Capibara - Coatto ma intellettuale, perché un'altra dancehall è possibile Intervista

Ph. Carolina Mancusi - capibara intervista gonzo musica elettronica dancehallPh. Carolina Mancusi - capibara intervista gonzo musica elettronica dancehall
28/05/2015 di

Lunga chiacchierata con Capibara: si parla ovviamente di musica elettronica - ne ascolta tantissima - di ragazze, di dancehall giamaicana ma al tempo stesso coatta, di Roma che ormai l'ha stufato e vorrebbe trasferirsi a Lisbona. Non perdetevelo al prossimo MI AMI.


Tutto nasce dai Telefon Tel Aviv, a quanto pare.
Tutto è nato grazie ad un mio compagno di liceo a cui sono molto legato, abbiamo pure ripetuto il quinto anno insieme. È lui che mi ha fatto conoscere la musica elettronica: ai tempi ero un ragazzino che ascoltava solo hip hop, mi ha passato i Telefon Tel Aviv e poi MSTRKRF, Fischerspooner, Tim Hecker, Aphex Twin; i grandi classici, insomma.

Quando hai iniziato a giocare con i primi programmi per far musica?
Smanetto da quando ho 14 anni. All'inizio usavo Magix, che era un cavolata di cui avevo solo la versione trial, poi sono passato a Fruity loops e, subito dopo, ad Ableton 7.

Magari sbaglio ma, secondo me, tu hai un'idea molto precisa del suono che vuoi ottenere.
Tanto è precisa l'idea, tanto mi è difficile spigartela. La domanda “che genere fai?” è sempre quella a cui non so rispondere. Non è elettronica perché io, per elettronica, ho sempre inteso qualcosa di più intellettuale, tipo Nicolas Jaar, non è hip hop e non è la kuduro angolana. Potrei dire che è il punto d'incontro di tutte queste cose ma magari l'ascoltatore non riesce a coglierne ogni aspetto. Ci sono alcune tracce che davvero si ispirano alla progressione sonora di Jaar o ai suoni di Arca, ma con sotto le ritmiche dei Buraka Som Sistema.

Hai tolto parecchia roba in quest'ultimo album rispetto al precedente “Jordan”, è corretto?
Non lo so, è una bella domanda. Diciamo che con “Jordan” avevo preso una via e con “Gonzo” ne ho preso un'altra. Le due strade non si escludono a vicenda: “Jordan” aveva un'intimità piuttosto cupa, c'è anche in “Gonzo” ma l'ho nascosta sotto queste ritmiche dancehall, da Centro America.

Ci sono delle canzoni che raccontano dei momenti precisi della tua vita?
Alcune sono nate proprio dal titolo e volevano raccontare un sentimento o un momento preciso, ad esempio “TVMBLR GVRL”.

Raccontamela.
È nata dall'incontro con Matteo Iacobis dei Boxerin Club dopo una data insieme a Torino. Inizialmente credevo che fosse solo uno dei tanti musicisti indie-pop in circolazione ma poi, nel viaggio in treno di ritorno verso Roma, l'ho conosciuto meglio. Mi ha subito stupito per la sua conoscenza musicale, intendo proprio a livello di composizione: lui sa davvero spiegarti cosa vuole e come riuscire ad ottenerlo. In un quarto d'ora ha scritto la parte di “Joga Bonito” e in un altro quarto d'ora quella di “TVMBLR GVRL”.

E io che speravo che finissimo a parlare di ragazze.
(ride, NdA) Non esiste una ragazza in particolare. Immagino saprai cos'è una Tumblr Girl, ovvero quelle ragazze che pubblicano foto al limite tra l'erotico e il porno. C'è questa ambivalenza tra il fatto che da maschio non possono non piacerti ma, poi, quando ci ragioni con un po' più di intelligenza deduci che, nonostante il successo – o meglio: la visibilità - non vanno da nessuna parte, non fanno niente. “Gonzo” è molto internet, è figlio di internet.

Definisci meglio “figlio di internet”.
“Jordan” era più legato alla situazione del momento: mi ero trasferito a Torino e le canzoni nascevano dai vari incontri che facevo, serata dopo serata. “Gonzo” è stato scritto dopo un ritorno, quasi forzato, a Roma ed è stato influenzato da una situazione di presa ammale che mi ha portato un po' a chiudermi in casa. È più internet rispetto a “Jordan” perché le idee, i riferimenti, i campioni, arrivano tutti dalla cronologia del mio browser.

Perché ti eri trasferito a Torino?
Finito lo IED mi ero stufato di Roma. Non mi piace molto come città, non mi piacciono i romani pur essendo uno di loro. Io nasco a Roma, tolto la parentesi torinese non me ne sono mai andato. Non voglio fare quello che si mette al di sopra delle cose, sono un romano medio a tutti gli effetti, ma se hai un certo interesse per determinati canali culturali come la musica o, come nel mio caso, le mostre, Roma non ti offre molto.

Non è un museo a cielo aperto come la descrivono tutti?
Ovvio, io le superiori le ho fatte davanti al Colosseo, dopo un po' mi mette persino angoscia rivederlo (ride, NdA). Intendevo dire: è la capitale, dovrebbe essere davvero il centro della nazione. Torino o Milano, pur approcciandosi all'arte in maniera diversa, sono più stimolanti. A Torino, essendo una città di per sé chiusa e piuttosto fredda, hai la sensazione che le cose accadano con una maggiore urgenza, più genuina se vuoi.

Lo sai che se cerchi Gonzo su google ti escono i film porno?
È il gatto di una mia amica. È anche un po' per andare contro a quella moda, abbastanza diffusa ultimamente, secondo la quale un album di musica elettronica debba raccontare solo ed esclusivamente il malessere interiore, o l'amore verso la natura o altri temi simili. È un po' per destabilizzare un certo clima di serietà, diciamo.

Prima mi fai il discorso anti-romano medio e poi chiami il disco come il gatto?
(ride, NdA) Come ti dicevo prima, nella mia musica puoi trovare molte cose. Sono un grande appassionato di dancehall, quella dei giamaicani che odiano i bianchi, per intenderci; tipo Spice, VybzKartel, Busy Signal. Prendi questi nomi e mischiali ai Batida o a cose più aggressive come Buraka Som Sistema o all'hip hop di Rich Gang, di Young Thug... roba coatta pura, insomma. Mi piace unire i Batida, che sono timidi e molto intellettuali, con la coattaggine di uno che sta in carcere per droga, stupri o armi.

E i CCCP in tutto questo che c'entrano?
Non è un riferimento al gruppo. Mi sono chiesto: che titolo userebbe oggi un ragazzino di 16 anni se decidesse di fare musica coatta? “CCCP”. È abbastanza grezzo/brutto? Si. Allora ci sta bene (ride, NdA).

Non prenderla come una critica ma il suono di “Gonzo” non è certamente tra i più curati in circolazione.
È esattamente quello che volevo. Negli anni mi sono appassionato parecchio ai dischi di M.I.A, soprattutto a “Matangi” che mi è piaciuto tantissimo. Mi piace il lo-fi: la maggior parte dei suoni di questo disco sono registrati direttamente con un microfono ed in una maniera piuttosto rudimentale. Non cerco il mix perfetto, voglio avere un suono grezzo, sporco. Poi, all'occorrenza, posso anche fare le cose con la cura necessaria. “Caracalla” è molto pulita, ad esempio.



È vero che ci hai messo pochissimo per scrivere “Gonzo”?
Più o meno. Sono veloce a scrivere le tracce ma, poi, lentissimo a chiuderle. Magari ne faccio una al 90%, poi ne apro un'altra e lascio anche questa al 90%. E così via. Finisco con l'avere un numero considerevole di tracce aperte e, a quel punto, faccio di necessità virtù e le chiudo in fretta. Ho iniziato a lavorare all'idea di questo disco nell'estate 2014.

Da produttore qual è la qualità che ti manca?
Mi mancano tantissime cose, sicuramente non sono il migliore e non lo sarò mai. Mi mancano le melodie: per le drum ci metto davvero poco, ho la fortuna di saper scrivere una batteria in fretta mentre sulle melodie perdo tantissimo tempo. Non è facile produrre una cosa melodica fatta bene, per questo stimo molto chi fa pop, penso sia uno dei generi più difficili.

Si può dire che in “Gonzo” hai spinto più sul tuo lato ossessivo?
Sì, dipende dalla tracce, ma è vero, è uscito un mio lato più claustrofobico.

Come sei messo ad ansia?
Sono lunatico. A volte sono solare, altre volte sono nevrotico. Diciamo al 90% solare ma è meglio che non mi incontri con l'altro 10%. (ride, NdA)

“Gonzo” non è certamente un disco solare.
Dipende, sai? È come chiedersi se i Buraka Som Sistema siano un gruppo festaiolo o no. Hanno sicuramente un lato più aggressivo e scheggiadenti ma, per me, fanno musica solare. Se sono preso bene me li metto sempre in cuffia.

Che lavoro fai?
Lavoro come grafico free lance. Negli ultimi mesi mi sono concentrato su “Gonzo” e ho avuto meno tempo, questo week end parte pure il tour. Dopo l'estate vorrei tornare ad occuparmi della White Forest, la mia etichetta, e dei miei lavori di grafica. Mi piace molto, anche se un giorno diventassi famoso con Capibara, per chissà quale botta di culo, non vorrei mai abbandonare il mio primo lavoro.

Sulla White Forest, o sulla scena elettronica italiana, potrei farti molte domande ma credo che non ci basterebbe l'intero pomeriggio. Ti chiedo solo come hai conosciuto i Celluloid Jam, a mio avviso una delle scoperte più importanti di quest'anno.
Come spesso accade nel mondo della musica, è stato culo (ride, NdA). Abbiamo suonato insieme quest'estate a Siena e mi è bastato mezz'ora per innamorarmi. Gli ho proposto di collaborare insieme quello stesso pomeriggio. Con una musica fatta così bene è fin troppo facile. Il bello è che loro sono esattamente così: sono la musica che fanno, sono estremamente genuini.

Visti da fuori non sembrano proprio i ragazzi della porta accanto, assomigliano più a degli studenti di qualche scuola d'arte.
Invece lo sono, credimi. Sono dei matti totali e, al tempo stesso, le persone più tranquille che conosca. I classici che vorresti avere come coinquilini.

Ora che la musica elettronica in Italia va per la maggiore, se ti chiedessi il nome del producer su cui puntare davvero? Uno solo.
Ovviamente sarebbe un nome di White Forest, solo noi abbiamo un talento del genere (ride, NdA). Se devo sceglierne solo uno: Sabir sta iniziando ad ottenere le attenzioni che merita, è eccezionale, è bravissimo, sta facendo un percorso impressionante. Il nostro compito è questo: prendere dei nomi nuovi e portarli fuori dalla cameretta. Difficilmente facciamo nomi grossi, vogliamo più essere la cantera del Barcellona, per intenderci.



Ti piace andare a ballare?
Sì, ma difficilmente vado a serate dove c'è tanta gente. Mi piace andare il martedì al 360: spesso invitano dj dalla Giamaica ma, in realtà, è una cantina che se ci entrano 60 persone sono già tante. Sono quei posti dove il pubblico va solo ed esclusivamente per sentire la musica, a prescindere che ci sia un dj importante o meno. Ogni tanto, specialmente nei festival, viene un po' a mancare questo tipo di motivazione, a volte sembra che la gente vada agli eventi solo per far presenza.

Si balla bene a Roma?
Il mondo elettronico romano non è messo benissimo. Al di là della solita musica commerciale, qui la componente indie-rock va ancora per la maggiore: siamo rimasti bloccati al 2003-2004, diciamo che ti basta conoscere gli Strokes e passi ancora per l'alternativo della compagnia. Certo, ci sono live set e dj set di rilievo anche qui, ma può capitare che nello stesso posto ci sia un giorno Shlomo e quello dopo gli Zen Circus. Non voglio fare quello che si lamenta, ma manca un locale che faccia da vero punto di riferimento per la scena elettronica, come a Milano può essere il Plastic o il Dude. C'è il Goa - che forse è l'unico vero club, inteso alla londinese - ma è orientato più verso la techno, manca un locale specializzato in un tipo di elettronica più diversa.

Quindi questa città non ti piace, ho capito. E pensare che credevo fossi il tipico romano che non uscirebbe nemmeno dal raccordo.
Assolutamente no. Adesso il mio sogno è andare a vivere a Lisbona, mi è bastato andarci in vacanza per capire che è la città dove vorrei vivere. Anche per Torino era andata così, ci sono finito per dei concerti e al terzo giorno che ero lì avevo già deciso di trasferirmi.

Se ti chiedessi la migliore scritta sul muro dedicata alla maggica?
Sarebbero solo insulti, non potresti riportarli in un'intervista.

Calcio a parte, laggiù, vicino a Piazzale delle Province, c'è scritto “Segui il bpm”.
(ride, NdA) Fantastico.

Cosa stai ascoltando ultimamente?
Ascolto almeno due dischi nuovi al giorno, mi tengo super aggiornato. Adesso sto sentendo l'ultimo dei Major Lazer, che mi ha un po' deluso e l'ultimo di Jamie XX, che poteva deludermi e invece mi è piaciuto molto, ha chiamato pure Popcann che è uno dei miei produttori dancehall preferiti. Non vedo l'ora che esca l'album di Noyz Narcos insieme a Fritz Da Cat, sarà una cosa epica, me lo sento. Sai, come dico sempre, se sei nato a Roma...

Se sei nato a Roma hai solo tre santi a cui rivolgerti: Totti, Noyz Narcos ed il Papa.
Bravo, io non credo ad uno dei tre, ti lascio indovinare quale.

Tag: dance hip hop roma

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