Ronin - C'era una volta l'underground Intervista

05/03/2012 di

Una chiacchierata a fiume: si parte dalla figura della Fenice e dai suoi significati (fuori e all'interno di questo nuovo album) si finisce a parlare della stampa musicale italiana, della situazione dei nostri locali (ottima, secondo lui), delle sottoculture e del perchè oggi il mestiere dell'etichetta underground sia cambiato totalmente (per questo chiude Bar La Muerte). L'intervista a Bruno Dorella.
 

Partiamo dalla Fenice.
E' stato un ricominciare da capo. Il nostro ex batterista si era rotto la tibia e siamo stati fermi per quasi un anno, poi, dopo il primo concerto si è chiamato fuori. Ero lì lì per sciogliere il gruppo, umanamente è stata davvero una botta. Abbiamo poi deciso di prendere un nuovo batterista, Paolo Mongardi degli Zeus. Il disco ce l'avevo già in testa, l'abbiamo registrato praticamente subito.

Quanto ci hai messo a scriverlo?
E' stato un processo lungo. Poteva già essere registrato nell'ottobre del 2010, io mi sentivo pronto ma la Ghost mi ha fermato dicendomi che non l'avrebbe pubblicato prima di gennaio 2012. Per certi versi è stata una fortuna, in quel momento ascoltavo tantissima musica antica, musica medievale e pre-seicento, l'avessi registrato subito sarebbe uscito decisamente ostico, addirittura senza batteria. Poi verso aprile dell'anno scorso ho iniziato a riscriverlo in chiave più rock. Quando, infine, sono arrivati i “nuovi Ronin”, con l'ingresso di Paolo Mongardi, l'abbiamo riscritto una terza volta.

Anche questa volta è un concept album?
No. Come nell'“Ultimo Re” ci sono alcuni rimandi tra un pezzo e l'altro ma ho deciso di dare molte meno indicazioni, volevo evitare il concept, non volevo imporre una traccia ben precisa da seguire. Con l'“Ultimo Re” mi sono accorto che qualcosa è andato storto. Continuo a considerarlo un ottimo disco, pressoché perfetto, ma in qualche modo non ha funzionato. Secondo me è perché l'ho raccontato “troppo” (flette le dita per evidenziare le virgolette attorno alla parola 'troppo', NdA): avevo svelato molti riferimenti, e poi l'idea che le tracce fossero legate tra loro da una storia forse gli ha conferito un'immagine più pesante del dovuto. Con “Fenice” ho fatto l'opposto: non ho detto nulla. Ovvio, ogni pezzo ha le sue istanze e un suo posto preciso all'interno del disco, ma non è un'unica storia.

Quindi è solo una questione di tattica promozionale?
E' scegliere se dare o meno indicazioni a chi si mette all'ascolto. Che poi, ti ricordo, si tratta solo di scegliere dei titoli, la si può prendere anche con più leggerezza. Sono canzoni strumentali, ognuna può avere un significato preciso e fortissimo, va bene, ma se anche volessi dare un titolo leggermente più astratto ci starebbe ugualmente, sono cose che nella musica strumentale si possono fare.

Cosa vuol dire che l'“Ultimo Re” non ha funzionato?
Eh, voglio dire tutto: la risposta del pubblico, le vendite, la quantità e la qualità dei concerti. Avevo davvero pensato che con quel disco avremmo fatto un scalino in più, quello che ogni musicista si aspetta quando sta per lanciare un nuovo album.

Quindi “Fenice” è stato un ripartire da capo?
Si. L'abbiamo fatto a casa di Paolo, in completa autarchia. L'abbiamo registrato da soli e poi l'abbiamo mixato da Tommaso Colliva, ci ha aiutati a migliorare alcuni aspetti di questa registrazione casalinga. Sentivo il bisogno di ripartire da zero. Vedi anche la copertina, abbiamo voluto in qualche modo richiamare il primo album: un colore solo, una sola immagine... I cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nell'industria musicale mi hanno fatto pensare che bisognasse ripartire da capo, riscoprire una nuova autonomia. Poi c'è il fatto che la Ghost si è defilata... abbiamo avuto più libertà.

Perchè, la Ghost non vi dava libertà?
Non parlo di libertà artistica, ovvio, parlo di un'autonomia decisionale. Quando abbiamo capito che non avremmo fatto uscire il disco per loro, ci siamo riappropriati dei tempi e dei modi per fare le cose. Ad esempio: il tour ce lo siamo organizzati da soli.

Tutto da soli?
Si, abbiamo collaborato con Estragon ma molte date le abbiamo organizzate noi. Volevamo dare un segnale, è un momento dove non ci si può permettere che uno staff lavori per te, ci vuole una spinta maggiore e quella spinta deve arrivare, per primo, da te. La fenice ha un po' tutti questi significati, è veramente una piccola rinascita.

Parliamo un po' delle canzoni. In “Jambya” ti immagini le pistolettate in aria.
Si, il concetto di rissa è alla base di quel pezzo.

Di “Fenice” cosa mi dici?
Fenice si basa su un canone, nella musica classica un canone è la ripetizione di una certa parte suonata da strumenti diversi: fanno tutti la stessa parte ma iniziando in momenti diversi e rincontrandosi poi in determinati punti. Dà bene il senso di circolarità...

...che non è una novità per i Ronin.
Si, ma non è mai stata così forte, qui diventa proprio matematica, ed è perfetta per rappresentare al meglio l'idea della fenice: una figura che muore e rinasce continuamente.

Perchè fare la cover di “It was a very good year", il pezzo di Ervin Drake?
Quella canzone è un omaggio a mio padre, la suonava sempre. Mio padre ha 81 anni e mi sono reso conto che la sua influenza nella mia vita è stata enorme, come per tutti credo...

Che lavoro faceva?
E' ragioniere. Lavora tuttora, è sempre stato un gran lavoratore. I giorni di festa ci dovevamo sorbire il momento in cui prendeva la tastiera e iniziava a cantare. Sai quelle tastiere Casio con gli accompagnamenti dentro? “Very good year” è stato uno dei suoi cavalli di battaglia e io per tantissimi anni l'ho odiata: fondamentalmente perchè non mi piacevano le feste di famiglia e quel tipo situazioni. Dopo tanti anni ho deciso di rifarla con i Ronin, appunto come omaggio a lui. Gli ho chiesto di suonarla con noi e dopo vent'anni che non toccava la tastiera l'ha risuonata identica.

Quindi le canzoni Ronin, seppur strumentali, sono in qualche modo autobiografiche?
Certo. Il primo disco dei Ronin è stato registrato con molta serenità: vivevo in Liguria, praticamente è stato composto su un fiume in un paese di cento anime. “Lemming” è stato composto a Milano, e in quel momento Milano rappresentava qualcosa di positivo, sia a livello lavorativo che umano. L'“Ultimo Re” è un disco nero, cupo, triste, è nato a Berlino in una situazione disastrosa, mi ero lasciato con Stefania (Stefania Pedretti, con cui ha sempre suonato e con cui continua a suonare negli Ovo, NdR). “Fenice” invece nasce in una situazione completamente nuova, mi sono sposato con Nathalie, mi sono trasferito a Ravenna. Insomma, ogni disco riflette bene la mia vita. I Ronin sono l'unico gruppo dove scrivo realmente i pezzi, negli Ovo suono la batteria, è diverso e nei Bachi lo è ancora di più. Alla fine le mie emozioni in musica finiscono nei dischi dei Ronin.

Che differenza c'è tra scrivere musica per film immaginari o per film veri?
Quella dei Ronin è musica che si presta alle immagini, è una musica che parte da me, da immagini che ho in testa. Musicare un film vero è completamente diverso ed è, letteralmente, una figata. Se mi chiedessero cosa vorrei fare da grande direi quello. Ma è tutta un'altra cosa, a volte ti trovi anche ad andare contro le tue inclinazioni ed è una bella sfida. Recentemente ho dovuto fare un provino per le musiche di un film fantasy, ho dovuto un po' forzare determinate cose, ma è stato stimolante. Mi chiedono tanti tipi di lavori e in quei casi l'altro diventa davvero il tuo committente. Fare il produttore artistico per qualcuno, commentare immagini con la musica, è tutto molto stimolante. Finché la mia musica non viene deformata per diventare più appetibile, che è quello che non vorrò fare mai, è molto stimolante.

Cosa ne pensi di un gruppo come I Cani? Sono arrivati al sedicesimo posto della classifica di Itunes sostanzialmente grazie ad una sola canzone su Youtube.
Sono la musica di adesso, rappresentano bene il motivo per cui ho fatto determinate scelte in questo ultimo periodo. Sia chiaro, è un momento interessante, è stimolante, toglie un sacco di barriere tra l'ascoltatore e il musicista. Toglie un sacco di potere alle etichette: a tutte, non solo alle major. Responsabilizza molto chi fa musica: hai un'idea, la realizzi come credi sia giusto e capisci da solo se può funzionare.

Immagino che con “determinate scelte” tu intenda la fine di Bar La Muerte, perchè la chiudi?
Perché è cambiato il mestiere dell'etichetta indipendente underground. Oltre a far uscire i miei gruppi e quelli di Stefania, che dopo un po' sono riusciti a camminare con le loro gambe trovando altre etichette, Bar la Muerte aveva un senso se alle spalle c'era un preciso progetto politico: supportare una certa scena underground, i gruppi a cui ero più legato, poi il Do it yourself, andare negli squat con il mio cesto di plastica pieno di dischi, parlare con le persone e puntualmente farmi rovesciare la birra sul banchetto. Era una cosa molto pratica, molto umana, molto manuale, bella. Adesso il lavoro è cambiato completamente: è legato ai tweet, a far finta di interessarsi alla vita degli altri sui social network. Ed è un lavoro che richiede tutto il giorno dietro al computer con, oltretutto, un risultato decisamente inferiore rispetto al passato. Fino a sei anni fa un disco che non funzionava vendeva un centinaio di copie, bene o male ti eri rifatto della spesa. Adesso un disco che non funziona ne vende sette. Sei costretto a scegliere gruppi che puoi considerare “sicuri” ma questo esclude tutta una serie di dischi che io ho sempre pubblicato: le opere prime, gli outsider totali, i dischi difficili. Bar la Muerte è nata per le sfide, per quei dischi che non trovavano altra collocazione, invece negli ultimi tempi ho pubblicato dischi che, per quanto mi piacessero, chiunque avrebbe potuto fare: chiunque avrebbe potuto pubblicare gli Zeus.

Sei tra i primi ad aver pubblicato Bugo, cosa ne pensi dell'ultimo disco?
Non l'ho ancora sentito. Aspetto di beccarlo, gli do i miei nuovi dischi e mi prendo un paio dei suoi che non ho ancora.

Cosa ne pensi della stampa musicale?
Cartacea o Web?

Ha ancora senso parlare di quella cartacea?
Sicuramente ha perso molto potere, la stampa web secondo me soffre... a pensarci bene tutta la stampa musicale soffre di una bassissima professionalità. Un conto è se scrivi sul tuo blog, è il tuo trip, puoi anche non essere consapevole di cosa stai dicendo e di farlo senza un minimo di preparazione. Se invece ti poni come organo di informazione è più grave: se tu fondi una webzine non puoi chiedere ad una persona non preparata di recensire un disco. Tuttora mi capita di leggere delle castronerie madornali, ma proprio madornali: gente che non ha una minima conoscenza della musica, anche di oggi, non dico musica medievale, non mi aspetto dei laureati in musicologia. Infatti, quante webzine muoiono su sé stesse dopo un anno? Almeno c'è un minimo di selezione naturale. Poi c'è un secondo problema, che è quello dello stile, alla Vice per intenderci: se per dire che un disco è brutto scrivi “mi ci pulirei il culo, lo butteri dalla finestra sperando di beccare in testa il mio peggior nemico”, certo interesserà molte più persone, ti cliccheranno di più, ma la tua professionalità va a farsi benedire. E vale anche se il disco è bello: se ogni disco bello viene proclamato “disco del secolo” non va bene uguale. Ovvio predicare una maggiore moderazione nella comunicazione non è né da me né da persona rock'n'roll e non è neanche una cosa realmente applicabile. Ma questa violenza verbale applicata al clic lo considero un problema.

Hai vissuto a Berlino per diversi anni, perché hai deciso di ritornare in Italia?
Allora, c'è Berlino e c'è la Germania. Berlino risponde benissimo alla mia musica, la Germania no. Dopo un po' mi sono trovato in una specie bolla, praticamente suonavo solo a Berlino e in nessun altro posto della Germania, era come se fossi diventato un artista locale berlinese, che era proprio la cosa che volevo evitare. Tornare in Italia ha avuto tanti vantaggi: a parte quelli per la mia vita sentimentale, qui sono in una nazione in cui suono tanto...

In Italia si suona tanto? Sei il primo che me lo dice.
E' anche molto comodo lamentarsi sempre. Abbiamo dei gran bei locali e un'ottima situazione per suonare dal vivo. Partiamo dal presupposto che l'Italia, per quanto riguarda la musica rock, non ha nessun tipo di aiuto da parte delle istituzioni. Se in Olanda o in Svezia e io e te facciamo un'associazione culturale otteniamo finanziamenti dallo stato, dalla regione o dalla città, e non importa se le nostre serate funzionano o no. In Italia non lo puoi fare, se un organizzatore deve pagare un gruppo 600 euro e fa dieci persone, le restanti 500 le mette di tasca sua. Capisco che i gruppi abbiano anche molte spese ma non possono chiedere cachet così alti. Anche in America le istituzioni non danno finanziamenti ma suonano tutti: prendi quello che c'è, mangi a tue spese, dormi a tue spese, non fai il soundcheck. Attenzione a dire che in Italia non si riesce a suonare o che è più difficile, non è vero.

Tempo fa abbiamo intervistato i Peawees, alla domanda “Perché non c'è mai stata una scena rock'n'roll in Italia” loro hanno risposto “Perché in Italia la gente vuole e vorrà sempre quel tocco di nazionalpopolare che nel rock'n'roll e nelle sue sottoculture non c'è”. Tu che ne pensi?
Il problema è che in Europa una sottocultura viene approvata e sdoganata dall'America. Se negli Stati Uniti qualcuno dice “fighi i gruppi elettro garage”, l'Europa risponde “Wow, viva l'elettro-garage”. E magari i gruppi elettro-garage esistevano anche prima ma nessuno se li filava. In Italia c'è un gusto ben preciso: è quello della melodia, quello della lirica, quello degli urlatori, Claudio Villa, ecc ecc, Sanremo. E' quello che nel pop che vuole la canzone iper-melodica che si appiccica con la rima cuore e amore. Se il tuo scopo nella vita è fare successo devi scenderci a compromessi. I paesi anglosassoni hanno sdoganato le sottoculture a suon di copie vendute, e non dico recensioni, dico proprio milioni (sottolinea la parola, NdA) di copie. Hanno sdoganato il punk, il rock'n'roll, il metal, la tecno, da noi non è mai successa una cosa simile. Ma non è solo l'Italia: Inghilterra a parte, tutta l'Europa è così.

Quindi non abbiamo il gene della sottocultura, nessuna speranza?
C'è anche una volontà politica di determinate nicchie underground di autoghettizzarsi, è vero, ma la realtà secondo me è che l'Italia non ha un mercato per la sottocultura. Abbiamo avuto avanguardie molto importanti, gli Area, Battiato, il Celentano rock'n'roll, tutte eccellenze che ci vengono riconosciute ancora oggi, ma il grande pubblico vuole la canzonetta. Un po' più di consapevolezza da parte di chi suona sarebbe utile. Non so di preciso cosa intendessero i Peawees, ma non mi piace nascondermi dietro alla scusa del gusto del pubblico o dire che l'Italia è indietro. L'Italia è l'Italia, ha le sue caratteristiche, come ogni nazione d'altronde. E' inutile piangersi addosso.

Commenti (13)

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  • Cesar P. 07/03/2012 ore 01:43 @cesareparmiggiani

    Si, ottima intervista. E ottime osservazioni riguardo al giornalismo musicale.

  • Stefano 'Fiz' Bottura 07/03/2012 ore 11:09 @fiz

    bruno è una certezza. uno di quei personaggi fondamentali per la musica in Italia, che meno male che c'è.
    bellissima intervista, bravi a tutti e due. e grazie.

  • psic 08/03/2012 ore 14:55 @psic

    BASTA ORA ME LA STAMPO!

  • arcabook 08/03/2012 ore 22:26 @AndreaArcangeli

    c'è speranza

  • Vetronova 11/03/2012 ore 14:44 @vetronova

    bella intervista!

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