C+C=Maxigross - La montagna non è morta Intervista

Ana Blagojevic © 2015 - C+C = MaxigrossAna Blagojevic © 2015 - C+C = Maxigross
04/01/2016 di

"Fluttarn" è uno dei dischi che più abbiamo amato nel 2015 (oltre a contenere una delle nostre canzoni dell'anno): con le loro atmosfere corali e celebrative, i C+C=Maxigross confermano ancora una volta un'inesauribile tensione creativa sospesa tra sincerissimo folk e magnetica psichedelia. Li abbiamo intervistati per farci raccontare qualcosa in più su questo nuovo e bellissimo album.

Ormai siete in giro da qualche anno, avete una discografia apprezzata alle spalle e il vostro credito nella scena psych-folk cresce sempre di più: chi sono i C+C=Maxigross di Fluttarn e cos'hanno di diverso rispetto a quelli di Singar e di Ruvain? 
Tobia
: C'è innanzitutto che siamo persone diverse, cioè che la formazione stessa dei C+C del disco è diversa da quella che è adesso in tour, e così è stato pure tra un disco e l'altro. Noi crediamo molto nell'idea del collettivo e crediamo che avere molte persone che ci ruotano attorno sia anche uno stimolo in più per continuare a darsi da fare e produrre cose interessanti. E rispetto agli altri dischi c'è altra gente che ci ha dato una mano e che ha collaborato con noi, e di conseguenza altre influenze, altre voci, altri strumenti, altre esperienze. 

Infatti. Non gente a caso poi, dato che se per lo scorso album vi siete avvalsi della collaborazione di Martin Hagfors, per quest'ultimo di quella di Miles Cooper Seaton (cantante e bassista degli Akron Family): come si fa a portare in Lessinia certi artisti? E, se a voi resta il loro fantastico contributo, cosa resta a loro di voi, della vostra terra, della vostra musica?
Tobia
: Il cibo. Poi per il resto forse dovresti chiedere a loro… (ride). Poi è vero, Miles è quello che in questo disco è stato più presente e ci ha aiutato di più, ma fondamentali per noi sono state anche tutte le altre collaborazioni. A noi piace citare quelle di Marco Fasolo dei Jennifer Gentle, Håkon Gebhardt dei Motorpsycho, Kjell Karlsen Martinsen… e con tutte queste persone si arriva a creare un qualcosa che va oltre quello che è il disco e il suonare in montagna, si creano vere e proprie amicizie. Non ti dico cos'abbiamo in mente ma ad esempio con Miles siamo tuttora in contatto e stiamo architettando tanti bei progetti… 

Parliamo allora di musica. Ci raccontate com'è nato l'album, e da dove avete preso ispirazione per le atmosfere?
Filippo: Fluttarn nasce dall'esigenza di portare alla luce dei pezzi che abbiamo composto negli ultimi anni, e come sempre, senza darci dei vincoli o degli obiettivi ci siamo messi al lavoro nel nostro studio a Vaggimal, registrando una ventina di pezzi. Da lì abbiamo cercato di dare un senso al materiale che avevamo, tagliando dei pezzi in modo da creare un disco compatto e che comunicasse qualcosa, anche se ancora non sapevamo con precisione cosa.
Per il resto più che di ispirazione parlerei di influenze. Tutto quello che sono stati i nostri ascolti in quest'ultimo periodo ci hanno influenzato e sono ben presenti nel disco. Per esempio in Fluttarn sono presenti molte parti di synth, ma non per una particolare predilezione di quest'ultimo strumento, semplicemente perché abbiamo ricevuto in prestito dal nostro manager (Gianluca Giusti, tastierista dei Mariposa, ndr) un Roland Juno, e incuriositi l'abbiamo suonato. Ci è piaciuto ed è finito nel disco.

C'è un tema che attraversa tutte le canzoni di Fluttarn?
Tobia: Non è facile rispondere perché bene o male siamo tutti autori e compositori di svariati pezzi, quindi dovremmo raccontarli uno ad uno. Forse Niccolò potrebbe parlare del suo pezzo, visto che siamo a Feltre… 
Niccolò: Ecco, infatti. Nel mio pezzo ("Let It Go", ndr) si parla di un episodio accaduto proprio qui a Feltre durante un concerto in cui dopo un paio di pezzi, un po' per il fumo che continuavano a spruzzare sul palco, un po' per un calo di pressione, ho avuto un attacco di panico e sono svenuto sul palco. Il brano è nato quindi dai pensieri, dalle sensazioni e dagli stress che hanno caratterizzato quell'evento. Nelle nostre canzoni raccontiamo di noi, delle nostre emozioni, quindi se c'è un filo conduttore è quello.

 
Ascoltando il disco ho ritrovato molti echi di Sgt. Pepper's, soprattutto in quanto ad approccio alla composizione. Quanto c'è di studio e quanto di improvvisazione in Fluttarn?
Filippo: Oddio.…a "Sgt. Pepper's" non l'aveva ancora mai paragonato nessuno, però è un bellissimo paragone, grazie.
Tobia: In quanto ad approccio in Fluttarn c'è tanta improvvisazione ma sicuramente è compensata poi da altrettanta post-produzione e editing. Giusto per restare negli anni '60 mi viene in mente "Good Vibrations" dei Beach Boys, in cui ci sono un centinaio di tagli di nastro. Ecco, noi non siamo su quei livelli però nel disco abbiamo inserito delle improvvisazioni, delle jam, delle code di brani fatte in presa diretta pura attaccandole a dei pezzi registrati traccia per traccia al metronomo, precisissime. E poi taglia, cuci, effetta… è una fusione di diverse tecniche e diversi approcci.

Ho letto che in questo disco avete usato perfino un microfono degli anni '40. Con tutti gli strumenti digitali che abbiamo oggi a disposizione, cosa spinge a ricercare una strumentazione più antiquata?
Tobia: Intanto per aver avuto accesso a questi strumenti dobbiamo ringraziare Marco Fasolo, che è un cultore di strumenti e tecniche di registrazione, e che ce li ha prestati. Diciamo che la nostra non è certo una ricerca dell'analogico a tutti i costi, ma piuttosto una questione di approccio al "fare musica".
Noi registriamo in digitale, ma con un'attitudine "analogica" con tutti i limiti che ne derivano: di base partiamo con l'idea che tutte le cose che facciamo singolarmente devono essere pensate e ragionate nel dettaglio e poi, una volta fatta un'esecuzione al meglio, con i suoni già studiati in partenza e suonando al top, ci permettiamo di interagire con i suoni creati, anche stravolgendoli se opportuno, ma avere una base di partenza di qualità elevata e non doverci lavorare sopra troppo "per forza" è imprescindibile per noi, e se questo si traduce nell'usare un microfono vintage degli anni '40… ben venga!

Ancora un titolo in cimbro per il vostro disco, poi il festival che organizzate e l'etichetta che avete fondato. Avete un forte attaccamento alle radici mentre state spiccando sempre più il volo verso il resto del mondo: avete già suonato al Primavera Sound, Fusion Festival, Eurosonic, Reeperbahn, CMJ (New York) e molto altro ancora. Arriverà un momento in cui Vaggimal e la Lessinia saranno troppo piccoli per voi?
Tobia: In realtà da quest'estate il nostro studio di Vaggimal per vari motivi è già stato chiuso, e quindi per registrare dovremo trovare qualcos'altro, probabilmente ci sposteremo in città, a Verona. Il Lessinia Psych Fest resterà invece ovviamente in Lessinia, un luogo speciale con cui abbiamo un rapporto tanto particolare, e pensare che tutti noi siamo nati in città. In fondo è il luogo dove ci siamo formati come gruppo e in cui abbiamo vissuto artisticamente, passandoci davvero tantissimo tempo. Oltre ad essere un posto oggettivamente stupendo.

Che differenza c'è tra il lavorare in un piccolo paese di montagna e lo starsene in città? Cosa vi spinge a rimanere e a cercare, nel vostro piccolo, di “salvare” Vaggimal?
Filippo: Per quello che facciamo noi, ossia musica, farla in un ambiente circostante fantastico, con i monti, i boschi, le valli… e poterlo fare 24 ore su 24 è qualcosa di straordinario che si riflette totalmente anche sulla musica stessa. Anche lo stesso festival, lo facciamo per valorizzare un posto bellissimo e al tempo stesso dare ai concerti una straordinaria cornice paesaggistica, che può offrire tantissimi spunti.
Sembra stupido fare un festival in un posto così scomodo, così distante dalla città, dove fa freddo anche in estate… ma a fronte di questo avere la possibilità di fare un concerto in mezzo al verde, fare le proiezioni sugli alberi, suonare in una malga con le mura in pietra… è una soddisfazione incredibile che la città non può offrirti. 

Che consiglio dareste a chi vive al di fuori dalle città e ai margini delle province, e che vuole fare musica? 
Tobia: Chi abita in posti più remoti dovrebbe senz'altro sfruttare al meglio la risorsa internet, che banalmente ti aiuta ad uscire senza dover uscire fisicamente. Ma l'importante è crederci e sbattersi, mi viene in mente il Mu Festival a Vervò, un paesino minuscolo in Trentino: una situazione bellissima e assurda, dove abbiamo suonato quest'estate. Hanno organizzato un concerto in una stalla dove fino alla mattina c'erano dentro le mucche, ed è stato bellissimo. L'hanno ripulita e sistemata per la serata ma si percepiva perfettamente che il posto era vivo ed era stato vissuto come stalla fino a poche ore prima. Questo per dire che ci sono delle realtà incredibili che nascono dalle situazioni più impensabili, ed è bello provare a coniugare questo e quello, in questo caso la musica con il territorio, ma vale per qualsiasi ambito.
Filippo: A noi poi è capitato di organizzare eventi sia in città che in montagna, e ci siamo trovati molto meglio a lavorare con quella che può essere la provincia più chiusa in assoluto, quella di montagna. E con la gente, con le amministrazioni… spesso capita che ci sia un dialogo e un entusiasmo inarrivabili in città. Poi oggi non c'è più bisogno di andare a New York per fare il jazz, basta una connessione ad internet, un computer e arrivi a tutto.
Tobia: Per quanto possa essere insignificante, noi possiamo testimoniare che la montagna non è morta, la nostra Lessinia, che consideriamo una terra magica, vanta tante personalità anche artistiche di assoluto rilievo e in questa partita noi stiamo dalla parte di chi si impegna affinché la montagna non muoia e affinché ci sia un ricambio, che è fondamentale. Se da una parte ci si scontra con una mentalità innegabilmente più chiusa, dall'altra c'è un'apertura diversa, come diceva Filippo, e la nostra speranza e il nostro impegno sono indirizzati anche a creare qualcosa che vada oltre lo standard in cui tutto è in città e tutto deve stare in città.

Qual è la parte più faticosa nel fare musica, e quale la più gratificante?
Tobia: In realtà coincidono. Noi facciamo una musica cantata in inglese e con sonorità internazionali e purtroppo siamo costretti a confrontarci continuamente con una serie di catalogazioni del tipo "fai musica in italiano, fai musica in inglese, fai musica nello stile italiano, musica internazionale"… Per quanto questo sia un discorso obsoleto, se vogliamo prenderlo per buono noi facciamo musica internazionale, visto che le persone che ci ruotano attorno sono legate tutte ad una scena che di confini non ne conosce. La difficoltà è quindi quella di fare un qualcosa che non abbia confini, che vada ovunque e che possa essere apprezzato ovunque. È una difficoltà ma anche una soddisfazione enorme. In fondo noi cerchiamo solamente di fare la musica più bella possibile, per noi e per gli altri. È difficile, è ambizioso, ma questo è il nostro obiettivo, tutto il resto non vale.

Tag: musica popolare

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