Christaux

Senza paura Intervista

ChristauxChristaux
19/05/2017

Christaux è il nuovo moniker di Clod degli Iori's Eyes, che ha esordito con il primo album, "Ecstasy", a fine aprile. Un disco magniloquente sotto molti punti di vista, non solo del suono ma anche dei contenuti. Ce lo siamo fatti raccontare in attesa di vedere il suo esordio live al MI AMI Festival, sabato 27 maggio.

Per tutti quelli per cui eri Clod degli Iori’s Eyes, da cosa emerge la tua nuova identità come Christaux?
Verso la fine del 2013 io e Sofia ci siamo trovati a fare un po’ il punto della situazione come band per capire dove volessimo andare entrambi. Ci siamo consultati e le strade che volevamo prendere a livello musicale, sonoro, di immaginario e quant’altro erano piuttosto diverse quindi abbiamo deciso di non far convergere le due visioni in una terza, ma di separare le due intenzioni artistiche in modo tale da non compromettere i dettagli dei rispettivi progetti, perché ci tenevamo che venissero fuori nella maniera più chiara possibile e contaminarci a vicenda non ci avrebbe permesso di poter esprimere appieno le nostre visioni individuali. Fondamentalmente è stato quindi dal 2013 in poi che abbiamo iniziato a suonare separatamente e, complice il fatto che io sia abbastanza un eremita, uno piuttosto solitario, mi sono ritrovato a stare molto a contatto con me stesso in questi ultimi quattro anni, isolandomi completamente da tutto, da qualsiasi tipo di situazione. Durante questo periodo ho creato il mio nuovo disco che racconta appunto di questo isolamento. Di solito nei dischi dove si parla di straniamento e isolamento si usa sempre un po’ di minimalismo, perché si pensa che quando si parla a se stessi si debba usare un linguaggio e un vocabolario scarno, invece io ho scoperto che nella mia solitudine c’era un sacco di caos, era rumorosa, quindi ho scelto di fare un disco imponente a livello sonoro. Ho scritto tutti i pezzi in casa, piano e voce, e ho provato in questi anni a cercare la produzione giusta sin quando non ho incontrato Mario Conte l’anno scorso. Parlando con lui e facendogli ascoltare i pezzi ci siamo resi conto che aveva la stessa visione, quando sentì i provini era d’accordo sul fatto che potesse venirne fuori, appunto, qualcosa di imponente, magniloquente.

Mario Conte è nome noto nella scena della produzione musicale. Cosa ti ha colpito del suo modo di lavorare? E come avete lavorato?
C’è stato un imprinting ma anche il caso ha giocato la sua parte. All’inizio ho provato ad affrontare questo disco con amici produttori, però non ero molto soddisfatto del risultato. Mi sono guardato attorno e mi sono rimbattuto nel disco di Colapesce, "Egomostro". Pur essendo molto distante come stile dal mio, ci ho trovato una grande onestà e una freschezza bellissima, soprattutto nella produzione. Mi sono informato e ho scoperto che il produttore era Mario, che aveva prodotto anche "Psychodelice" di Meg, un altro disco che mi piaceva un sacco e che avevo consumato. Che poi sono due produzioni completamente diverse, quindi ho pensato che avrei potuto conoscere una persona che potenzialmente sapeva fare la giusta produzione su ogni artista. Con lui ho davvero dialogato, mi ha svelato un mondo, a lui ho lasciato veramente aperte le porte, cosa che raramente faccio. Si tratta di un’alchimia e una chimica che abbiamo avuto in un incontro dopo che lo avevo contattato per fargli ascoltare i pezzi e sapere cosa ne pensava, ci siamo trovati subito bene ed abbiamo iniziato a lavorare già un mese dopo esserci conosciuti.



Dici di essere riemerso circondato dal caos, e di questo caos ne hai scritto, senza risparmiarti. Invece di che cosa ti sei definitivamente liberato come Christaux?
La paura di sbagliare. Per la prima volta ho fatto al cento per cento quello che volevo. Mi sono liberato dal farmi domande su dove stessi andando, iniziando a guardare semplicemente il percorso e riconoscendo le strade che volevo prendere. Mi sono detto “posso vivere tutto questo senza la paura di non essere completamente me stesso perché sono completamente me stesso”. È questo quello che sto facendo anche lavorando con una persona che mi sta permettendo di farlo. Le paure le avevo comunque anche durante la scrittura, poi in verità, quasi come una catarsi, mi sono riempito di tutto ciò che mi faceva paura per rielaborarlo e non aggirarlo. Ho preso il problema, l’ho fatto mio e l’ho distrutto finalmente affrontandolo.

Qualche giorno fa abbiamo ascoltato “The Fire”, il secondo pezzo che ha anticipato l’album uscito il 28 Aprile, a ben 10 mesi di distanza dal primo singolo “A minute to now”. È stata una scelta quella di mantenere sospesa l’attesa, oppure sono intervenute questioni collaterali?
Molto semplicemente: quando è uscito “A minute to now” volevamo far uscire un pezzo. Eravamo così contenti che non volevamo seguire la solita routine di tenerci stretti il disco e farlo uscire solo sotto data con il singolo e gli estratti. Abbiamo pensato di far uscire intanto quel pezzo e poi di continuare a lavorare sul disco. “A minute to now” aveva già la sua anima, volevamo liberarlo, era pronto. Senza starci neanche troppo a pensare è una cosa che è servita, perché ha creato attenzione soprattutto negli addetti ai lavori che hanno poi atteso quello che è uscito adesso: sono arrivati dei feedback e delle strade nuove da aprire che sono piuttosto interessanti e che spero diano degli ottimi frutti.

Pensavo ancora ai brani. Sono guidati dalla stessa atmosfera ma anche a tratti diversi tra loro, nella loro intensità, ad esempio tra "Light Year" e "An ode to the beast" si avverte questo saliscendi. Come se toccassero tutti i diversi punti di uno stesso immaginario artistico. Esiste? Qual è?
Il fatto di mettere pezzi anche diversi, luminosi e bui, viene molto da un’ispirazione caravaggesca. Caravaggio è il mio artista preferito, ha sempre avuto questa visione del buio che non può esistere se non c’è luce e viceversa. È stato uno dei primi che ha rappresentato in maniera molto efficace questo concetto, questo contrasto che io porto dentro di me. D’altronde tutto ciò che è bello finisce col diventare brutto e tutto ciò che è brutto finisce per diventare bello, un ouroboros, un serpente che si morde la coda. Penso che possa essere un fattore naturale anche per molti altri, non mi sento di dire di avere l’esclusiva di questa condizione, però me la porto dietro in maniera piuttosto pesante.

Insomma in te vivono dei contrasti fortissimi, sei così anche nella vita di tutti i giorni?
Assolutamente, sono così anche nella vita. Ho dei momenti in cui talvolta non mi riconosco neanche io. Non sono lunatico ma quasi, sono molto difficile da prendere, so essere la persona più amichevole del mondo ma anche, allo stesso tempo, davvero impenetrabile. Non riesco però a spiegarmelo, sono così e basta, solo alcune persone riescono a sbloccare questa luce.



È interessante vedere che ci sono molti te in questo disco, sia nei pezzi che nell’artwork: ci sei tu intero, ci sei tu a pezzi…
Mi dicono che sono camaleontico. Cambio look, cambio modo di fare, stile, performance e quant’altro in un batter di ciglia. Sicuramente è dovuto al fatto che vengo da una formazione musicale di persone cangianti: nel mio repertorio ci sono personaggi come Kate Bush e Madonna, che sono assolutamente l’emblema del cambiamento e dell’esplorazione continua, di immaginari e di modi di essere. Mi trovo molto affine: non riesco a guardarmi allo specchio e vedermi sempre uguale. Tutto il pacchetto deve raccontare qualcosa, tutto deve essere potente nella stessa maniera, tutte le facce del cambiamento. Mi piace trovare mille vie e non precludermi mai nulla, mi serve un’ampia rosa di scelta, anche lo sperimentare sul momento sono certo che porti ad avere un risultato soddisfacente.

Tra i pezzi “Human” mi piace molto. Mi puoi dire di cosa parla?
"Human" è una rivendicazione, è un urlo al mondo. È come dire sono qui, esisto, sono un essere umano, non una cosa, non qualcosa di immateriale da poter schiacciare. È un pezzo molto personale che si collega a situazioni vissute ma vorrei fosse anche un messaggio da far passare, soprattutto in considerazione a quello che sta succedendo nel mondo: tema dell’immigrazione, violazione dei diritti LGBT, risalita dell’estremismo al potere, ripresa del proibizionismo in molti ambiti… Vedere la storia che si ripete fa male e questo è sia un urlo personale che globale. Nel ritornello dico “sono umano ma non ti interessa”. Mi riferisco a determinate persone che hanno sfiorato la mia vita negli ultimi anni ma anche, più genericamente, è lanciato al mondo.

“Spazio HD” è l’unica traccia in italiano. Hai voluto sperimentare?
È dal 2008 che mi chiedono perché non scrivo un pezzo in italiano! Adesso che faccio un pezzo in italiano mi chiedi perché l’ho fatto (ride)? No, scherzo, è una cosa che ho voluto fare perché volevo farla, mi è venuta spontanea. Mario è arrivato in studio con un loop di archi, io ho subito ascoltato e mi sono innamorato, mi sono detto che dovevamo scrivere un pezzo. Lo abbiamo fatto insieme: ho pensato subito ad un pezzo parlato, però avendolo già fatto in passato su "Double Soul", invece di ripetermi ho immaginato di comporlo in italiano. Complice anche il fatto che in quel periodo veniva in studio Colapesce per partecipare alle registrazioni di “The Fire” e di un altro pezzo che è fuori dal disco e che uscirà un giorno. Anche la sua presenza e la sua influenza mi hanno dato un’ulteriore spinta spronandomi a scrivere e cantare qualcosa in italiano, visto che lo stimo come autore: è uno dei pochi che scrivendo in italiano, per i miei gusti, è capace di arrivarmi dritto al cuore. Infatti il testo lo abbiamo scritto in tre: io, lui e Mario. Ci siamo dati uno spazio dove muoverci, che era piuttosto scuro, e ci abbiamo lavorato, pensavo davvero che ci stesse bene. Ovviamente era anche una questione di suono, è partito tutto da quello. Mi sono detto: perché non farlo? Della musica italiana penso che debba uscire da questo paese e sarebbe molto bello anche che riuscisse a farlo nella nostra lingua. Una cosa interessante che secondo me è successa ultimamente e che riguarda un artista che stimo molto, cioè Arca, è che abbia deciso, malgrado il suo successo internazionale, di cantare in spagnolo. Trovo che pur cantando nella sua lingua sia molto più internazionale di tante altre cose cantate in inglese: c’è un gusto nel suono che è pazzesco e che è tutto quello che invece sembra che manchi alla musica italiana oggi per potersi raccontare anche fuori dai confini; un gusto che esuli dal suono rassicurante del rock. Non è un’accusa o un voler puntare il dito, ma sono un po’ di anni che ascoltiamo sempre le stesse cose, lo dico sinceramente. La lingua italiana ha molto da dire ma deve essere ben contestualizzata, deve essere capita, rispettata.



C’è il rischio quindi secondo te che il testo si stacchi dalla musica, che viva un po’ troppo per sé? La logica della frase ad effetto, del verso che si impone sul resto?
Be', sì. C’è questo gusto a cercare sempre la frase nazional popolare, di dire la cosa che metta d’accordo tutti. A me piace molto provocare in generale: sto facendo una cosa in Italia con un immaginario legato alla parte più femminile di me, mi metto a nudo.

Questa parte femminile si è alimentata del rapporto simbiotico che avevi con Sofia negli Iori’s Eyes? È questa la ripercussione che la tua precedente esperienza ha oggi su di te come artista?
Assolutamente sì. Tra di noi era proprio l’intento di fusione, l’unione di due anime che cercavano il proprio opposto e volevano trovare il proprio opposto per sentirsi veramente completi. Quindi io ho fatto una ricerca sulla mia parte femminile che sentivo scalciare e voler uscire mentre Sofia faceva credo un lavoro simile. Abbiamo voluto che le risultanti esplodessero in due progetti separati però comunque entrambi crediamo molto in tutte le componenti dell’anima, nell’esprimerle tutte e nel non reprimerne nessuna.

Insomma hai fatto un sincero atto di coraggio, ci hai messo tutto quello che sei.
Credo di sì. Già il fatto di aver fatto un disco del genere oggi nasconde la volontà di uscire dagli schemi in cui tutto oggi è plasticoso, dove c’è poca musica che abbia ancora in sé una tensione direi tipica degli anni '80, analogica. Ho pensato di voler fare un disco che avrei voluto comprare, per lo meno ascoltare. Ci ho voluto mettere tutto quello che mi ha influenzato nella vita, perché non nascondo assolutamente tutte le mie influenze musicali, chi lo fa d’altronde mente. Siamo tutti influenzati pesantemente da quello che amiamo e per raccontarlo spesso usiamo un filtro. Poi, essendo un filtro, filtriamo appunto in maniera diversa quello che già ci appartiene. In questo caso gli artisti che mi appartengono, che come ho già detto possono essere Kate Bush, Kurt Cobain, Madonna, Arvo Part, tutte cose che mi hanno assolutamente riempito, arpionato. Ho voluto far confluire tutto quello che sentivo già mio. È strano come discorso, lo so, è più che altro una sensazione.



Perché "Ecstasy" come nome dell’album?
"Ecstasy" perché è appunto un percorso di sali/scendi, buio/luci, un cortocircuito di emozioni che mi ha fatto quasi andare in cortocircuito il cervello in questi anni. Alcune volte ho avuto momenti di pura adrenalina pur restandomene nella mia situazione da eremita. È un ecstasy perché in questi anni penso, almeno dal mio punto di vista, di essermi elevato ad uno stato mentale diverso, sicuramente superiore, ma tra virgolette, rispetto a come ero prima. Tutto questo per me vuol dire Ecstasy. Anche questa è tutta una questione di emozioni contrastanti che si sono scontrate come aria calda e aria fredda che poi hanno formato i fulmini, la tempesta… È questo "Ecstasy". Andare su e già per poi arrivare ad una esplosione totale.

La prima data del tour sarà al MI AMI il 27 maggio, cosa ti aspetti di vedere negli occhi del pubblico che probabilmente è lo stesso che da anni ti segue?
Più che aspettarmi qualcosa mi chiedo come reagirà. Stiamo tirando su un live che oltre ad essere un concerto, darà importanza anche all’espressione corporea. Mi piacerebbe che chi venga al MIAMI dopo il live torni a casa soddisfatto e torni con qualche domanda, di qualsiasi genere. Vorrei che anche loro condividessero questo stato di Ecstasy con me.

Tag: intervista mi ami

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