Verdena - Castrovillari (CS), 17-09-2001 Intervista

02/10/2001 di Eliseno Sposato

Giunti al secondo album i Verdena hanno confermato quanto di buono si era ascoltato con il loro disco d’esordio. “Solo un grande sasso” ha mostrato che il trio bergamasco è capace di ricoprire un ruolo di primo piano nel panorama del rock fatto in Italia, in virtù di una pregevole vena compositiva che sa soddisfare i palati più esigenti. Abbiamo incontrato Alberto e Roberta prima del loro concerto a Castrovillari (CS), unico passaggio calabrese al momento, a due giorni dalla pubblicazione del loro secondo album.



Avete avvertito delle pressioni prima di entrare in studio a realizzare Solo un grande sasso?
Roberta: di pressioni vere e proprie non ne abbiamo avvertite molte, perché abbiamo affrontato le cose che ci sono capitate di recente con molta serenità. Forse all’inizio abbiamo avuto qualche problema perché ci siamo sentiti persi nel calderone del “successo”, ma siamo riusciti a riprendere la situazione in mano molto rapidamente. Quando abbiamo iniziato a lavorare alla stesura dei nuovi pezzi, ci siamo sentiti liberi di realizzarli così come nascevano, anche se erano diversi e di meno facile ascolto rispetto al lavoro precedente. Le canzoni sono venute fuori più complesse, più arrangiate e per noi va bene così, perché penso che il musicista debba preoccuparsi solo di questo e non dei problemi di marketing e cose del genere. Se vogliamo le pressioni ce le siamo create da soli perché prima di entrare in studio ci siamo resi conto di avere della musica diversa e non un Verdena 2, la direzione era molto diversa e per un po’ siamo entrati in crisi. Poi una volta entrati in studio, tutto è svanito perché abbiamo trovato un’atmosfera accogliente, familiare così che da sentirci liberi di fare il disco che volevamo e questo ci riempie d’entusiasmo. Siamo molto soddisfatti, abbiamo fatto la scelta giusta.

A proposito di scelte, la prima è stata quella di affidarsi ad un nome, se vogliamo ingombrante, come quello di Manuel Agnelli per la produzione. Al di là della considerazione e del rispetto che si ha di lui come musicista, cosa pensavate potesse darvi in più il suo lavoro?
Alberto: Manuel ci ha dato molto dal lato sia professionale e sia umano: ci ha messi a nostro agio in studio. Ha rispettato molto le nostre idee, ha capito che le avevamo ben chiare anche sui suoni, e credo sia stato bravissimo a ricrearli così come noi li volevamo.

La prima cosa che si nota, è la complessità della struttura dei nuovi brani: sono più ricchi negli arrangiamenti e mostrano un respiro più internazionale, anche se il cantato in italiano può limitare la riproposizione all’estero del disco. Penso che i vostri discografici siano rimasti perplessi quando hanno ascoltato per la prima volta l’album…
R: Inizialmente è stato così, ma questo è successo prima di entrare in studio, poi una volta ascoltato il prodotto finito, anche i nostri discografici si sono mostrati entusiasti del disco.

A: Diciamo che inizialmente la casa discografica aveva messo dei limiti per questo disco, aveva paura che noi stessimo andando in un’altra direzione, come effettivamente stava succedendo, loro volevano una Valvonauta 2, mentre a noi obbiettivamente questo non importava affatto.

Anche se non c’è una seconda Valvonauta, un brano come Spaceman che fa da ponte fra il vecchio e nuovo repertorio, ed il suo lavoro come singolo apripista ha funzionato molto bene.
R: E’ proprio come dici tu, e la cosa è voluta. Spaceman appare come un brano del primo disco, ma quando la si ascolta attentamente, con il suo arrangiamento complesso, si nota che può stare a pieno diritto all’interno di “Solo Un Grande Sasso”, tant’è vero che non ha ritornello, una caratteristica che hanno molte canzoni del nuovo disco. Ma questa differenza tra il modo di scrivere una canzone tra il primo è il secondo cd, non è maturata a tavolino. Solo dopo avere completato le canzoni ci siamo resi conto che mancava il ritornello.

Ci sono brani come Nova, Onan che hanno una struttura che ricorda, mi scuserete la similitudine, molto i Motorpsycho e qualcuno, a torto, potrebbe dire che vi siete legati troppo a questo modello.
A: Nova è un brano che effettivamente potrebbe richiamare molto i Motorpsycho, quando l’abbiamo composta stavamo ascoltando molta musica progressive norvegese, ma non il gruppo di Trondheim. Su Onan c’è più influenza di My Bloody Valentine non solo i Motorpsycho. Diciamo che le influenze sono tante e vanno ricercate.

R: Amiamo molto i Motorpsycho e continuiamo ad ascoltarli, per quello che riguarda le influenze, diciamo che emergono a livello inconscio, visto che ascoltiamo musica tutto il giorno. C’è un cosa da dire al riguardo che un po’ ci secca: tutte le influenze per un gruppo italiano sono un peso da portarsi addosso, e quando si fa un paragone con un gruppo straniero, questo appare sempre più grande, anche se è il più underground del mondo.

A: A proposito dei Motorpsycho, vorrei dire che da un po’ di tempo a questa parte hanno perso in originalità.

Ma i Motorpsycho sono una bignami del rock, hanno assimilato tutto dal passato e lo ripropongono in una maniera nuova ma non innovativa.
R: Hanno un universo loro nel quale si muovono con abilità. Poi le loro influenze sono palesi, ma mai nessuno andrà dai Motorpsycho a dire che hanno plagiato questo o quello. Anche gli Strokes, gruppo rivelazione del momento, e che ci piacciono molto, si muovono tra Iggy Pop ed i Velvet Underground, ma niente di più. Questo non è una cosa negativa, almeno io credo sia così, mentre la critica italiana nei nostri riguardi la pensa al contrario. L’anno scorso eravamo i Nirvana, quest’anno i Motorpsycho.

A: La similitudine nasce anche da quell’intervista realizzata da noi con il gruppo norvegese, e questo crea confusione.

Il problema è acuito dal fatto che gli acquirenti preferiscono comprare il cd del gruppo straniero piuttosto che di quello italiano, gli Strokes invece dei Verdena. Voi come vi ponete al riguardo? Avvertite un disagio?
R: Un po’ sì, ma non ci badiamo più di tanto. E’ nella cultura oramai. C’è questa cosa che ci fa sorridere un po’, cioè quella del tipo che arriva e ci dice “per essere italiani siete bravi”. Come se fossimo un paese sottosviluppato: In Italia ci possono essere gruppi ottimi, ma non verranno mai definiti tali, perché italiani: Al massimo si dirà che sono buoni.

A: Ad esempio se l’ultimo album dei Girdini di Mirò l’avessero composto i Mogwai, sarebbe stato meglio.

R: Il disco dei Giardini è superiore a Rock Action dei Mogwai, solo che questi sono cool, arrivano dalla Scozia e godono maggiore considerazione, di conseguenza la gente acquista il loro cd e non quello dei Giardini di Mirò.

La colpa allora è della stampa italiana che relega la musica autoctona in piccoli spazi di nicchia? R: Anche. Se prendi riviste come Blow Up che si vergogna di recensire il nostro disco, così come molti di quelli italiani. Non parlo per noi, me ne frega poco se loro ci recensiscono o meno, però dovrebbe essere un loro compito primario quello di supportare i gruppi underground italiani.

Può darsi che ancora si cerchi una via italiana al rock, quando invece questa è una musica internazionale dove possono starci tutti: gli inglesi come gli italiani, gli olandesi come gli australiani, gli americani ed i francesi e via discorrendo?
R: Il problema è che quando si parla di rock italiano si pensa a gente come i Negrita, Litfiba e via di questo passo. Per fortuna invece ci sono altre realtà, per questo noi diciamo di suonare rock in Italia.

A: Poi questo è un periodo dove siamo i più forti: nel calcio, nella formula uno con la Ferrari, perché non dovremmo diventarlo anche con la musica?

Poi esistono diversi gruppi che incidono all’estero e sanno farsi apprezzare: Cito un nome su tutti che è quello degli Uzeda.
A: Tutti dovremmo spingerci all’estero, anche con il cantato in italiano, pure se difficile. Non sarebbe affatto male se tendessimo ad uscire tutti dai nostri confini.

La vostra scelta di campo è precisa, avete deciso di cantare in italiano. Perché?
A: Esiste una versione del disco cantata in inglese, solo che non ci piace agire in questo modo, con progetti simili ma diversi.

Non dovrebbe essere la vostra casa discografica a proporvi all’estero?
R: La priorità resta il nostro paese, il disco è appena uscito e c’è tutta la promozione, il tour da portare avanti: Terminato questo periodo valuteremo il da farsi.

La ricchezza di arrangiamenti di Solo Un Grande Sasso come verrà resa dal vivo?
A: Siamo alla ricerca di un tastierista che ci possa accompagnare in tour per ora abbiamo un amico con noi, Roberto degli Hogwash, che esegue le parti di Rhodes, mentre mancano i Mellotron e gli altri effetti. Comunque non trovo tantissima differenza perché riusciamo comunque a tenere il palco alla grande, senza far emergere particolari deficienze.

Ora che le canzoni sono su disco e, in un certo senso, non sono più vostre, che aspettative avete? C’è qualche timore o siete sicuri del vostro operato?
A: Io ho un po’ di timori per ciò che riguarda una fetta del nostro vecchio pubblico che si aspettava qualcosa come il disco precedente. Mentre sono convito che la gran parte sia felice di questo cambiamento. Magari capiterà di acquisire nuovi ascoltatori che magari prima non si sognavano di seguirci.

Com’è caduta la scelta sulla cover di reverberation?
A: Il brano originale è molto psichedelico, il suono forse un po’ piatto. Noi abbiamo deciso di dargli più dinamica, e ci piaceva tantissimo l’idea di trasformarlo in un brano hard rock.

Nel Mio Letto” ha le potenzialità del singolo. La si ascolterà in questo formato?
A: Probabilmente si. Anche se noi preferivamo un brano diverso, visto che siamo in tour. Però la casa discografica ha scelto questo brano dal sapore beatlesiano, una ballata tenue che va comunque bene.

A proposito di Beatles “Cara Prudenza” è una citazione molto palese.
A: Anche “nel mio letto”, sono brani nati in un periodo in cui erano influenzato molto dal White Album, naturalmente si tratta solo di un omaggio.

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