Il lato A e il lato B della vita: Cesare Malfatti racconta “Canzoni perse” Intervista

Cesare MalfattiCesare Malfatti
17/10/2017 di

Ci sono canzoni perse che meritano di essere ritrovate. Cesare Malfatti ha scavato e recuperato dieci brani che ha fatto rivestire a nuovo da Stefano Giovannardi. Qui ci racconta del passato, del presente e del futuro di queste canzoni (non più) perse.

Quando e come è nata questa idea di ritrovare le canzoni perse?
Come capita a tutte le persone che fanno musica, ogni volta che si registra un disco si fanno delle canzoni in più. Poi si scelgono quelle migliori in quel momento, oppure in base ad altre questioni: suoni, arrangiamento, non tanto composizione. Io nel tempo avevo collezionato parecchie di queste canzoni, che appunto ho chiamato canzoni perse e, nel riattivare una collaborazione con un musicista che con cui suonavo quando ero molto giovane, le ho date a lui chiedendogli di provare a farci degli arrangiamenti nuovi, a considerarle quasi dei remix. Quando sono arrivate a lui, non avevano arrangiamenti di partenza, solo chitarra. Stefano Giovannardi mi ha fatto delle specie di remix veramente assurdi, nel senso che si era proprio sbizzarrito, forse anche per il fatto che non aveva tanta esperienza, visto che avevamo suonato in quegli anni e poi lui aveva abbandonato. Ha avuto una carriera universitaria ed è diventato un ricercatore, per cui per lui è sempre stata solo una passione. Quando ha iniziato a fare questi arrangiamenti e mi sono arrivati, in un primo momento mi hanno quasi spaventato. Poi gli ho chiesto il permesso di avere tutti i file e i progetti originali di Ableton, e a quel punto ho tagliato, ho rilavorato alcune tracce, a volte anche pesantemente.

Infatti nella presentazione dici di aver “remixato i remix”.
Praticamente sì. Questa tra l'altro è una cosa che avviene spesso quando fai fare del remix, anche con i La Crus mi ricordo che Giò si arrabbiava moltissimo perché spesso non veniva rispettata la linea melodica del cantato. Capita anche a me quando faccio dei remix: quasi ti dimentichi degli accordi iniziali, per cui fai quello che vuoi, ti diverti a trovare delle cose molto diverse, ma poi quando il cantante sente quelle basi non è convinto. Ecco, mi è capitato in questo disco, solo che io ho avuto la possibilità di rimettere un po' a posto le cose, anche cercando di renderle più mie, per cui ho anche rimesso giù certe ritmiche più ostiche con un gusto più mio, ed effettivamente sì, ho fatto un lavoro di remix sui remix.

C'è qualche canzone che è cambiata di più rispetto all'originale, e al contrario qualcuna rimasta più o meno uguale?
Per esempio “Per amore in te”, che è una canzone il cui testo è di Dany Greggio, è stata veramente stravolta, tanto che se io quella canzone la dovessi fare chitarra e voce, e magari mi capiterà di farla, avrei difficoltà. Mi devo allenare, perché la melodia è completamente diversa. Altre, ad esempio “Lo so lo sai” dove si risente la chitarra elettrica, sono già più vicine in un certo senso all'originale, senza nulla togliere al fatto che l'arrangiamento invece sia molto originale, molto diverso, e ci siano cose che sicuramente io non sarei riuscito a fare. Questo secondo me è il grande valore aggiunto di questo disco, a livello di sonorità e di gusto diverso dal mio.

Tu e Mauro Ermanno Giovanardi siete usciti quasi nello stesso momento con due dischi che, in modi diversi, vanno a pescare nel passato. Volevo farti la stessa domanda che fanno tutti a lui, e cioè cosa c'era secondo te di speciale in quel periodo che è stata un po' l'età dell'oro della musica italiana “alternativa”.
Non lo so, sicuramente siamo stati molto favoriti dal fatto che per la prima volta delle case discografiche importanti, delle multinazionali, hanno preso dei gruppi giovani che facevano musica in maniera originale senza cliché, in un certo senso. Molti di quei gruppi venivano dall'undergound, cantavano in inglese ed erano alle prime esperienze con l'italiano. A livello di sonorità io mi ricordo che spesso con i La Crus ci guardavamo e credevamo che fosse davvero strana. Pensavamo di fare qualcosa che non avrebbe interessato nessuno. Quando abbiamo fatto l'arrangiamento di certi pezzi, anche di certi classici, penso ad “Angela” di Tenco coi campionamenti dei Neubauten, erano veramente una roba assurda. Ecco, quel tipo di cose sono state, o per pazzia o per lungimiranza di certi direttori artistici, valorizzate da case discografiche importanti che ci hanno permesso di fare dischi, di avere soldi per farli, di avere delle belle recensioni, e quindi è stato molto un momento che è venuto fuori perché ci sono state case discografiche che investivano.

C'era più coraggio?
Secondo me sì, nel senso del coraggio che hanno tutti i gruppi all'inizio, quando si fa veramente musica per il piacere di fare musica, si è giovani, per cui non si bada quasi per niente al mercato. Allora il mercato non c'era neanche, per cui si faceva e basta. C'era uno spirito di sperimentazione che probabilmente dopo non hai più, perché magari hai avuto un po' di successo e devi cercare di mantenere quel successo, sei abituato ad avere davanti tanta gente e quindi devi continuare a fare quello che fai. Non c'erano le problematiche che ci sono adesso anche perché c'è tanta (forse troppa) gente che fa musica. Forse.

Torniamo all'album. Mi parli della collaborazione con Chiara Castello?
Non era prevista all'inizio, però ho fatto tutto il tour del disco precedente con lei, la conoscevo da quando era ancora nei Two Pigeons, il gruppo prima di I'm not a blonde. Anche nel disco precedente avevo suonato con lei, mi piaceva molto l'uso che faceva della voce nella loop station come se fosse uno strumento musicale, per cui abbiamo fatto tutto il giro di concerti in questa maniera. Nel momento in cui ho fatto questo disco, che non è stato un disco premeditato, ho pensato di dare ancora un colore diverso introducendo Chiara in tutte le canzoni, quindi alternando sempre le due voci maschile e femminile, per fare ancora un disco che fosse differente dalle cose che avevo fatto in precedenza.

Mi sembra che ci sia anche una sorta di filo conduttore a livello dei testi in queste canzoni, un ricorrere di certi argomenti come il tempo che passa, la perdita, la memoria...
Quella è una cosa un po' casuale. Ci sono sicuramente le cinque canzoni di Alessandro Cremonesi che hanno tematiche molto sue e molto legate al periodo del mio primo disco. Il resto è veramente casuale, nel senso che sono di epoche e autori diversi. Io poi non scrivo i testi, non me ne sono mai occupato: compongo tante canzoni fatte e finite, anche con la melodia della voce in finto inglese, e le do a questi autori, tipo Vincenzo “Cinaski” Costantino, con cui avevo fatto due o tre canzoni, oppure Giuseppe Righini, che ho conosciuto per caso. Anche il testo di “Per amore in te” di Dany Greggio parla di suo figlio, quindi se c'è un filo conduttore c'è perché comunque sono legati a me, al mio modo di fare musica, forse ai La Crus visto che si tratta dello stesso giro di amicizie. Sicuramente non siamo degli allegroni, ecco.

Un'altra cosa che notavo, probabilmente casuale anche questa, è il ruolo importante dei luoghi, che mi ha fatto pensare anche al tuo precedente album su Milano. Nei testi ci sono delle frasi ricorrenti: “ricordo tutte le strade della città”, “gennaio stringe la città”...
Sicuramente è un disco metropolitano. Molto scuro e molto da città notturna. Ma ripeto, è una casualità dettata però probabilmente da un comune sentire di persone che hanno un po' di esperienze simili e anche la stessa età.



Ci sono altre canzoni perse che magari ascolteremo in progetti futuri?
Sì, per esempio ne ho due che dovevano far parte di “Una città esposta” con un testo di Antonio Dimartino e uno di Alessandro Grazian, però siccome sono state le ultime che sono venute fuori, alla fine avrei gli arrangiamenti pazzi ancora una volta di Stefano Giovannardi, ma non siamo riusciti a finirle. Sono canzoni perse nelle canzoni perse.

Nei live fai sempre cose abbastanza diverse, questo tour come sarà?
Questi live saranno fondamentalmente in duo con me e Chiara, alcuni invece li faremo in 3 con Stefano. Sarà un tour abbastanza simile al tour di “Una città esposta”, anche se è molto diversa la sonorità perché c'è tanto computer, ci sono porzioni di suoni campionati.

Sempre abbastanza minimal, quindi.
Sì, anche se meno minimale del disco scorso, dove c'era Chiara con beat e voci registrate su una loopstation e poi io che facevo il basso con una pedaliera, e chitarra e voce e basta. Qui i suoni sono più ricchi, c'è più arrangiamento, c'è il computer che ha porzioni sonore notevoli. Quindi meno minimale, più elettronico.

L'ultima domanda, che mi sta molto a cuore visto che fra qualche giorno faccio quarant'anni: davvero a 45 anni si gira il disco e il lato B è meglio del lato A?
Era un augurio quello, forse non è tanto vero. Adesso io ho superato i 50 ed è un periodo abbastanza difficile dal punto di vista professionale, nel senso che continuare a fare questa vita da musicista con questi non grandissimi riscontri a quest'età è difficile, invece dal punto di vista umano e sentimentale sì, direi che migliora.

Tag: intervista cantautore

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