“Già noi artisti siamo coglioni, pensa quelli che parlano di noi”
Lungi da me volermi sfilare dalla categoria dei coglioni, di cui sono abbastanza convinto di far parte, ma a sentire queste parole il primo pensiero che mi ha attraversato il cervello è stato un populista: "Giusto! Ben detto!", a cui è seguito la più classica delle manifestazioni delle code di paglia: "Ma non starà mica parlando di me?". La voce è quella di Umarell, folletto bolognese classe 2005 di cui vi raccontiamo le gesta da qualche tempo, nel singolo Dissacrante, che anticipa il nuovo disco 1000% in uscita tra poche ore rispetto al momento in cui vi sto scrivendo. Lo trovate anche qua sotto, in un bel video dove lo si vede fare pugilato con l'aiuto di Carlo Corbellini (e produttore del pezzo), mentre tra un mesetto sarà di nuovo sul palco di MI AMI, dove aveva debuttato l'anno scorso completamente vestito di rosso (ne parleremo).

Dissacrante è un attacco frontale abbastanza dichiarato nei confronti di una critica musicale che ormai da tempo ha abdicato al proprio ruolo. La provocazione è caotica, disordinata, paracula il giusto - il verso qua sopra, tenendosi dentro aldiscorso, permette che non sia una smitragliata a zero contro l'astratta entità del "giornalismo musicale", ma uno spunto di riflessione più ampio -, ma al netto di questo Umarell ha tutto sommato ragione. Ci sono dei problemi endemici del giornalismo, ancora in maniera più larga dell'editoria, che sono non un elefante, ma un intero branco all'interno di una stanza dove ci si muove a malapena. Insomma, sono cose che conosciamo, che pensiamo a modo nostro di tamponare e che per quanto noi ci pensiamo assolti, siamo comunque coinvolti, proprio per il fatto di essere dentro a questo mondo. E su questo passiamo la parola a Umarell.
Quando e come nasce Dissacrante? Cosa ti ha fatto sviluppare questo fastidio per la categoria dei giornalisti musicali?
Mi piace pensare che Dissacrante sia la versione Umarell de L’avvelenata di Guccini: un pezzo che mi ha sempre colpito per la sua spietatezza grezza, quasi senza filtri. Oggi fare musica, e vivere i social, ti mette facilmente in una posizione di confronto continuo. Vieni paragonato così spesso agli altri che finisci per farlo anche da solo, trasformando tutto in una gara. E questa cosa, secondo me, è pericolosa. Perché ogni percorso è unico. E andrebbe vissuto così, senza stare sempre a guardare cosa succede nel giardino degli altri.
C'è un episodio specifico che ha fatto nascere questo brano?
La cosa che mi ha creato più frustrazione nel rapporto con la critica, o comunque con quell’ambiente, è stata per molto tempo la mispercezione del mio progetto. O meglio: la tendenza, da parte di molti (promoter, giornalisti, musicisti), a leggere Umarell solo come qualcosa di delirante, senza fermarsi a coglierne le nuances e la profondità reale, anche quando alcune mie scelte – che nella mia testa avevano riferimenti precisi o un valore estetico forte – venivano semplicemente prese alla lettera o fraintese.

Da cosa deriva secondo te?
Suonare al MI AMI completamente ricoperto di rosso, un’immagine che nella mia testa richiamava nitidamente la copertina del penultimo disco ROCK & ROLL, ha purtroppo rafforzato quell’idea. Spesso l’energia grezza ed esplosiva dei miei concerti è stata ridotta a superficie, a spettacolo puro, delirio e chaos senza andare oltre. Per cui per mesi mi son trovato in dei contesti sbagliati per il mio progetto o comunque trattato come l’ennesimo coglioncello che corre, salta, si dimena sul palco e that’s it. Dall’altra parte mi capitavano sempre di più in mano articoli, musicali e non, scritti con ChatGPT o comunque con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, il che ha fornito carburante per tutto questo mio odio. Un’immagine nitida è la storia risalente ad ottobre dell’anno scorso del giornalista de La Provincia che si era dimenticato in chiusura a un suo articolo la frase del prompt con cui aveva “generato” il suo pezzo. Questa cosa per me è infernale.
Avevi qualche tipo di timore di esporti al riguardo?
Assolutamente sì. Ho tanti amici che scrivono e ho tante persone che grazie agli articoli che hanno scritto mi hanno aiutato molto. Dissacrante per me funge come reminder che tra noi artisti e i giornalisti in realtà cambia poco. Aggiungerei che spesso noi artisti siamo ancora più critici, cocciuti e cinici delle nostre controparti, e che siamo davvero tutti folli uguali. Prima di suonare questo pezzo le prime volte facevamo tantissimi disclaimer sul palco per evitare fraintendimenti. “Già noi artisti siamo coglioni, pensa quelli che parlano di noi”. Viva il giornalismo e, per carità, viva la libertà di esporsi e di potersi esprimere. E, proprio per questo, bisogna celebrare le persone che sfruttano questo potere - che non va dato per scontato - per fare del bene e spingere la cultura avanti.

Quali sono le cose che ti danno più fastidio del giornalismo musicale oggi?
Spesso ho la sensazione che molte recensioni, sia di dischi che su altri media, si limitino a descrivere ciò che viene presentato, senza mai prendere davvero una posizione. Io invece apprezzo smisuratamente un certo tipo di critica, come quella di Pitchfork o di Anthony Fantano. Seppure concordi veramente poco con le loro take, il motivo per cui continuo a leggere e ascoltare le loro recensioni è proprio la freddezza nell’esporre un giudizio, sia positivo che negativo. Queste entità non si tengono dentro niente, sputano fatti e basta. Un’altra cosa che noto spesso è il riciclo continuo dei press-kit, che riemergono identici in certe recensioni. I comunicati stampa vengono presi e riportati parola per parola, finendo copiati e incollati tra articoli, post e storie. Ci sono press kit – neanche miei – che ormai potrei recitare a memoria. L’ultima questione è che sempre più spesso le recensioni si concentrano su dischi di artisti già affermati, e sempre meno si va a scoperchiare quella famosa nicchia. Ed è un rimprovero che faccio anche ai vari Anthony Fantano e a Pitchfork che ho citato prima. È ovvio che la recensione di un disco già noto riceverà più attenzione rispetto a quella di un artista sconosciuto. Il problema è che così si smette di cercare quelle chicche, quelle perle nascoste, che saltano fuori sempre più raramente.
Secondo te dove sorge il problema? E come si potrebbe risolvere?
Le cose vanno così, probabilmente perché funziona così anche il resto. Ma non voglio allargare il discorso. Spero che sempre più gente si appassioni alla musica e che non veda l’ora di parlarne. Senza sembrare vecchio, ma davvero per me si torna al cliché che il futuro sono i giovani e le nuove generazioni di scrittori che già ora stanno venendo fuori. Anche nei content creators che si stanno dedicando a questo, come Dade Ascolta, Matte Bevi e tanti altri. Non ho la soluzione su come gestire la stampa e Dissacrante non è un manifesto. È solo la mia opinione.
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L'articolo ChatGPT e paura di stroncare: così muore la critica musicale di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2026-04-23 17:24:00

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