Offlaga Disco Pax - Cavriago (RE), 15-01-2006 Intervista

31/01/2006 di

Nella foto qui sopra, gli Offlaga Disco Pax (autori, assieme ai Baustelle, del miglior disco dell'anno 2005), sono colti da Giulia Mazza in una filosofica posa sulla scalinata di casa Reverberi. E' Cavriago, la città con Piazza Lenin, quella della "nostra meravigliosa toponomastica". E' la casa di Jukka, il chitarrista dei Giardini di Mirò. Che qui, in una scoppiettante intervista "100% Emilia", traccia personalissimi percorsi di vita (e di partito) con Max Collini, la "voce narrante". Altre domande? Ci pensa Vasco Errani.

Il Blog di Jukka Reverberi



Offlaga Disco Pax. Tre loser d'annata da Reggio Emilia. In una città piccola come la nostra (o - meglio dire - la loro: io sono di Cavriago) difficile che persone con gli stessi interessi non siano in contatto. Per questo posso considerare la parte "musicale" degli Offlaga come amici di lungo corso, ma della parte "testuale e narrante", che dire? Da dove diavolo salta fuori quell'anti-rocker di Max Collini? Per quanto ne so io, dal nulla. Si mette li con il microfono in mano, e blatera della sua cazzo di Reggio Emilia e di come cazzo se la viveva lui e di come diavolo "lui" ha vissuto un sacco di sentimenti che erano, poi, cose di tanti. Fa una cosa molto semplice: tratta il generale attraverso l'esperienza personale, e te la sputa lì per fartela ricordare anche a te che già l'avevi dimenticata per altre cazzate. E' questa una delle cose che rende unico il rock: quel movimento che parte dal collettivo, viene recepito da un'individualità singola, che la rimanda al mittente dopo averla semplicemente letta. Una cosa, a dirsi, stupida, ma tutt'altro. Son capacità che solo in pochi hanno.

Poi gli ODP potranno starvi antipatici, suonare come altri e quindi poco originali, avere un accento insopportabile, essere totalmente ossessionati con il loro mondo da non rientrare nel vostro... Secondo me sbagliate. Dite cazzate. Questi tre tizi di Reggio non stanno gettando le nuove basi per le progressive sorti del rock italiano. Stanno semplicemente facendo la loro cosa; la "loro" cosa. Stanno interpretando i loro sentimenti. Una pratica, oggi, rivoluzionaria. Essere se stessi rompe con tutto quello che si ha attorno. Questa e' una rivoluzione. Dal singolo verso l'esterno.

Un gruppo che nasce, fa pochi concerti e subito si trova un disco pubblicato, con la copertina di una delle principali riviste di settore. Una roba da gruppo inglese: hai presente quei gruppi sconosciuti che finiscono sull'NME prima ancora di pubblicare un disco? Adesso so che messa così la domanda può sembrare poco simpatica, ma era per fare un paragone e ribadire quanto è "straordinaria", ovvero fuori dall'ordinario, la cosa che vi è successa. Che mi dici del 2005 degli Offlaga?
Dal primo concerto del gruppo all’uscita di "Socialismo Tascabile" sono passati quasi due anni, un periodo non poi così breve. In quei due anni abbiamo fatto quaranta concerti di cui almeno trenta fuori da Reggio Emilia, abbiamo vinto il RockContest di Controradio a Firenze nel 2004 e suonato a Roma, in Sardegna e ovunque sia capitato. Per un gruppo appena nato e dalle caratteristiche inusuali è un percorso certamente rapido e sorprendente, ma l’analogia non funziona. In Inghilterra è la stampa specializzata che va a cercare gruppi ed etichette da lanciare e bruciare in breve tempo, cavalcando fenomeni e scene un po’ fittizie al solo fine di avere un nome nuovo da sbattere in prima pagina. Da noi questo meccanismo non esiste, la stampa specializzata è quasi sempre gestita da appassionati e non da professionisti (un limite dettato da un panorama desolante che non genera alcun tipo di ritorno economico o quasi) e dedica pochissimo spazio agli italiani. A noi è successo tutto quello che non succede quasi mai e che dovrebbe invece succedere sempre. Facciamo dei concerti e chi viene a vederli ci invita a suonare da un’altra parte. Facciamo un concorso, lo vinciamo e uno di una etichetta è in giuria, apprezza e ci chiede di lavorare con loro. Facciamo un disco e il disco piace molto ad alcuni e fa schifo ad altri per cui le opinioni contrastano e la curiosità sale. Ma tutto questo è frutto della cosa che facciamo, non di operazioni studiate a tavolino. A freddo un progetto come il nostro era inimmaginabile. Semmai è il contrario, è la sua sincerità e il suo assoluto candore che lo ha reso digeribile a molta più gente del prevedibile. E’ stato un anno pieno di viaggi, concerti, persone, premi, soddisfazioni. Irripetibile. Bellissimo. Anche perché tutto è arrivato senza alcuna aspettativa. Non abbiamo fatto questo disco per avere questo risultato, ma più banalmente perché c’era un’ etichetta che era disposta a pubblicarlo. Gli investimenti per la produzione del disco (nostra) e la sua promozione (Santeria/Audioglobe) sono stati risibili rispetto ad un mercato non dico “major” ma solo “normale” e comunque a me nessuna pubblicità farà mai comprare un disco. Se mi piace lo compro, se non mi piace potete metterlo in copertina tutti i mesi e resta sullo scaffale lo stesso. Nessuno ha soldi da buttare, men che meno un pubblico scafato ed esigente come quello delle produzioni indipendenti italiane.

E che mi dici del tuo 2005? Che è stato per te salire su un palco non più "pischello"? Sai, c'e' questa immagine romantica del rocker come giovane ribelle, e più ancora il rock si codifica come mezzo espressivo delle incontenibili urgenze adolescenziali. Ecco dai, tra di noi si può dire, tu sei tutto meno che un teenager (pure io, va da sè) e proprio l'aria da rocker non l'hai neppure a pagarla a peso d'oro. Eppure stai lì sul palco e... Insomma, dimmi un po' tu come ci si sente ad affrontare una "prima volta" superati i 35 anni.
Questa per me è la domanda più difficile. Enrico e Daniele mi hanno proposto l’idea di usare i miei racconti (scritti tra il 2000 e il 2002) come base per i testi di un progetto tutto da inventare insieme che io stavo per compiere trentasei anni. Loro suonavano da molto tempo in altri gruppi, gruppi che io andavo a vedere e di cui ero fan. Ho affrontato sta cosa da perfetto incosciente, così come veniva, senza pretese e con molta paura. Il primo concerto fu una specie di iniziazione, una verginità persa con diciotto anni di ritardo. Terribile. Ero atterrito e lo sono stato per molto tempo. Ci ho messo parecchio per acquisire un minimo di confidenza col palco e ancora adesso dopo decine di concerti resto un “declama” assolutamente improbabile: dizione pessima, fisico appesantito, sguardo miope, staticità imbarazzante. Un disastro. Secondo me è anche questo che piace. Uno può pensare: “se ce la fa quello lì ce la posso fare anche io”. Molto punk. Più o meno. Circa.

Nei testi che scrivi spesso descrivi a tratti alcune caratteristiche della città: Reggio Emilia. Io vengo dalla provincia e riserbo sempre un po' di astio verso il capoluogo, e poi io sono di Cavriago. Comunque sia, nell'esser così piccola e sconosciuta ai più, Reggio Emilia è sempre stata centrale in alcune delle vicende "politiche" piu' importanti di Italia. Devo fare un piccolo elenco: il primo tricolore nazionale si ha qui, i moti risorgimentali con Andrea Rivasi (primo caduto italiano), la resistenza e le prime occupazioni di fabbriche, la nascita e la fondazione delle Brigate Rosse… insomma un lungo percorso dominato fino ad oggi da varianti color rosso che oggi via via sbiadisce, forse per esser ricordata come la città che ha dato i natali a Prodi ed ha un sindaco "antiabortista". Che rimane della "nostra Reggio", la città che tu amavi e che io vedevo solamente come la "grande città"? Che è Reggio Emilia?
Le persone spesso manco si accorgono della storia che sta dietro al luogo dove vivono. Tra i riferimenti che citi ne aggiungerei alcuni per me fondamentali: Nilde Iotti, i fratelli Cervi e Camillo Prampolini. E’ stato poi a Reggio Emilia che il 7 Luglio 1960 la polizia di Tambroni sparò sui manifestanti causando cinque morti e l’ inevitabile caduta di quel governo orribilmente sostenuto dal MSI a solo quindici anni di distanza dalla fine della guerra. La provenienza reggiana di una parte del nucleo storico delle Brigate Rosse lo trovo un argomento invece molto controverso: per il loro progetto “rivoluzionario” del tutto avulso dalle pratiche profondamente rispettose delle istituzioni democratiche che il PCI aveva faticosamente contribuito a creare dovettero andarsene da questo territorio praticamente fin da subito. Fu una follia che con la storia del Partito Comunista Italiano ed emiliano non ha nulla a che vedere. La Reggio Emilia di oggi è ciò che rimane del suo orgoglio una volta proletario. Ci siamo arricchiti, sviluppati e inevitabilmente un po’ imborghesiti. Restano: la nostra toponomastica davvero originale e che passa quasi sempre inosservata; un certo spirito cooperativo e cooperativistico; un partito erede del PCI dalla dirigenza locale divisa e divisibile su qualunque poltrona da spartire (anche la più inutile) e un altro partito che vorrebbe essere l’erede del PCI ma che nei fatti è più che altro un litigioso circolo di orfani di ogni “ismo” possibile. La Reggio Emilia che amavo e che quasi non si trova più andrebbe tutelata dall’Unesco.

Ora, davvero, esco dal discorso musicale in tutto e per tutto. Mi inoltro con domande differenti, per capire chi e' quel tipo che sta lì, al centro del palco in un concerto degli Offlaga. Cosa è rimasto del "sogno emiliano", della via emiliana al socialismo? Io vedo una regione gestita in modo sonnolento e poco coraggioso. Non c'è più una programmazione che guarda al futuro (non uso "sol dell'avvenire"), che stiamo facendo per distinguerci dalle altre realtà di Italia. Cosa che era nostro vanto. Possiamo ancora dire, vantandoci, che siamo un passo più avanti delle altre regioni o facciamo questo solo in base ad intuizioni passate. Bologna negli ultimi 10 anni ci ha dato un bel po' di schiaffi e riportato con i piedi per terra. Una regione grassa che arranca da due lustri nel dare risposte... non è cosa da noi!
E’ una bella domanda, falla al prossimo concerto di Vasco Errani quando vai a vederlo.

Tu vesti sempre di nero, come il resto della band. Ammettiamolo, in una vecchia sede del PCI questa cosa non sarebbe stata molto apprezzata. Ricordi? Per il concerto del 25 Aprile vi avevo invitato a non vestire nero mentre suonavate sul Monumento ai caduti della Resistenza... Insomma il nero non è ben visto nelle sezioni. A casa mia se hai la camicia nera non entri e puoi essere pure comunista con due pugni chiusi, non mi interessa. Il PCI ed i suoi militanti erano conservatori e perchè uno vestito di nero non sarebbe mai stato accettato oppure si?
In una vecchia sede del PCI emiliano qualunque giovinastro dagli anni ottanta in poi è stato più o meno bene accetto. Rockettaro, metallaro, regolare o darkettone che fosse. Erano esclusi o, meglio, autoesclusi solo i Paninari Duraniani. Anche se un paio cercarono di infiltrarsi. Facevano il liceo classico e andavano al Frigidarium, ma erano figli di dirigenti di qualche cooperativa e rivendicavano il loro diritto alla doppia militanza paninara e comunista. Contusi, insomma, perché la botta del riflusso aveva colpito forte. La questione giovanile divenne decisiva per racimolare un consenso che non era più scontato. Negli anni ottanta i giovani del PCI erano una somma di tante culture e subculture musicali, ambientaliste, pacifiste. Già allora forse l’ideologia non riusciva più a fare da collante e al Mascotte, al Corallo o ai concerti dei Litfiba prima maniera c’erano gli stessi ragazzi che prima o poi ritrovavi a lavorare alla festa dell’Unità. Vestirsi di nero era ed è per me una scelta estetica, ma non porto camicie nere, non ne posseggo nessuna. Sul monumento alla Resistenza il venticinque aprile portavo un maglione nero ma nessuno credo ci abbia fatto molto caso.

Secondo te il PCI capiva qualche cosa di rock ed affini? Ovvero, oltre ad organizzare concerti alle feste dell'Unità che rapporto aveva il PCI con il rock e a sua volta che rapporto avevano i suoi militanti? Ti chiedo questo perchè spesso il "compagno" ascoltatore di musica viene visto come un appassionato di cantautori "di sinistra". Esclusivamente. Al massimo gli Area o gli Stormy Six. Ma anche qui, io ricordo che nel mio circolo della Fgci (fui un iscritto precoce a 12 anni, ma ero già con i più grandi da tempo immemore) il metal andava un sacco, così come i ragazzotti d'allora erano metallari o "dark". Addirittura un paio erano appassionati di musica inglese ed uno solo un punk della madonna. Io son cresciuto con loro, in particolare d'estate. Ricordo i programmi di feste come Gorganza a Cavriago-city o Correggio... Insomma che rapporto aveva il PCI e l'organizzazione giovanile con la musica? Tutti conservatori mangiabambini o a ben vedere...
Alla festa dell’Unità in Gorganza (una prateria tra Reggio Emilia e Cavriago) nel 1985 i CCCP aprirono ai Redskins (lo sai chi ha organizzato quel concerto? NdJ). Erano anni di grandissimo fermento e l’Arci, il PCI e la Fgci ne seguivano con le loro diverse capacità di comprensione evoluzioni e movimenti. L’attenzione del PCI per gli aspetti culturali nati in modo più o meno autonomo nella società è sempre stata altissima. A Correggio per anni la festa dell’Unità è stata un punto di riferimento nazionale per certi suoni e stili. Le nuove generazioni portarono nel Partito semplicemente le loro passioni e l’aria che si respirava era un po’ meno bigotta. Tanto alla fine c’era sempre spazio più o meno per tutti e per tutto, dal liscio al punk. Io stavo nella cricca darkomunista: pomeriggio davanti al negozio di dischi di Toni in Vicolo del Folletto a sbavare davanti ai vinili dei Dead Kennedys, dei Christian Death e degli ambiguissimi Death in June e la sera riunione per le liste delle elezioni scolastiche in via Toschi. L’ideologo era Arturo Bertoldi. In quel momento della mia vita nella politica avevo trovato tutto quello di cui avevo bisogno, compreso un esorbitante senso di appartenenza che sento ancora forte nonostante siano passati quasi vent’anni.

Oggi che rimane dell'eredità culturale del PCI? Si tende a pensarlo come ad un partito culturalmente egemone. Qualche bifolco destrorso ne fa una colpa, senza magari cercare di capire il perchè di questa capacità d'attrazione a sè del mondo della cultura da parte del vecchio partito comunista. Insomma, sarebbe troppo facile dire che lo si faceva per tornaconto personale. Il PCI era pur sempre un partito destinato all'opposizione in una stato cattolico provinciale e con raucedini fascistoidi. Perchè il PCI sapeva attrarre a sè un largo mondo di esponenti della cultura mentre oggi ad esempio i Ds, ma anche Rifondazione, raccolgono solo briciole? E, domanda non secondaria, non dirmi che gli intellettuali in Italia oggi sono rappresentati solo dal buon Fabio Fazio. Perchè sennò il problema è di natura diversa. O forse è solo un cane che si morde la coda.
La politica fino agli anni settanta si occupava di bisogni fondamentali per la maggior parte delle persone: lavoro, case, scuole, ospedali, diritti, riforme, opere pubbliche indispensabili, povertà, agricoltura. Oggi si occupa delle stesse cose ma i bisogni primari delle persone sono soddisfatti per la maggioranza di esse. La politica serve più a se stessa, nell’opinione comune distratta e scontenta, che non ai cittadini. Perché un intellettuale dovrebbe trovare in un partito qualcosa di stimolante? Il livello dei nostri politici è a volte imbarazzante perfino a sinistra. Eticamente sono spesso scadenti quanto il paese che essi vorrebbero rappresentare. Le èlite culturali stanno nel loro empireo e osservano tra l’impietrito e il distaccato. La nostra classe dirigente è scarsa e gli intellettuali sono più gratificati da altro che da un impegno nei partiti che darebbe loro grattacapi. Non li giustifico ma li capisco. Del mito della società civile come unica redenzione possibile parliamo un’altra volta, che non c’è niente di più pietoso di uno che fa politica dipingendosi come antipolitico.

La mia famiglia, con la "svolta", decise di non lasciare il passato e continuò a chiamarsi comunista, per rientrare poi nella "vecchia/nuova/casa", arrabbiati e delusi. Critici! Tu come hai vissuto la svolta? Sei uno di quelli che ha perso degli amici?
I rapporti umani per me vengono - da diversi anni, ormai - prima della politica, e nessun pregiudizio potrà impedirmi di frequentare qualcuno anche se di parte diversa, figuriamoci uno di sinistra che non la pensi come me. Io ho vissuto la svolta occhettiana con distacco e freddezza. Da allora non mi considero più un militante e la mia visione romantica e un po’ ingenua si è definitivamente arresa all’evidenza. Sono sempre stato più coinvolto dall’immaginario che non dalla prassi. Resto un elettore dei Ds e la politica di oggi è così poco dignitosa che perfino Violante e Bersani riescono ad emozionarmi, seppur in modo vago. Sono sempre stato uno che si accontenta e sono consapevole che di Enrico Berlinguer e di Antonio Gramsci non ne nasceranno più. Mi definisco comunista in ragione del mio completo riconoscermi nella storia del PCI, errori compresi, di cui sono stato parte attiva fino alla sua fine. Chiuso quel capitolo per me dirmi o non dirmi comunista non è più stato così fondamentale.

Ormai abbiamo finito, ritorniamo quindi al gruppo. con gli Offlaga vi siete presi la copertina di uno dei maggiori magazine di rock in Italia. Però si la copertina era dedicata a voi, ma al vostro posto c'era un ritratto di Lenin. Sa di beffa, no? Ti becchi una copertina ed al tuo posto ti ci mettono un altro (che stimi ecc. ecc., che fa parte della tua storia...). Come vi siete sentiti di fronte a quella copertina?
Da una parte contentissimi, un gesto enorme di stima, inaspettato ed inusuale per un gruppo italiano esordiente. L’immagine scelta da Rumore però non è esattamente sintonizzata con la nostra sensibilità. Noi nel disco abbiamo messo in copertina una bimba che suona una tastierina e parliamo di Lenin raccontando la storia del suo busto in piazza a Cavriago. Difficile trovare in tutte le nostre locandine, immagini e testi riferimenti non filtrati dal nostro personale modo di vedere le cose e alieni dal nostro vissuto. Il grafico che ha realizzato quella copertina ha fatto una semplificazione un po’ forzata: ha visto probabilmente le nostre fotografie sotto al busto di Lenin ed ha tratto una conclusione più sua che nostra. Il disco si intitola "Socialismo Tascabile" e quel Lenin colorato con dietro una falce, un jack e una chitarra al posto del martello non mi pare molto “tascabile” e rischia di apparire retorico, una cosa che cerchiamo in tutti i modi di non essere anche se ci rendiamo conto che è impresa ardua sfiorando certi temi. Grazie tantissimo a Rumore per la stima e la scelta, ma l’immagine di copertina scarta un attimo rispetto al nostro approccio minimalista e un po’ ironico. Sarebbe bastato mettere il busto di Lenin (anche senza di noi) in copertina per dare tutto un altro significato all’immagine sopra alla scritta Offlaga Disco Pax. Nessuna polemica, solo non vorrei che qualcuno pensasse che quell’immagine sia stata scelta e proposta da noi, che l’abbiamo invece vista solo il giorno della pubblicazione e non è una roba che ci rappresenta perfettamente. Sia chiaro però che tra quella copertina e nessuna copertina io personalmente mi tengo quella, in fondo è pur sempre il caro vecchio Vladimir e gli voglio bene anche se l’hanno colorato un po’ troppo.

Ultima domanda. Perchè sono finito in un tuo testo e quindi in una canzone degli Offlaga? La cosa è strana, perchè del gruppo io conosco molto bene o abbastanza bene gli altri due componenti, ma te non tanto! Ricordo solo una sera al Calamita quando ti avvicinasti e mi chiedesti lo spelling corretto del nome.
La prima stesura del testo risale al 2002. Pochi mesi prima che nascessero gli Offlaga. Portai Francesca (più nota a qualcuno come “De Fonseca”) che allora era la mia ragazza a vedere il busto di Lenin a Cavriago e da quella breve visita trassi lo spunto per una riflessione sull’aspetto mistico di quel monumento. Quando poi ripresi in mano il racconto una volta nati gli ODP per ridurlo alla dimensione attuale frequentavo Federica, la figlia dell’allora sindaco Loriana Paterlini e vicina di casa, compagna di sezione e amica (qualcuno mi sa che ci farà pagare sto delirio autoreferenziale oltre ogni decenza) dell’intervistatore odierno (Federica è la vicina di casa di Jukka, NdR). Siamo nell’estate del 2003 credo, o giù di lì e Fede lavorava al cinema Novecento come volontaria e disse che anche tu avevi un turno alla biglietteria sempre come volontario e mi piacque da morire sta cosa del chitarrista dei Giardini di Mirò che una volta alla settimana stacca i biglietti al cinema “cooperativo” del suo paese. Per me Jukka Reverberi è sempre stato il figlio di uno dei segretari storici del PCI Cavriaghese (il mitico Jones Reverberi) più che il chitarrista di un importante gruppo indie italiano e infilarti in quel testo per un ruolo così diverso da quello che hai per la maggior parte delle persone che ti conoscono fuori da Cavriago è stato immediato e spontaneo. Io non sono un musicista e non so suonare né cantare e quindi il mio stare in un gruppo è del tutto sorprendente, esattamente come per chi ti segue coi GDM è sorprendente immaginarti a staccare biglietti alla cassa del Novecento. E poi, ragazzo mio, hai un nome che da solo meriterebbe un racconto tutto per te… (fine della marchetta).

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