Mistonocivo - La Casa 139 - Milano, 01-02-2005 Intervista

11/04/2005 di

Milano, via Ripamonti 139, ore 12. Busso alla Casa. Il portone cigolando si apre, intravedo una massa di capelli e un paio di occhiali da sole. Una voce: "Ciao! sei tu Elisa di Rockit? Vieni, ti presento il nuovo chitarrista: Toro, è un maiale!". Inizia così l'intervista senza veli con Cris, voce dei Mistonocivo.



Cosa ci fate alla Casa?
Stasera registreremo un cd live. A settembre abbiamo fatto un bel concerto a Vicenza: era anche questo acustico, sotto la Basilica Palladiana. Questo monumento è una cosa intoccabile, sai, protetto dall’Unesco. Noi abbiamo bloccato tutto il centro storico suonando da soli; è stato molto bello, interessante. Il giorno dopo il Sindaco ha tolto tutti i permessi per le manifestazioni. Sai… c’era troppa gente! Vicenza è il reparto geriatrico del nord est! Mi piace, è bellissima come città, ma non si può far niente.

Qualche tempo dopo il live sono passato in centro ed i gestori dei bar mi hanno detto che, a causa di tutte le persone che c’erano, avevano finito le scorte; erano contenti e mi hanno anche offerto da bere. E’ stato davvero un successo.

Andrea, il nostro manager, nonché label man e tutto, ha detto: “Perché non proviamo a ripetere l’esperienza a Milano? Magari succede la stessa cosa! Anzi… troviamo una struttura adatta per registrarlo con un set acustico, così avremo anche il documento di un lavoro che portiamo avanti da anni.”

I Mistonocivo sono nati come gruppo rock con chitarra marcata e sezione ritmica in grado di sostenerla, un mix che garantisce un impatto potente. Come vi trovate a suonare in acustico?
In un concerto elettrico normale basta spingere l’adrenalina e parte l’energia, nell’acustico non funziona così. E’ una cosa diversa. Noi poi abbiamo il problema che quando in studio proviamo e riproviamo i pezzi in acustico non vengono mai in una versione standard. Dipende dal feeling emotivo che si istaura tra noi o se sei un po’ alticcio. Durante il primo acustico che abbiamo eseguito i ragazzi suonavano molto cool, bello, ed io gridavo: è venuto una merda. Oggi invece vogliamo farcela! Vogliamo fermare un momento, creare un documento sia audio che visivo.

Andranno poi sul mercato queste cose? Stiamo per assistere alla nascita del primo cofanetto Mistonocivo?
Cofanetto, addirittura! (Scoppia a ridere, NdR) Comunque una cosa simile. E’ la prima volta che lo facciamo. Registriamo sia cd che dvd. Vediamo come riuscirà la registrazione.

Dopo i due dischi in studio farete finalmente conoscere a chi non vi ha mai visto i vostri veri suoni, quelli live?
Non riusciamo mai a fare la stessa cosa. E’ quello che ci contraddistingue. Live abbiamo un suono, il primo demo ne aveva un altro, "Virus" un altro ancora ed "Edgar" era diverso da tutti gli altri. Ci annoiamo facilmente. Alcuni nostri fan che avevano l’album autoprodotto sono rimasti molto delusi da come eravamo in "Virus". In realtà era un percorso che dovevamo fare, era la nostra carriera. E’ un confronto che abbiamo voluto. Anche noi non eravamo molto soddisfatti. Poi nel tour relativo i concerti ci avevano scaricati: troppi arrangiamenti, troppo bonismo.

Rockit vi ha dato ragione nel cambio di direzione (cfr. la recensione di "Edgar" a cura di Andrea la Placa): tolta la patina di zucchero siete tornati aggressivi.
Si. Non è stato difficile realizzarlo. Riascoltando "Edgar" ci sono molti errori perché lo abbiamo fatto da soli. Il produttore artistico se la doveva vedere con cinque dementi ed ognuno voleva fare qualcosa di diverso. Come succede normalmente in studio abbiamo finito per scannarci, saltarci addosso, fare a botte, per poi baciarci.

Ma quello è affetto…
Affetto fino ad un certo punto poi inizia a diventare rottura di coglioni. Ci vuole un coordinatore. C’era Enrique, fonico di San Francisco e persona più matura di noi. "Edgar" è un album molto introspettivo mi piace tantissimo. Anche per un musicista è una goduria ascoltarlo… è stato lavorato tanto, però ti dico la verità: fin troppo. Ti dà la botta di energia però in certi momenti non ti trasporta. Manca un po’ di dinamica se devo fare una critica. I Korn per esempio sono molto cattivi e pesanti però hanno molta più dinamica di noi. Vanno molto più giù nelle strofe e spaccano nei ritornelli. Noi abbiamo la tendenza a tirare… forse siamo più europei. Era comunque una cosa che dovevamo fare. Io non lo ascolto tanto perché mi dà fastidio la mia voce però sono contento perché abbiamo fatto quello che volevamo.

Il prossimo album come sarà legato alla California? Il primo attraverso lo studio (registrato a L.A.) il secondo attraverso il produttore…
Mah, chissà. Forse attraverso produttore e anche lo studio! Dipende dagli astri e cosa decidono! Siamo rimasti molto legati a quell’ambiente. Gli americani sono quel che sono ma hanno rispetto per gli artisti, molto più che gli italiani. Forse perché gli italiani sono abituati ad aver gli artisti anche dietro l’angolo. Siamo tutti un po’ artisti qui.

Abbiamo visto poi che adesso grazie all’euro ci sono anche i prezzi favorevoli. Il miglior studio qui è uno studio medio in America, ti costa uguale e vai in America.

E questo Edgar chi è? Io la risposta la so, ma sono curiosa di saperne di più!
Per registrare il nostro secondo album ci siamo chiusi in uno studio, che poi è quello dove anche Zucchero registra le voci; è molto bello. E’ una villa immersa nel delta del Po e nella nebbia. Eravamo assistiti unicamente da un filippino. Era lui che ci faceva da mangiare “liso con pepeloni, liso con pepeloni o liso con pepeloni”; però si impegnava. Lui era cameriere. Edgar ha la sua terra là in Filippinolandia, la sua famigliola, i suoi bambini, sta costruendo qualcosa. Io lo ammiro, mi piace anche perché… è veramente bombardato nel fisico perché è stato picchiato, aggredito e malmenato. Spesso gli ignoranti trattano male queste persone.

Noi siamo semplici, siamo veneti. Era uno di noi e volevamo che si sedesse a tavola con noi. Quando è stato il momento di dare il titolo all’album, Enrique, scherzando, ha detto: “chiamiamolo Edgar per lui!”. E io ho detto: “geniale!”.

"Edgar" presenta un cambio di line up. Col chitarrista nuovo come vi trovate?
Alberto viene da Padova, suonava con una cover band. Quando l’ho conosciuto la cosa che mi ha attratto di lui è che è ingestibile. E’ deficiente, se vuoi nel senso buono. E’ esplosivo. E’ calmo e fa le sue cose poi ad un tratto esplode ed è in grado di distruggere tutto. Come fa con la chitarra. Se la suona e si eccita la rompe, ma non buttandola in terra! La spacca tra le mani al momento: è un maiale.

Io quando vado a vedere un concerto voglio gente che mi dia qualcosa: i Nirvana suonavano 40 minuti poi erano distrutti, fracassavano tutto e se ne andavano: performance. Alberto è quel tipo di musicista.

Quando abbiamo aperto la data degli Audioslave a Roma, eravamo esaltati e abbiamo fatto un concerto della madonna. Tanti giornali romani hanno scritto: “I duri Mistonocivo aprono i tranquilli Audioslave”. Effettivamente, abituati ai Rage Against The Machine, gli Audioslave con Chris Cornell sono molto più composti. Io ero abituato al fatto che il resto del gruppo era così bravo che potevo lasciarmi andare sul palco; con Alberto invece devo stare attento perché se lui mi vede e prende piede è la fine. Sempre al concerto degli Audioslave faceva talmente caldo che gli ho versato una bottiglia d’acqua in testa. Se lo fai a Davide prende il basso e va via. Lui s’è messo a bere e gridare insieme! C’era gente che lo guardava e pensava che fosse fatto o qualcosa. E’ lui, è così, è un toro; infatti lo chiamiamo toro. E’ adrenalinico.

Avevamo dei problemi con Max, non ci trovavamo più a livello compositivo. Molte cose le ha scritte lui, ha dei giri fantastici, è un genio. Però poi gli manca l’atteggiamento, ha ottime idee ma quando è il momento di eseguirle, di confrontarsi con un pubblico, di trasmettere, Alberto è migliore.

Come scrivi i testi?
Spesso li scrivo di getto; poi rileggo e mi accorgo delle schifezze che ho messo giù. E’ successo ad esempio per "Error": faceva veramente orrore. Non sapevo cosa scrivere. I ragazzi mi hanno chiuso in una stanza, mi hanno preso a parole ed io sono uscito solo dopo che sono riuscito ad esprimere quello che volevo. Non è che scriva proprio di me. In alcuni testi si, specie quelli più romantici. In alcuni però devo fare uno sforzo. "In una foto" è stato scritto in un periodo in cui non ero più innamorato, anzi, ero molto scoglionato e non riuscivo a comporre una canzone d’amore triste e malinconica, allora mi sono fatto raccontare una storia e mi sono ispirato a questa.

Nei tuoi testi parli di te senza mai alzare lo sguardo oltre a ciò che hai vicino. Non ti viene da incazzarti col mondo per tutto quello che succede?
Mi piace scrivere quello che sento. Forse sono un po’ troppo introspettivo. Non è vero comunque; ci sono dei testi che parlano del mondo in generale. "Zona Rossa", ad esempio: già il titolo richiama il G8 di Genova, e se tu l’ascolti pensando a Berlusconi capisci perfettamente che è dedicata a lui.

In alcune parlo di droga, di prostituzione ma se non te lo spiego non si capisce… forse è questo il mio problema. Poi non mi piace spiegare la vita alla gente o condannare qualcosa. Nessuno di noi credo che rinuncerebbe a quello che ha; ormai facciamo parte di questa fottuto sistema. E’ ovvio che nel mio piccolo a casa vado in paranoia per ore e ore quando penso ai bambini che muoiono di sete in africa. Non sto scherzando! Penso a tutti gli anni di morti innocenti in Africa e nessuno se ne frega se non qualche associazione. Se penso a tutte queste cose, cosa potrei dire? Cosa potrei scrivere? Dovrei fare un album di 45 minuti gridando e basta! Questa è la mia risposta al mondo.

Cosa mi dici del cambio di etichetta? Voi siete passati dalla Virgin ad Arte Nativa, da una major ad una indipendente, nata apposta per voi dalle costole della Barley Arts.
Una band come i Mxn è nata per esprimere energia e per liberare i musicisti stessi dalla tensione quotidiana. E’ un progetto terapeutico. Chi lascia una major per fare una musica che gli piace? Noi l’abbiamo fatto, non ci stavamo dentro. Forse abbiamo sbagliato a livello economico. Per fortuna abbiamo trovato delle persone che credevano in noi: Andrea (il nostro manager), Barley Arts, Arte Nativa. E’ appagante. Quando vado a letto e sono tranquillo. So che quando canto faccio davvero quello che voglio.

Sto già pensando ad un progetto parallelo, molto bello. Una associazione di artisti ha costruito uno studio per fare delle performance in diretta. Io e Polly, il tastierista, andremo lì a fare delle performance con dei video, dei cortometraggi fatti da me della musica e delle voci.

Duecento musicisti italiani sono andati negli studi a Abbey road a registrare delle cover dei Beatles per fare un cd che poi sarà venduto per beneficenza. La cosa bella è che lo fanno con gli strumenti originali, esattamente quelli usati dai fab four. A te che effetto farebbe?
Interessante… (sgrana gli occhi, NdR)) ma fanno usare davvero gli stessi strumenti?

Si, si! Hanno fatto un servizio al telegiornale. Erano eccitati come bambini davanti ai più bei giochi!
Beh, i Beatles a livello artistico sono stato un gruppo grandissimo: hanno fatto ricerca, erano bravissimi musicisti (a parte il batterista!) e a livello di registrazione in studio hanno fatto cose che hanno anticipato molto gli eventi. Ho molto rispetto per quello che hanno fatto, ma non ho neanche un loro disco. A dire il vero non ne ho nemmeno uno dei Rolling Stones; non mi danno tanto.

Sono andato diverse volte a Londra, sono anche passato per Abbey Road e non mi sono fermato per guardare: è andato quel periodo lì!

Noi andavamo a lavorare dove erano usciti i Primus, i Faith No More e i Metallica. E’ un’altra cosa! Ho visto il dvd di Woodstock… va benissimo per quel momento ma adesso siamo agli sgoccioli della generazione x, siamo un branco di esauriti sfigati pieni di fobie, paranoie e logorii mentali. Non ne possiamo più del sesso droga e rock’n’roll!

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