imporre un comportamento sulle persone.

Forse uno dei motivi, visto il crollo demografico, è che i giovani sono numericamente meno.
EM:
E' un buon punto di vista. E poi, non per dare tutta la colpa a Internet, ma una volta ci si trovava tutti al bar a un'ora precisa, mentre ora il bar è Facebook.

Alla Tempesta al Rivolta, il vostro festival al centro sociale di Marghera, siamo rimasti colpiti dall'età: si partiva dai dodici, tredici anni.
DT:
E' colpa degli Zen Circus (ride, NdR).
EM: E' l'eta giusta per innamorarsi delle cose, anche io a quell'età andavo ai concerti accompagnato dalla mamma. Ce ne sono meno però. Abbiamo notato che, in generale, è come se fosse mancata una generazione di giovani che va ai live. Come se andare a vedere un concerto non fosse più un interesse diffuso, intendo come quando l'ho scoperto io: quando capisci che quella cosa lì ti dà un piacere ineguagliabile e diventa chiaro che non ne puoi più fare a meno. Poi ci sono sempre: arrivano, arrivano per primi con lo zainetto, ci cercano dopo il concerto e sono gli ultimi ad andare via, ma, ecco, dovrebbero essere un po' di più.

I fumetti, al pari di romanzi e film, sono sempre stati degli ottimi posti dove trovare insegnamenti utili per la propria “educazione sentimentale”. Voi siete riusciti a legare tutto questo alla musica. Ci sono altre band italiane che hanno lavorato così bene sull'immaginario?
DT: Per me la musica è sempre stata quella cosa lì, anche da ragazzino la musica che ascoltavo in radio mi faceva schifo, ma veramente. Mi piacevano gli animali. (ride, NdR)
Ormai sono tanti anni che siamo indipendenti nel senso vero nel termine, decidiamo tutto noi, rischiamo tutto noi. Tu dici che abbiamo lavorato bene, ma nei primi anni, più di una persona, discografici, addetti ai lavori, ci ha detto che la quantità di immaginario che c'era nel gruppo era quasi dannosa: secondo loro, la grande quantità di roba che girava attorno a una canzone rendeva più difficile far arrivare la musica. Forse era anche vero, sicuramente il gruppo non è nato come un progetto di marketing con l'obiettivo di vendere un singolo, il nostro obiettivo è sempre stato quello di avere un laboratorio. Un laboratorio di musica e di comunicazione che si chiama Tre Allegri Ragazzi Morti e che ha dentro diverse idee tra cui il fumetto, un'idea di rapporto tra la persona e l'idea di essere un musicista... Perché ok, la nostra maschera la possiamo considerarla in tanti modi, possiamo vederla come l'articolo del merchandise che abbiamo veduto di più in questi anni, più dei dischi, ma in realtà la maschera dei Ragazzi Morti è una parola politica precisa sulla rottura del rapporto nella costruzione della vendita dell'oggetto artista. L'“oggetto artista” è fatto di musica e di un'immagine, tu levi l'immagine fisica e immediatamente rompi lo schema. Quindi per noi la maschera è un'idea politica, è uno dei grandi temi… grandi.. dei "temini" che io ho sviluppato. Quindi sì, forse abbiamo lavorato pure troppo sull'immaginario e per questo posso dirti non che non c'è nessun gruppo che ha fatto un lavoro di queste proporzioni. Ci sono dei gruppi che hanno ugualmente raggiunto risultati bellissimi. Prendi i CCCP, chiamala immagine, immaginario, chiamala come vuoi, ma era una cosa riuscitissima.
EM: I Verdena, hanno un loro immaginario, ma non ci hanno lavorato così tanto per crearlo, è il loro. E' come se fosse una foto diretta. Sono loro tre, due fratelli e una ragazza, ogni tanto un po' scorbutici, quando non sono in tour stanno in sala prove e di conseguenza sono bravissimi a suonare, hanno una loro storia ben precisa. Oppure Le luci delle centrale elettrica, anche lui ha un immaginario fortissimo: sta nelle parole, è poetico, ed è una cosa volutamente costruita anche se di primo impatto non è così teatrale come noi.

Dal punto di vista musicale quali sono i vostri figli?
EM: Vasco (Brondi, NdR) stesso è venuto ai nostri concerti e, ce l'ha detto lui, alcune nostre canzoni gli sono rimaste attaccate.
DT: Non lo so, se consideriamo l'atteggiamento, possiamo dire di avere dei fratelli. Prendi Il Pan Del Diavolo, pur essendo molto diversi da noi per mille motivi, quando li ho incontrati e gli ho raccontato il nostro modo di fare musica, non di suonare, intendo proprio come tu immagini di fare musica, loro l'hanno capito in un secondo. Altro esempio, Alessandro Raina, mi ha detto una cosa bellissima l'altro giorno: “con gli Amor Fou avremmo dovuto fare un disco con la Tempesta, ma se l'avessi fatto in quel momento non avrei capito cosa stavo facendo”.
Perché per fare un disco con noi ci vuole un tipo di consapevolezza importante, devi avere un'indipendenza, un'autogestione totale. Non è che hai Enrico come discografico e ti fai dire cosa fare. Raina questa cosa l'ha capita.

Non so se sia chiaro a tutti questo tipo di approccio da parte di Tempesta sulla scelta delle band da produrre.
EM:
E' vero, e lo capisci dalla mail che arrivano. Spesso ci scrivono "possiamo venire nei vostri studios a trovarvi". Molti si immaginano che abbiamo un palazzo a Milano con gli studi di registrazione e 100 persone che lavorano per noi. Vuol dire che se fai il disco con La Tempesta poi diventi famoso? C'è qualcosa che non va. Il tuo obiettivo è diventar famoso? C'è qualcosa che non va. Non è mai stata una cosa solamente legata alla qualità del disco, non stiamo troppo a pensare "se è bello lo facciamo se è brutto no", è una questione di conoscenza umana, della persona, del progetto, di vedere le cose allo stesso modo. E' quasi un grado di parentela assurdo, ma è importante.

Ultima domanda: L'italiano. Dieci anni fa Rockit aveva iniziato questo discorso, avevamo detto: va bene che gruppi come Yuppie Flu o Giardini di Mirò ci piacciono tantissimo, ma non dobbiamo diventare dei cloni dell'estero. Per questo, abbiamo iniziato a dare attenzione a chi aveva qualcosa da dire in italiano e lo diceva in modi nuovi. Questo ha portato frutti secondo noi ottimi, Dente, Le Luci, Brunori è giusto che oggi abbiano raggiunto un certo risultato, sia economico che di visibilità. Di contro, però, tutti oggi cantano in italiano e la critica più frequente che si fa a Rockit è che spinge solo i cantautori (anche se non è vero). L'italiano è un limite?
DT: La cosa che ho capito ultimamente è che i gruppi che oggi fanno musica in inglese sono un'altra cosa rispetto a quelli che lo facevano dieci anni fa. C'è stato un cambiamento antropologico riguardante l'idea dei limiti di una nazione: 20 anni fa c'era un vissuto e una quotidianità diversa. Un disco in inglese degli Afterhours non è la stessa cosa di un disco in inglese degli Aucan, o dei Mellow Mood (che cantano addirittura in patois).
EM: E' un critica un po' leggera, non è vero che vi concentrate solo sull'italiano. Si percepisce che parte del vostro gusto punta lì, che vi piace quella roba lì, però seguite anche tutte le altre cose. Gli Aucan non fanno musica cantautorale ma si capisce che vi piacciono molto. Anni fa mi davano fastidio quei gruppi che consideravano l'inglese una zona franca dove tutto funzionava, anche senza sapere pronunciare le parole o senza accorgersi che stavano scimmiottando il genere del proprio gruppo preferito. Adesso questa cosa non la sento più. Mi piace che gli Iori's Eyes siano così, lo trovo giusto.

Perchè con i Tre Allegri non avete mai sperimentato l'estero?
DT:
Da quest'anno i live li facciamo in modo autonomo, abbiamo una nostra agenzia di concerti, ci proveremo. Abbiamo avuto un'esperienza bellissima l'anno scorso con i concerti di "Pasolini" a Parigi. Faremo sicuramente qualche capitale europea in più. Certo, ci sono gruppi che lo fanno con un'energia differente, forse hanno anche delle carte in più, guarda i Mellow Mood. Con la Tempesta International stiamo lavorando per creare un giro che si allarghi molto all'estero.

Rimpianti?
DT:
Questa cosa qua dell'estero è un po' un rammarico, se avessimo cominciato con quel fantomatico concerto a Berlino, con quella tournée tedesca che non siamo riusciti a fare tantissimi anni fa, forse perché il promoter era uno svalvolato, forse perché il furgone dell'epoca non era così a posto, ecco, forse sarebbe stata un'altra la nostra storia con l'estero. Per il resto... qualche festival di Sanremo in più? (ride, NdR)

Commenti (4)

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  • Ale77io 15/01/2013 ore 14:46 @Ale77io

    Sempre grande rispetto e profonda riconoscenza ai TARM!

  • PIG SITTER 15/01/2013 ore 18:04 @pigsitter

    mitici!!! ;) vi aspettiamo in puglia!

  • gruselkabinett 16/01/2013 ore 11:53 @gruselkabinett

    ridicolous masquerade

  • pmkgarten 17/01/2013 ore 21:28 @pmkgarten

    toffolo, e fatt a fin rè bott a mur! alla grande

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