Scrivere per raccontare, non per apparire: l'intervista a Claver Gold Intervista

Claver GoldClaver Gold
14/12/2017 di

Claver Gold ha pubblicato il suo ultimo album "Requiem" lo scorso 30 novembre, e ce lo racconta in questa intervista dove parla della sua città, della scena rap, di letteratura e molto altro ancora.

 

 

Jsp è divenuto famoso scrivendo una canzone intitolata “Voglio vivere a Voghera” che faceva il verso ai cantautori indipendenti moderni sottolineando come la provincia fosse il loro unico orizzonte estetico. Nel rap le canzoni sono spesso ruotate attorno ai temi della periferia ma, molto raramente, hanno raccontato la provincia. Nascere ad Ascoli e, in seguito, vivere a Bologna (quando ormai aveva perso la corona di capitale del rap in Italia), oltre che negli argomenti – dato che racconti essenzialmente della tua vita - ha veramente avuto un’influenza sulle tue scelte stilistiche?                                                                                                           

Nascere ad Ascoli non è stato d’aiuto volendo fare rap nella vita. Mancavano punti di riferimento, spazi, persone più grandi da cui reperire informazioni. C’erano degli interpreti ascolani, Jimmy Spinelli e le Menti Criminali, però si erano ormai tutti trasferiti in città più importanti. A dar vita per primi ad una scena propriamente ascolana siamo stati noi. Ad Ascoli, però, era invece ben radicato il writing che, a dir la verità, è la disciplina con cui io e i miei amici ci avvicinammo al rap copiando le lettere dei graffittari più famosi. Crescendo cominciammo a frequentare Pescara che era una scena più viva, quantomeno, la scena più vicina, dove iniziammo a frequentare i primi concerti e le prime battle. Il trasferimento a Bologna, invece, dal punto di vista artistico, è stato uno dei momenti fondamentali della mia carriera. A Bologna, anche se non era più la capitale del rap, si respirava un'altra aria. C’erano le serate, artisti con cui confrontarsi e persone in grado di darti consigli. È lì che ho maturato il mio stile di scrittura.

Quindi sei cresciuto con quella scena capitanata dai vari Sangue Misto, Inoki, Joe Cassano e tutto il filone delle posse?                     

In realtà è tutta musica che ho scoperto in seguito. Esiste un legame, non solamente geografico, che intercorre tra Ascoli e Roma che non sono mai riuscito a spiegarmi fino in fondo, ma nella mia città arrivavano sempre prima i rapper romani. Ho iniziato ad ascoltare rap con i vari Colle Der Formento, Flamino Maphia, Piotta… Reperivamo le informazioni attraverso le riviste di settore, in particolare Aelle, che spesso regalava anche dei cd di culto. Da Aelle avevamo modo di scoprire le classifiche italiane ed internazionali. Ad Ascoli c’era un negozio di dischi a cui ci rivolgevamo che era gestito da un rockettaro che ordinava gli album appositamente per noi. Cominciammo a scoprire i vari Dj Lugi, Kaos One. Compravamo i dischi, poi ce li scambiavamo e li masterizzavamo. La scena bolognese arrivò in un secondo momento, anche se prima che mi ci trasferissi. “SxM” è un disco che ho scoperto solamente in seguito, quando ormai ascoltavo rap da qualche tempo. Quando cominciai a maturare una coscienza per ascoltare musica eravamo già nel periodo Messaggeri della Dopa e 107 Elementi.

Adesso Bolo sembra tornata sulle rotte del rap italiano grazie ad un giovanissimo esponente della trap che con te spartisce la parte scintillante del nome, Dreft Gold, lo conosci?                                                                                                                                         

No, ma lo sto cercando ora su Youtube. Dalle preview penso sia qualcosa di un po’ diverso da me.

Comunque, cosa pensi della scena rap odierna? Per quanto riguarda la trap spesso i suoi interpreti, in realtà, non sono così leggeri come si può credere.                                                                                                               

In America, già da tempo, la musica rap - più in generale - la musica con queste influenze, la musica “black”, domina le classifiche. Credo che, seppur con qualche ritardo, sia normale che la stessa condizione si sia verificata anche in Italia. I vari retaggi cantautoriali sono andati con gli anni scemando. È normale, il rap è una musica giovane e sono i giovani ad andare ai concerti, a comprare i dischi. Per quanto lento, è stato un processo normale, fisiologico e generazionale. È una situazione che mi fa piacere e allo stesso tempo mi spaventa, sono felice che il rap anche in Italia abbia finalmente il riscontro che si merita ma, come in ogni ambito, si rischia di fare di tutta l’erba un fascio. C’è molto più rap nelle radio ma è un rap ormai avulso dalle logiche dell’hip hop, non fa più parte delle 5 discipline, non serve più a salvarti dalle brutte situazioni, ma anzi, a volte le millanta. Insomma, è rap senza filosofia hip hop, ed è per questo che a mio avviso è importante che io come altri interpreti continuiamo a farlo in una certa maniera. Detto ciò, a mio avviso circola un sacco di merda, però ci sono anche molti nuovi nomi forti che mi piacciono moltissimo. Escludendo Guè e Marra, trovo il personaggio di Ghali molto interessante. Ci sono state delle uscite che non mi aspettavo e che in realtà mi hanno sorpreso moltissimo. L’ultimo disco di Ernia è veramente bello, molto valido anche a livello di scrittura.

Dopo “Tarassaco Piscialetto”, “Patate e Cipolle” e “Melograno” hai abbandonato il filone - per così dire - naturalistico biologico, ma i titoli dei tuoi album nascondono sempre un significato profondo. Perché hai deciso di intitolare il tuo ultimo lavoro “Requiem” e qual è, se c’è, il concept dietro a quest’album?                                

Io parto sempre dal titolo e poi sviluppo l’album in seguito. Il concept di “Requiem “è la morte dei ricordi, il requiem in questione è la colonna sonora della mia vita che suona al funerale delle memorie. Anche nella copertina ci sono io che suono per una platea vuota, è una platea fatta di ricordi morti, è una platea composta da vecchi amici, parenti, situazioni che non ci sono più (non vuol dire che siano morti) a cui comunque, prima che fosse troppo tardi, volevo dedicare un pensiero.

 

Il video di "La notte delle streghe", primo singolo estratto dall'album "Requiem"

 

Cortazar affermava che i melograni, quando perdono i loro frutti, fecondano il terreno con qualcosa che crescerà ancora più forte di prima gettando l’ombra sulle nostre memorie. È certamente un discorso che si lega più coerentemente al tuo album precedente. “Requiem”, però, contiene una canzone intitolata “Ricordati di ricordare” basata sull’Alzheimer. Anche in questo caso, si tratta di una metafora o è un argomento che ti ha toccato da vicino?                                                                                                                                                       

No, non ho avuto esperienze dirette, ma ho compiuto delle letture come “Still Alice” di Lisa Genova che mi hanno fatto interessare all’argomento. In particolare, il primo libro che mi ha veramente appassionato è stato “La versione di Barney” di cui esiste anche un bellissimo riadattamento cinematografico con Paul Giamatti e Dustin Hoffman. Mi è sorta questa idea di raccontare una storia d’amore in cui una delle due parti era affetta da questa malattia ed è nata questa canzone.

Le tue canzoni sono ricche di citazioni, in generale trai molta ispirazione dai libri e dai film?                           

Dalla filmografia e dai libri prendo tantissima ispirazione perché tendo spesso ad immedesimarmi con i personaggi delle opere che mi piacciono e a trasporli nella mia vita reale, quasi a renderli delle metafore. Le mie canzoni sono spesso ricche di citazioni che poi la maggior parte della gente probabilmente non coglierà. A me va bene così, quando c’è la persona che coglie un riferimento penserà sempre “che ficata pazzesca” ed è la stessa cosa che io ricerco nei testi degli altri. Cogliere il significato ermetico di certi concetti spesso comporta delle emozioni. In “Ricordati di ricordare”, ad esempio, c’è un punto dove dico “metti sempre la cipolla in frigo” che è proprio una citazione de “La versione di Barney”. Sono riferimenti un po’ da cultori ma spesso, per chi li coglie, comportano un’intimità che trascende il semplice ascoltare musica.

In “Ballo coi Lupi” citi “La coscienza di Zeno”, un libro di cui avevi già fatto il nome in “Cura di me”, una tua composizione più vecchia. Cosa ha rappresentato per te questo libro e, più in generale, quali sono le tue influenze letterarie?                                                                                                                                                      

Il modo di scrivere, a mio avviso, è essenzialmente influenzato dalle letture, così come dagli ascolti: se ascolti Fibra da 10 anni nella tua prima canzone non lo copierai ma in qualche modo ti rifarai anche a lui. Se io leggo 10mila pagine di Stephen King… I libri su di me esercitano questo tipo di influenza. In generale sono appassionato di tutti i grandi classici della letteratura italiana: Verga, Pirandello, Svevo. “La coscienza di Zeno” è un libro che mi ha colpito in particolar modo perché è un libro che parla di autoanalisi che, in fondo, è la stessa pratica che anche io metto in atto nei miei testi. Le mie canzoni sono una ricerca psicologica che serve ad esprimere quello che sento o che ho provato. Spesso sono ricordi spiacevoli, ma una volta sul foglio è come se si dileguassero, una volta sul foglio trovano il loro spazio al di fuori di me. La mia scrittura ha un aspetto fortemente catartico.

Claver Gold & Dj West

 

Tornando alle canzoni, “Requiem 55", invece, parla esattamente del contrario: l’impossibilità di dimenticare che certe volte si rivela più opprimente dell’oblio. Da cosa ti è stata ispirata questa canzone?                           

Requiem è il nome dell’album, 55 il numero di BPM, giocando con - ad esempio - le grandi sinfonie numerate di Beethoven, abbiamo deciso questo titolo. Questa è esattamente una di quelle canzoni in cui esercito quell’autoanalisi di cui ti parlavo prima. Per dire cose che in passato non ho avuto il coraggio di dire. Per esorcizzare i pensieri legati a delle persone a cui - magari anche inconsapevolmente - ho fatto del male: gli amici che ho perso, gli amori passati. Non so quando avrò modo per ricontrarli tutti, questa canzone era un modo per chiedere loro scusa.

In “Requiem 55”, così come in tante altre canzoni - a me in particolare viene in mente "Un motivo" feat. E-Green - sono esposte numerose storie di spaccio e fatti di droga. È un tema delicato che tu tratti in maniera decisamente diversa e più consapevole della stragrande maggioranza dei rapper.                                           

Vengo da un quartiere popolare, che non vuol dire malfamato, ma in quanto popolare non ha mai avuto la cultura della cocaina o del fumo. Un quartiere rimasto agli anni '90 con un immaginario prevalentemente composto da motorini ed eroina. Ho sempre avuto a che fare con questo tipo di gente e sono stato testimone di storie che mi hanno toccato anche da molto vicino. In Italia la cultura del “farsi” è sempre stata legata all’eroina ma, in realtà, farsi vuol dire abusare di qualsiasi sostanza: ti fai anche di cocaina, sei un drogato o un tossico anche se assumi pasticche per ballare. L’alcolismo in realtà è un problema del tutto simile. E non tutti sono a conoscenza delle difficoltà che si possono avere intraprendendo un percorso. La cultura del farsi è un espediente che fa comodo alla gente per sentirsi giustificata ad assumere altre droghe. Non sono qui a discriminare nessuno, ma chi giudica dovrebbe innanzitutto farsi un esame di coscienza. Io comunque non assumo più nessun tipo di sostanza dal dicembre 2010.

La carpa Koi è divenuta una delle più iconiche e diffuse immagini dei tatuaggi perché, nella cultura giapponese, raffigura il samurai, associata ad ideali quali il coraggio e la forza di volontà, è un pesce che non si dà mai domo anche quando viene pescato. Anche nella tua canzone ha questo significato?                                                   

Sono appassionato di cultura orientale in generale. Nei miei testi ci sono molti riferimenti alla cultura giapponese, cinese, coreana… La carpa Koi, quando viene tatuata, a seconda delle posizioni assume dei significati diversi. Ma nella cultura storica giapponese è anche simbolo di amore ed amicizia. La carpa Koi in Giappone è il pesce ornamentale per eccellenza ma in realtà è un pesce molto forte che per crescere sano ha bisogno di essere libero ed aver spazi enormi. Negli acquari spesso cresce deforme. La carpa è anche un pesce da fondale, che sta nel fango, non è buono da mangiare. Quindi, c’era questa analogia tra la vita e il raschiare il fondo. È una cosa che non ho mai verificato ma è una mia supposizione che carpet, cioè tappeto in inglese, in qualche modo derivi da carpa. Oltre che di etimologia, sono un grande appassionato di fauna ittica. Ho un acquario in ufficio da quasi 200 litri.

Di acqua dolce o salata? Sei appassionato anche di pesca?                                                                                       

Di acqua dolce. Adoro i pesci d’acqua dolce. Può sembrare assurdo ma vivo al mare eppure pesco solo al lago. Ogni tanto d’estate usciamo per qualche battuta in mare ma è sempre una battaglia più grossa di noi.

Strano, dalle tue parti se non sbaglio ci sono i trabocchi.                                                                                         

Sì, sono delle specie di palafitte sul mare che si usano ancora oggi per pescare. Adesso qualcuna è diventata un ristorante. A me piace pescare in mare perché in fondo, quello di mare, è l’unico pesce che mangio. Le trote sono buone ma quando le pesco le rilascio sempre. Noi pratichiamo un tipo di pesca che deriva da un‘antica usanza giapponese molto affascinante e che fortunatamente ora si sta diffondendo in Europa. Ha delle regole tecniche e morali ben precise: si usa un amo che non ferisce il pesce, il pesce non può essere tolto dall’acqua e toccato con le mani… Tutta una serie di norme che hanno deciso i giapponesi secoli or sono e possono sembrare bizzarre. Ma in realtà è una tipologia di pesca molto affascinante che crea un legame molto più forte con la natura e l’animale.

Quando esce un disco di Claver Gold alcune collaborazioni le si danno ormai per scontate (Murubutu, Rancore, Ghemon) mentre Fibra, proprio come te, è un rapper marchigiano. Raccontaci le motivazioni che hanno determinato i tuoi featuring.                                                                                                                           

Conoscevo già tutti tranne Davide Shorty. Ovviamente il primo criterio di selezione è stato scegliere rapper che stimavo ed apprezzavo artisticamente. Quest’album è un album molto più ricco di featuring rispetto ai precedenti, che potevano vantare molte collaborazioni ma quasi mai rappate. Faccio fatica a scrivere per gli altri, a spartire il mio lavoro, un po’ per paura ma anche per gelosia. Quando devo comporre una canzone con qualcuno, quindi, è necessario che il processo avvenga insieme. A partire da Fibra che è stato molto professionale e puntuale e con cui condividevo la convinzione di fare un pezzo che parlasse della nostra provincia. Con Murubutu, Rancore e Ghemon, come dici tu, sono canzoni che ormai la gente si aspetta. Quasi necessarie, ad entrambe le parti fa piacere incontrarsi per scrivere musica.

Claver Gold e Murubutu (immagine dal video di "La rana e lo scorpione"- 2012)

 

Uno degli aspetti più coinvolgenti della tua musica è l’empatia che sei in grado di generare con l’ascoltatore. Ribaltando la situazione, quando sei tu che ascolti musica, quali sono gli artisti con cui riesci ad avere più contatto? Più in generale, quali sono i tuoi ascolti e le tue influenze nel mondo del rap e non?                              

Il mio filone preferito è quello dei cantautori. De André, Gaetano, Tenco, tutti i grandi della canzone italiana. Il mio artista preferito e, penso, uno di quelli che mi ha influenzato di più, è Capossela. Ora - non perché sono presenti nel mio album - ma se parliamo di rap Rancore, Murubutu e Ghemon sono gli artisti con cui emotivamente trovo il maggior riscontro e che effettivamente ascolto. Credo che in generale il cantautorato in Italia stia prendendo sempre meno piede a favore del rap perché il messaggio in questo modo risulta più fresco ma anche più facile da mandare.

A proposito, cosa pensi di questa crasi tra il rap ed il cantautorato?                                                                        

In Italia - penso sia un fenomeno che non si sarebbe potuto manifestare altrove - è nata una nuova forma di confluenza tra il rap e il cantautorato ormai a tutti gli effetti annoverabile nel filone indie. È una corrente che mi piace molto e rispetto tantissimo il lavoro di artisti come Dutch (Nazari ndr)e Willie (Peyote ndr) ma, a differenza loro, io potrei anche essere definito un cantautore, ma la mia scelta stilistica rimane consapevolmente più rap.

Hai iniziato ad approcciarti al mondo dell’hip hop attraverso il writing e le gare di freestyle, nel tuo ultimo disco ho sentito pronunciare un termine che non sentivo da tempo come “B-Boy”, hai dato ampio spazio agli scratches, sei arbitrariamente riconosciuto come uno dei più capaci tramiti generazionali tra la vecchia e la nuova scuola. Come fai a suonare così moderno pur avendo delle radici così piantate nel passato?                    

Per me è un grande complimento. Gli scratches non li usa più nessuno. A me piace la cultura hip hop e faccio di tutto per tenerla viva: se avessi potuto inserire dei writer o dei breaker nel mio disco lo avrei fatto. Il discorso dell’indipendenza diventa fondamentale perché, ovviamente, determinati prodotti, sonorità, non si possono portare alle major ed il compromesso sta sempre tra il riuscire a proporre un determinato tipo di musica e il riuscire ad arrivare ad un pubblico sufficientemente ampio. In Italia è un discorso più difficile da affrontare. In America ci sono artisti fortemente caratterizzati dalla cultura hip hop che riescono ad arrivare ad un pubblico enorme pur senza degenerare in canzonette o in una versione pop del rap. Pensa ad esempio a Nas. Quello è il mio punto di partenza, il mio substrato da cui poi ovviamente mi sono in parte discostato per questioni di gusti, influenze, ascolti e motivi di vita. Mantenere viva una tradizione non vuol dire ibernarsi ad una precisa manifestazione storica. Le sonorità possono anche rimanere underground, le tematiche evolversi ma il mio più che un discorso sul sound è un discorso legato alla mentalità che deve percorrere questo genere.

Ad esempio nelle nuove leve sembra essere tornata in voga l’usanza dell’autocelebrazione, il tuo rap, al contrario, potrebbe essere definito come paranoico ed introspettivo. È una condizione naturalmente legata alla dimensione dello storytelling?                                                                                                                                  

Non è solamente una questione tecnica ma l’autocelebrazione è qualcosa che aveva senso fare solo nei contest di freestyle. Quel periodo del rap si è chiuso. Le canzoni a mio avviso devono mandare un messaggio. Anche se non lancio mazzette di soldi su Instagram questo non vuol dire che non guadagni col rap… A me piace scrivere per raccontare non per apparire.

Qualche album fa hai scritto una canzone che si chiamava "Nazario", sei per caso tifoso dell’Inter?                

Cioè, sono megatifoso, adesso ho le ciabatte dell’Inter tipo.

Tag: intervista

Commenti (2)

Carica commenti più vecchi

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


LEGGI ANCHE:

Abbiamo visto in anteprima "Fabrizio De Andrè - Principe Libero"