Caso - Mettere a fuoco il come Intervista

09/12/2015 di

Cervino è l'ultima fatica musicale del cantautore bergamasco Caso. Il disco è il frutto di un lavoro certosino con tre musicisti (Gregorio Conti, Riccardo Zamboni e Stefano Zenoni) di ricerca dei suoni e di adattamento dei pezzi. Un lavoro rischioso che denota un grandissimo desiderio di cambiare volto alle proprie creazioni. Una vera e propria arte di arrangiarsi, ovvero: darsi da fare, trovare un'intesa (personale e musicale) e allo stesso tempo mantenere una sorta di autonomia. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Caso in una bella chiacchierata a distanza ravvicinata.

Recentemente ho letto sul tuo profilo Facebook che ti dispiace molto che nessuno ti abbia mai chiesto qual è il tuo calciatore preferito. Dici poi che è Van Basten. Una cosa stupida: ti sei mai accorto che Bonatti, l’alpinista a cui dedichi il tuo disco Cervino, assomiglia in modo pazzesco a Xavier Zanetti? A parte gli scherzi, raccontami prima di Bonatti, poi se ti va di Van Basten.
La cosa di Van Basten era una provocazione scherzosa perché quando faccio un disco, le interviste che ne seguono sono per diversi portali ma contengono spesso le stesse domande. È una cosa che trovo noiosa sia per me che rispondo sia forse per chi le va a leggere. Non credo aiuti me nella promozione e nemmeno i diversi siti in cerca di contatti e visualizzazioni. Poi è giusto che passi un messaggio unico e chiaro ma quella costante c'è già e sono le canzoni contenute nel disco. Con le parole possiamo fare di più ed è bello raccontare sempre cose nuove. Per questo non ti risponderò di Bonatti ma ti confido che di Van Basten, più dei goal importantissimi ed eleganti, ho il ricordo nitido del suo addio: l'immagine televisiva di lui che saluta gli spalti nascondendo l'amarezza in un giubbetto di renna e la telecamera che pesca il momento in cui Capello non riesce a trattenere le lacrime. Le sere in cui ho voglia di farmi male vado a rivedermelo.

In questo disco non sei più solo con la tua chitarra ma accompagnato da tre prodi musicanti che ti seguono pure in tour. Vuoi raccontarmi un po’ com’è maturata questa decisione?
Prima ancora di ragionare su "Cervino" volevo fare qualche data elettrica, suonare alcuni pezzi vecchi con Stefano e Riccardo che avevano partecipato al mio disco precedente. Gregorio al basso s'è aggiunto in maniera molto naturale. Stavo scrivendo canzoni nuove ma non avevo ancora deciso se fare un altro disco ed è filato tutto così liscio che al primo concerto avevamo già due pezzi inediti. Dopo tanti anni di chitarra e voce, sul palco da solo iniziavo a sentirmi un po' un mestierante, di quelli che conoscono a memoria il copione e lo ripetono ogni sera. Avevo bisogno di cambiare, rischiando forse, ma questa era l'occasione giusta. L'occasione per suonare con persone preparate, per imparare qualcosa di nuovo, per fare un disco che non somigliasse troppo al precedente. Quest'ultima in particolare è per me sempre il primo obiettivo.

Sempre sull’arrangiamento: il suono del disco è un indie super-pop robusto alla American Football. Avevi già in mente queste sonorità per i pezzi? Hai mai pensato di usare una seconda voce per dei cori? 
Ci siamo confrontati molto e da subito su questo, sull'umore da dare ai pezzi e sulle frequenze dei singoli strumenti tra di loro e con la voce. Abbiamo cercato dei riferimenti comuni, gli American Football che citi non sono molto distanti da questi e in generale anche altre produzioni di casa Kinsella; il disco che io preferisco uscito da lì è il primo degli Owls. Abbiamo pensato a un incrocio tra Weakerthans e Stephen Malkmus ma anche a cose molto più pop come "Alligator" dei The National o il primo dei Coldplay che resta un disco enorme con quella produzione un po' “scura”. Andrea Cajelli che c'ha registrato pensava ai primi due dischi dei Karate, io e Riccardo che ha prodotto con me il disco abbiamo invece bisticciato a lungo sul suono del rullante: il mio retaggio punk hc mi spingeva verso un rullo secchissimo e dal suono veloce, senza stanza e senza coda. Abbiamo fatto diversamente e infatti aveva ragione lui. Sulle voci ci sono spesso dei raddoppi a volte tenuti a volume subliminale. Forse qualche coro ci stava ma io non abituato al suono da band sentivo già tantissime cose. In generale l'idea comune era quella che musicalmente tutto suonasse pop-rock tra fine novanta e inizio duemila, un tipo di suono a cui tutti siamo legati, volutamente un po' slegato dalle mode del momento e piuttosto classico.

La tua cifra, a parte la voce caratteristica, sono i testi. Sono racconti più che canzoni. Hai pensato di scrivere solo racconti senza metterli in musica? Un’altra curiosità: mi piacerebbe sapere cosa ami leggere.
Negli ultimi anni ho imparato a vivere la lettura in maniera un po' meno ossessiva, come più rilassata. Leggo quasi esclusivamente narrativa ma raramente scelgo un libro per la trama. Per le canzoni non mi piace dire che sono o sembrano racconti perché mi rimanda al cantastorie, figura in cui non mi rivedo; le vedo più come delle sensazioni, umori o piccoli episodi a cui provo a dare un'ambientazione. Non ho ancora capito da dove partano, come scelgo un “argomento”, così come non ho ancora capito il criterio con il quale scelgo un libro. Per fare dei nomi a casaccio ti dico qualcosa che mi è piaciuto letto nell'ultimo anno: “Questo bacio vada al mondo intero” di Column McCann; “Città amara”, Leonard Gardner; “Nel mondo a venire”, Ben Lerner;  “Felici i felici” di Yasmina Reza che mi ha aiutato a chiudere la canzone "Buste" e poi perché no? “Morti di sonno” di Davide Reviati autore del disegno in copertina del disco.
Quello che ho capito (solo ultimamente) è che mi piacciono molto gli americani. Ora ti scrivo l'incipit di uno dei miei libri e autori preferiti: “Parla la tua lingua, l'americano, e c'è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza”. Se lo indovini senza Google ti offro un caffè la prima volta che ci incontriamo in città.
Per il resto, ho fatto dei timidi tentativi di scrittura ma di fronte a una scelta dettata dal tempo e dagli stimoli ho sempre preferito concentrarmi sulle canzoni. Il più breve di questi esperimenti è leggibile nell'inserto della versione vinile dell'ultimo disco di Johnny Mox. È breve, l'unico portato a termine forse perché l'unico scritto “su commissione”.

Ti confesso che "Cervino" mi ha fatto un po’ piangere - "Occhio di Bue", "Buste" e "FM" sono belle staffilate. Ci sono brani che rincuorano e allo stesso momento fanno sentire il cuore più pesante: è come ci facessi sentire la superficie ruvide di ogni giorno accarezzandoci un po’. Cosa ti ha fatto commuovere ultimamente?
Ti confido questa cosa: sono stato a Milano per un incontro di tipo “conoscitivo” da un grosso editore, uno dei più grossi, per intenderci di quelli che hanno l'ufficio che raggiungi solo col pass al quinto piano di un grattacielo. Volevo capire come lavorano e loro lo stesso di me. Sui muri c'erano i faccioni di quelli che cantano in radio, cd incorniciati a ricordare i record di vendite. Ho portato il mio Cervino su un cd masterizzato e ho scelto come pezzo da ascoltare "Atletica Leggera". Ascoltavamo la canzone guardando la città dall'alto con il cielo terso in una giornata stupenda e intanto pensavo “forse tu non ci stai capendo un cazzo, ma questo sono io e vaffanculo”. Ho vagato per un'ora in una Milano che conosco poco, mi sono perso, poi mi sono ricordato che dovevo mangiare. Sono andato in un negozio di dischi di un amico; mentre aspettavo di pagare sono riuscito a far cadere tutti, e dico tutti, i libri illustrati che aveva esposti di faccia. Strike totale tipo domino. In macchina tornando accendo la radio e stanno passando un pezzo dei Modà. Lì nell'abitacolo, ripensando a tutto questo, è successo.

Nei tuoi dischi, ma in questo in particolare modo, risuona molto il tema del coming of age. È come se facessi i conti con gli anni che passano e col fatto che no, forse non si scherza più. Ultimamente ho letto questa frase su una quarta di copertina di una nuova edizione di "Camere Separate" di Tondelli - scritto quando lui aveva poco più di 30 anni. “Quando un uomo si avvicina al suo trentesimo anno di età, nessuno smette di dire che è giovane. Ma lui, per quanto non riesca a scoprire in se stesso nessun cambiamento, diventa insicuro; ha l’impressione che non gli si addica più definirsi giovane. (...) Sprofonda e sprofonda”. È una citazione di Ingeborg Bachman. Cosa pensi a riguardo?
In questo disco c'è la chiara presa di coscienza di non essere più ragazzo. Nelle canzoni più scure c'è forse un po' di amarezza o rassegnazione nel riconoscere una stagione della vita che finisce, però rispetto alla frase che citi posso dirti che per me non è così: io mi sento molto più sicuro di qualche anno fa. I progetti, i programmi, gli obiettivi, le relazioni cambiano nel tempo e cambieranno ancora però credo di avere messo un po' più a fuoco il “come”. Come voglio affrontare tutto questo, come vincere o come perdere se necessario. Sento di conoscermi un po' meglio e questo al momento mi spinge ad essere ancora più determinato, nella vita così come su un palco.

Canti in "Atletica Leggera": “a volte penso che l’impresa più grande per un uomo sia riconoscere il proprio Cervino”. Tu l’hai già raggiunto il tuo Cervino?
La frase ha più chiavi di lettura e mi piace che ognuno possa scegliere la propria. Cervino come cambiamento, Cervino come lo sforzo ulteriore, Cervino come il momento in cui fermarsi. Nel mese di luglio, quando ho finito le registrazioni del disco, mi sono imposto di non scrivere canzoni fino all'anno nuovo. Sto mantenendo il patto quindi, parlando di musica, durante il 2016 deciderò che significato dargli.

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