Capit Mundi?: dentro la biblioteca d'Alessandria del nostro punk
Agitatore culturale instancabile, Paolo Palmacci si è lanciato in un'impresa monumentale: ricostruire una mappatura di tutte le fanzine DIY italiane degli anni '80. D'altronde, per un uomo che a 18 anni è sopravvissuto a una folla di metallari, tutto è possibile. L'abbiamo intervistato
Paolo Palmacci al basso e voce con uno dei suoi gruppi, i Bathroom Flowers
Paolo Palmacci si è messo in testa un’idea meravigliosa: mappare le fanzine punk italiane degli anni ’80, convertirle in pdf e offrirle (gratuitamente) in pasto al popolo della Rete. In puro spirito DIY. Un lavoro, anzi, un lavoraccio, partito tre anni or sono, ancora in divenire, un progetto che ha preso il nome di Capit Mundi? Al momento sono 698 le pubblicazioni già disponibili, 728 i numeri completi convertiti in pdf. E c’è ancora tempo per implementare la mappatura. Non potevamo esimerci dallo scambiare una chiacchierata con Paolo, un punk della prima ora abituato a navigare nel liquido amniotico…
Paolo Palmacci e il punk: quando e come e quando è scoppiato l’amore?
All’inizio degli anni ’80, come milioni di altri adolescenti sparsi per il pianeta, contrassi il virus della pandemia “Punk-77”. Il punk fu quella scintilla che mi condusse a prendere in mano un microfono e subito dopo strumenti senza aver nessuna concezione di cosa significasse cantare e suonare, dando piena applicazione al concetto basilare di quel movimento: “Do It Yourself”. Nel 1982, a 18 anni appena compiuti, salii su di un palco esordendo davanti ad una platea ‘imbestialita’ (davvero il termine più adeguato per descrivere duecento metallari inneggianti a Ozzy) con un microfono in mano senza avere la più pallida idea del suono che i miei Negative Existence (primo gruppo punk della scena di Latina) avrebbero prodotto. Rischiai davvero l’incolumità personale. Dopo i Negative Existence, formai i No Existence (anticipo che nel mese di marzo - a ben 40 anni dalla sua uscita - sarà ristampato il primo demotape “The Bathos” per l’etichetta finlandese Bestial Burst), poi i Bathroom Flowers e infine gli Hard Score Rage. Quel virus, poi, non mi ha più lasciato fino a oggi e la patologia si è, pertanto, cronicizzata.
Paolo coi suddetti Negative Existence nel 1982
Inevitabile innamorarsi anche delle fanzine punk, tanto da arrivare a escogitare Capit Mundi?...
Ormai quasi tre anni fa, ho iniziato a sviluppare il progetto di Capit Mundi?, muovendo dall’assunto che, essendo noi i nostri percorsi, per comprendere di più il presente, sia indispensabile dover riavvolgere il nastro esistenziale. Per questo l’ho definito un “rewind antropogenetico” e - considerato che la mia storia è stata molto simile a quella di un bel pezzo della mia generazione - credo di star riavvolgendo non solo il mio personale tape analogico. Andando, quindi, a ripercorrere i passi compiuti in quegli anni, era assolutamente ineludibile il dover analizzare il “media fanzine”. Per la sua incredibile capacità di costruire una rete che - a dispetto dell’assoluta analogicità e connaturata lentezza - è stata altresì “stupefacentemente” in grado di collegare e unire (soprattutto unire!) persone - e scene da queste costituite - sparse su tutto il pianeta. Creando, parafrasando il filosofo Pierre Lévy, una vera e propria “creatività collettiva”.
Se ti definisco collezionista ti arrabbi?
Non sono assolutamente un collezionista di fanzine. Non ne sono stato nemmeno un fruitore nel corso degli anni ’80 a dispetto dell’attività creativa che svolsi in tutto quel decennio. Questo, ritengo, a causa del mio individualismo esasperato che se da un lato mi ha palesemente negato possibilità di sviluppare collaborazioni artistiche, dall’altro ha preservato una certa mia ‘integrità’ e specificità di pensiero, in quanto mi ha lasciato molto più tempo per esplorarmi a fondo: il sempre fondamentale socratico “conosci te stesso”.
Il tuo lavoro si limita agli anni ’80, c’è una ragione precisa?
Ho delimitato il periodo temporale degli anni ’80 ovviamente perché sono partito dalla mia esperienza personale ricollegata, come ho detto, a quella della mia generazione. Credo, altresì, che la spinta della subcultura punk che accese creativamente quegli anni si sia poi inevitabilmente, per la legge dell’attrito, pian piano esaurita e che, a partire dagli anni ’90, con l’avvento del world wide web e la progressiva e inesorabile smaterializzazione dell’esperienza conoscitiva, sia stato contestualmente eroso lo Zeitgeist del decennio precedente. Come affermò, in tempi non sospetti, il poeta e attivista John Sinclair, la stampa controculturale è un media che ha la capacità di unire le persone, mentre oggi assistiamo ad un digitale divide et impera, scientemente algoritmizzato per “paralleli e convergenti” scopi economici e politici.
La mappa delle fanze Il campo di azione del progetto è solo il punk o ti sei occupato anche di fanzine post punk o new wave?
La mia “mappatura” dal punto di vista contenutistico riguarda tutte le fanzine originate dalla subcultura punk, quindi ogni sua successiva derivazione nel grande magma creativo che è stato giustappunto definito “post-punk”. A oggi sono arrivato a censire 698 pubblicazioni di cui ho reso disponibili (gratuitamente, in osservanza dello spirito DIY con le quali furono realizzate) 728 numeri completi in versione pdf. Il lavoro, altresì, per l’indeterminatezza stessa dell’oggetto non può certo definirsi concluso (probabilmente non lo si potrà, quindi, mai definire così). Come ho scritto sul mio sito e sui social, chiunque fosse in grado e ne avesse il piacere può dare il suo contributo all’implementazione di questa ‘mappatura’ contattandomi via mail (capitmundi@paolopalmacci.it) o via social.
Qual è la fanzine che più ti ha colpito e per quale motivo?
Il punto di vista con cui sto sviluppando l’intero progetto di Capit Mundi? è assolutamente “dal basso”, perché di questo “profondo underground” io ho sempre fatto parte fin dai primissimi anni ’80, per cui il mio interesse va indistintamente verso tutte le autoproduzioni ma con un maggiore focus su quelle più misconosciute e magari estemporanee. Io lo definisco “liquido amniotico”, perché senza tutto quel magma di creazioni cosiddette minori nulla, nemmeno ciò che alla fine è emerso, sarebbe riuscito ad emergere. Sono stato una goccia di questo liquido amniotico per cui è il mio habitat diciamo naturale e, quindi, per forza di cose, preferito. Se poi dovessi indicare qualche fanzine in particolare, ti posso citare Amen o Attack, ma ripeto, al di là dei singoli casi, mi colpiscono il fenomeno in sé e tutto questo fluido di micro-autoproduzioni.
Secondo te ci sono delle affinità/divergenze tra le fanze italiane e le sorelle britanniche ed europee/nordamericane?
Le primissime fanzine italiane (come ad esempio Punkess di Torino del 1977 e Punkadelic di Milano dell’autunno 1976!) furono - non potevano probabilmente non esserlo per noi ‘provincia dell’Impero’ - molto derivative di quelle nate nei luoghi in cui esplose il movimento punk 1976/1977 (Londra e l’Inghilterra), ma, per fortuna, immediatamente dopo, con l’esplosione del fenomeno delle autoproduzioni, c’è stata una loro forte e netta caratterizzazione, come era giusto che dovesse essere, considerate le peculiarità sociali e politiche del nostro paese.
Cosa pensi delle fanzine di oggi? Cosa hanno ereditato degli anni ’80?
Come ho detto, purtroppo, lo Zeitgeist che avvolgeva gli anni ’80 si è, da un bel po’, del tutto dissolto. La smaterializzazione di qualsiasi tipo di attività umana ha portato alla smaterializzazione anche concettuale e ideale. A parte il fatto che, nella mia ottica, che ho spiegato quale sia, nei casi in cui chi produce una fanzine ponendosi come obiettivo sostanziale il patinato e l’alta qualità di stampa (ovvero la forma) io tenderei ad escludere definizione e concetto di “fanzine”. Queste, difatti, per il loro fattore intrinsecamente identitario, hanno sempre inseguito l’immagine povera, l’imperfezione, perché “perdendo la sua sostanza visiva” si “recupera un po’ dell’impatto politico e” si “crea intorno a sé una nuova aura”, come ben scrive Hito Steyler nel suo “In Defense of the Poor Image” (2009). Ovvero, il contenuto al di sopra della forma: che era il concetto base della subcultura punk! Quindi, dal mio punto di vista, non mi pare che quelle che si autodefiniscono fanzine oggi, perlomeno quelle italiane, abbiano ereditato qualcosa di quelle degli anni ’80. Direi, anzi: assolutamente nulla. Semplicemente, non sono delle fanzine.
Quali saranno i successivi sviluppi del progetto Capit Mundi?
La pubblicazione di una compilation in vinile che sarà allegata a una fanzine! È accaduto che, l’anno scorso, tra le tantissime persone che mi hanno contattato per donarmi materiale per contribuire allo sviluppo della mia ‘mappatura’, mi ha inviato una e-mail una ragazza, che si è firmata Karen Eliot, scrivendomi di essere in possesso di diversi documenti che intendeva donarmi. Ci siamo dati appuntamento e incontrati al Korova Milk Bar di Ferrara, dove mi ha portato un borsone pieno zeppo di fanzine ma anche audiotape, vinili, volantini… La cosa più stupefacente è stata che, cominciando a spulciare al suo interno, c’erano cose che non avevo mai sentito nominare! Ho chiesto quindi a Karen da dove arrivassero e lei, beffardamente, nel momento di andarsene, mi ha risposto “Da un’altra dimensione”. I giorni seguenti ho iniziato a fare una ricerca storica per cercare di capire l’origine e collocare spazio-temporalmente quelle produzioni, ma invano. Contestualmente, ho proceduto a restaurare il materiale di cui una selezione (otto gruppi ciascuno con un brano) farà parte di questa compilation che ho intitolatoNo Capitulation.
Che band ci saranno dentro?
Jim Secjelagotch, Punkiderma, TCYTUAH, Noir Honey, Miss Antropussy, Sonic Barabba, M’INCUL POP e Tom Binou and the Ratlickers. Il vinile sarà allegato a una fanzine rinvenuta anch’essa tra il materiale in quel borsone, il cui nome non è chiaramente comprensibile, per cui l’ho chiamata Capitzine? La sua uscita è prevista per il mese di maggio, con presentazione nell’ambito di Eufonica, il Salone della Musica e delle sue Professioni che si terrà a Bologna. Altri importanti sviluppi sono già alle viste, ma spero ci saranno altre occasioni per illustrarveli!
--- L'articolo Capit Mundi?: dentro la biblioteca d'Alessandria del nostro punk di Giuseppe Catani è apparso su Rockit.it il 2026-02-19 14:39:00
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