Colapesce - Come uccidere l'egomostro dentro di sé, e uscirne illesi Intervista

30/01/2015 di

A tre anni da "Un meraviglioso declino", Colapesce torna con un nuovo album che è un'operazione a cuore aperto: testi in equilibrio tra intimismo e poesia accompagnati da una continua ricerca sonora. Si parla dell'egocentrismo tipico dei nostri anni, dei limiti del cantautorato italiano e di che fine abbia fatto la statuina che campeggia in copertina.

 

Sono passati tre anni da “Un meraviglioso declino”: sei stato impegnato in molti tour, ci sono state ristampe, hai cantato con Meg, hai cantato tutta “La Voce del Padrone” di Battiato… dove hai trovato il tempo per scrivere un altro disco?
“Un meraviglioso declino” è uscito tre anni fa esatti, sempre a febbraio. A parte i vari tour, mi sono un po’ ritirato in Sicilia a scrivere e a lavorare a leggere, ho cercato di trovare nuovi spunti. Il titolo “Egomostro” in realtà ce l’ho in tasca da tre anni; mi sembrava un titolo forte, cercavo una sorta di neologismo, e questo mi sembra perfetto per descrivere il momento storico che stiamo passando, questa voglia eccessiva di approvazione. Questa sete di consenso che c’è tra la nostra generazione. Probabilmente c’è sempre stata, ma i social l’hanno amplificata.

Immagino sia anche una forma di autocritica, visto che al centro della copertina hai messo una statuetta che ha le tue fattezze
Certo, parte tutto da lì. Però ho visto che tra i miei amici questo neologismo alla fine è diventato di uso comune, ha avuto un certo successo. Ma la cosa parte da me, assolutamente, dalle mie vicende personali. Con i primi micro-successi ho avuto difficoltà a gestire l’ego, e la cosa un po’ ha sbandato i miei rapporti personali. Un lavoro nuovo un po’ ti porta a cambiare, fare i tour da studente è diverso.

All’uscita di “Un meraviglioso declino” raccontavi di come ti interessasse parlare dei tre anni successivi alla laurea; ora siamo arrivati al lavoro, mi sembra di capire.
Sì. I testi sono abbastanza unitari, “Egomostro” è una sorta di concept album che gira attorno a me e ai miei rapporti privati (che tali resteranno). Parte tutto dal titolo, praticamente. Tutti i testi sono stati sviluppati tenendo presenta la costante dell’egomostro, e da lì ho scritto più di 30 brani, ne sono rimasti fuori tanti. Mi ero prefisso di uscire con un disco di massimo dieci tracce.

Potevi anche lasciarti andare, il 2015 è l’anno dei dischi doppi.
No no, non mi piace. Io sono per l’autocensura. Pesante. Poi sono lentissimo, quindi per limare i testi ho dovuto fare delle scelte radicali, delle scelte sia a livello sonoro che strettamente legate alla produzione sonora, sacrificando nel processo anche dei pezzi probabilmente più fruibili.


È abbastanza evidente che tu ti stia sempre più allontanando dalla classica forma canzone. I pezzi di “Egomostro” sono in qualche modo “difficili”, ad un primo impatto non sono proprio immediati.
È un’evoluzione naturale, fa parte di una ricerca verso alcune sonorità. Rispetto al Declino qui c’è molta più elettronica per esempio.

Tutte quelle tastiere super anni ’80 da dove vengono?
Se n’è occupato Mario Conte, che ha prodotto il disco assieme a me, ed è molto ferrato sull’elettronica in generale. Ma se ci fai caso l'elettronica è molto di matrice organica e non è attaccata sui brani a caso. L’idea era quella del Battisti di fine anni ‘70, quei dischi in cui i suoni non erano ancora pienamente anni ’80, come “Una giornata uggiosa”, per esempio. Abbiamo fatto ricerca sui dischi di quel periodo, anche ascoltando molto i Matia Bazar, che utilizzavano delle trombe finte, dei sax finti o dei synth particolari, ai Talking Heads. In ogni caso tutti i suoni del disco sono suonati con degli strumenti, non c’è nemmeno un computer di mezzo. Rispetto al Declino, “Egomostro” ha dei suoni più esotici.

In che senso?
Il Declino era marcatamente filo-americano, in un certo senso. In “Egomostro” c’è una ricerca più “mediterranea”, ma ovviamente non nella direzione della pizzica e dei tamburelli. Dal punto di vista testuale “Egomostro” invece lo sento più mio. Meno citazioni. Il Declino era pienissimo di riferimenti, anche se mai espliciti, a libri o film. “Egomostro” invece è un disco più intimo.

Il disco è aperto e chiuso da un intro e un outro che si chiamano “Entra pure” e “Vai pure”.
Inizialmente era un’unica traccia che poi ho tagliato in due, ed era perfetta così. In realtà è uno dei pochi passaggi dell’album in cui delle citazioni in effetti ci sono: “con un leggero malessere riconquistiamo la bellezza” la frase che chiude il disco, è tratta da una bellissima opera di Harold Pinter. È per questo che sono lentissimo a scrivere; ogni parola è messa al suo posto con degli equilibri sottili. Anche la frase che canto in apertura, “dentro la bocca dell’io, estraggo il dente crolla la mia integrità”, descrive pienamente tutto quello che accade dentro il percorso di “Egomostro”, che davvero può considerarsi una sorta di concept, in questo senso.

Dai testi mi sembra di capire che, dopo tanto tempo, tu sia riuscito a trovare un equilibrio, a capire qual è la cosa giusta da fare al momento giusto, e a fregartene, ad andare avanti leggero. Solo che mentre lo dici hai ancora le ferite fresche e non puoi raccontarlo col sorriso sulle labbra. Una sorta di racconto della vittoria, ma sofferente.
Smaschero una certa situazione, con tutti i pro e i contro. Il disco parla male di me, tutto il tempo.

Hai davvero questo gran caratteraccio?
Una merda, ma sto migliorando.

”Egomostro” è un disco triste?
In realtà secondo me no. Dal punto di vista sonoro rispetto al precedente è anche molto più allegro. Dal punto di vista testuale, più che tristezza c’è autocoscienza di alcune cose. Nella titletrack canto “sono stanco di sentire la parola cambiamento, le mie due certezze se le sfiori vado in crisi” . Mi scopro molto, sono cose scomode da dire, non è una frase figa da dire in un disco. Però secondo me spesso nella musica italiana d’autore questa verità manca. C’è un po’ la tendenza all’autocelebrazione e si evita di mettere in evidenza cose scomode. Nei testi di moltissimi colleghi spesso mi arrivano degli elementi troppo artefatti. Questo mio disco invece è stato creato con l’intento opposto: è pieno di cose scomode, cose che uno di solito preferirebbe non dire.

Forse la percezione che sia un disco un po’ “pesante” viene da questo: dentro ci sono verità molto importanti e intime.
Sì è verissimo. Non sono cose tristi, sono cose vere. Mentre scrivevo tenevo presente questa cosa dell’ego da smontare, una sorta di auto-cura, di terapia, cercavo di guarire da questa situazione. Sono felicissimo di aver scritto questo disco, ho acquisito una leggerezza calviniana che non avevo e che non ho per natura. Mi sono tolto un peso, è come se avessi estirpato un piccolo cancro.


I tuoi testi sono sempre molto molto curati, tra i migliori in Italia. Nel precedente disco dicevi di aver avuto l’influenza benefica di Bufalino e Pavese.
A livello inconscio forse le influenze letterarie sono rimaste, a livello diretto no. Una citazione di Bufalino c’è, in effetti, è vero. È il verso in cui canto di “quei due tondini d’ebano” che profumano di cera, in “Sottocoperta.”

Come costruisci un testo?
Non c’è una dinamica precisa, a volte scrivo partendo da suggestioni musicali, a volte accade l’esatto opposto, non ho una tecnica assodata. Alla fine spesso mi ritrovo con il triplo delle strofe, quindi devo fare un’opera di selezione. È difficile, perché poi il senso generale deve quadrare. Sto molto attento alla metrica, non è sempre semplice trovare l’incastro giusto, l’esatto equilibrio tra la parte semantica e quella musicale. È un lavoro lunghissimo, a volte passano mesi prima che trovi le giuste quadrature.

Uno dei versi che mi ha colpito di più è stato "stavolta non consulto più nessuno, amare basta, e lo faccio a testa alta". Credo sia anche uno dei versi chiave per capire il disco.
È uno dei versi più intimi e delicati del disco, sono felice che tu l'abbia notato. È il verso che distrugge l'egomostro. Non serve l'analista, l'ipnosi regressiva, non serve l'io al centro di un rapporto, basta un "onesto noi". Amare basta e lo faccio a testa alta, senza paure, con l'hashtag #nofilter. Sembra una banalità ma è un'affermazione fortissima. Spesso i rapporti, soprattutto alla lunga, diventano micro-discariche delle proprie paure, insicurezza, dei rapporti ipocondri che si ammalano di nulla, come canto in "Passami il pane". Tratto questo tema nel fumetto che sto realizzando con Alessandro Baronciani (uscirà a Maggio per Bao Publishing) "La Distanza", intesa sia come distanza geografica che distanza emotiva.

Dal punto di vista musicale invece, nel disco ci sono alcuni suoni nuovi rispetto al passato
Sì, e sono molto molto contento perché tutti i musicisti con i quali ho lavorato sono stati felicissimi di collaborare a questo disco, non hanno partecipato “a chiamata”, non era un lavoro come un altro; ci hanno messo dell’entusiasmo in fase di registrazione. Se manca questo il disco non ha quella certa magia. Ho un orecchio molto critico, molte volte ascolto certi dischi e sento una sensazione di freddo, di ghiaccio. Questa volta invece secondo me è andata benissimo. È stato molto faticoso e molto più dispendioso rispetto al precedente disco, ma credo che la differenza nella produzione si senta molto. Dal punto di vista esecutivo il disco l’ho prodotto io, e non è stato semplice, però per avere una certa libertà era l’unico modo. Ho avuto anche diverse proposte da strutture grosse, ma alla fine ho preferito gestire tutto da solo con la vecchia squadra (Emiliano Colasanti e Giacomo Fiorenza), per non avere alcun tipo di vincolo, né artistico né esecutivo.

Nell’intervista pubblicata ieri, il tuo amico Alessandro Raina si dispiaceva del fatto che i musicisti della sua generazione in realtà non si sono mai preoccupati di studiare, di migliorarsi, di fare una vera gavetta e arrivare preparati, sia a livello vocale e strumentale. Tu che ne pensi?
Alessandro è uno dei miei più cari amici, capita spesso che ci confrontiamo e non solo sulla musica, anche su altro: dalle ragazze all'attualità. È una persona molto acuta, anche se a volte lo prenderei a testate. Litighiamo ogni tanto ma ci vogliamo bene. Sulla musica andiamo d'accordo su un sacco di cose ma su altre abbiamo visioni diametralmente opposte.
Rispetto le sue avventure nel mondo della musica mainstream, ma la storia della musica è fatta anche di istintività e a mio avviso non servono regole o manuali per scrivere la canzone pop perfetta. Prendi "Com'è profondo il mare": è entrata nell'immaginario di cinque generazioni e non ha un ritornello. Eppure per qualcuno quel tipo di scrittura nasce e muore sbagliata. Pop è "L'essenziale" di Mengoni, ma anche “Hostiles” di Damon Albarn, non esiste una via giusta e una via sbagliata. Basta seguire le proprie inclinazioni, e non ci posso fare nulla se a Lorenzo Fragola preferisco Cesare Basile. Per me la musica non è solo questione di numeri o di tecnica, puoi essere il migliore cantante del mondo, ma se non mi emozioni per me vali zero. De Gregori, che Alessandro cita spesso come esempio, è tutto tranne che un virtuoso. Non è uno che è andato a scuola, ma ha costruito la sua di scuola, mattone per mattone, spesso violando anche le regole della buona composizione.
X Factor invece è un karaoke brutto. Hanno le stesse produzioni da 20 anni, gli stessi suoni da 20 anni. Questo fatto che arrivano i mega produttori, registrano anche con cantanti bravi e poi magari ci mettono l’autotune – non lo so, è un modo di fare musica vecchio, passato e ridicolo.
Io sono un istintivo, non voglio diventare un cantante bravissimo e un autore di ritornelli killer, io voglio fare musica pop. Ma il pop che piace a me.



Prima invece parlavi dei cantautori italiani, di come i loro testi siano spesso freddi e artificiali
Non è una critica, ci sono molti cantautori bravi in Italia. Quello che penso è che si osi poco, o che comunque molte volte si rimanga al cliché del cantautore “tutto ordinato”. Niente fuori posto, molto rassicurante, anche dal punto di vista testuale.

In cosa consiste per te il cliché del cantautore?
Il discorso che faceva Alessandro, a me interessa di più sul punto di vista testuale e musicale. Dal punto di vista della produzione in Italia non si osa. Ancora facciamo i dischi di cantautorato come si facevano negli anni ’70. Mi sembra ridicolo continuare a insistere con una forma vecchia e archiviata. Dobbiamo puntare a metterci in gioco, da tutti i punti di vista. Poi se il cantautore è stonato, a me non frega niente. Ci sono un sacco di artisti che in Italia hanno funzionato pur non avendo grandissime doti vocali. Prendi Brondi, è arrivato e col primo disco e ha fotografato una generazione; stessa cosa Niccolò dei Cani.

Se guardi però alla nuova ondata dei cantautori degli ultimi anni, molti hanno avuto un certo successo proprio perché riproponevano suoni e stili alla vecchia maniera
La partenza è stata buona, il problema è che secondo me ci si è persi per strada. Non puoi riproporre gli stessi dischi per 10 anni. Per come sono fatto, mi devo mettere continuamente in gioco. Ma non per dimostrare qualcosa agli altri, lo faccio per me stesso. Se avessi perso un certo stimolo e mi fossi fermato a una forma che funziona, che poteva essere quella di “Fiori di Lana”, sarebbe stato inutile. Preferisco fare il postino, a quel punto.

In quali aspetti pensi che la tua musica sia cambiata di più, da “Fiori di Lana” a oggi?
Non è stato un cambiamento forzato, è stato graduale. Io la musica la vivo come una ricerca personale, sia dal punto di vista sonoro che musicale. Prendi la struttura di “Il Reale”, per esempio: la melodia della strofa e quella del ritornello sono identiche, cambia solo l’aspetto armonico. L’ascoltatore ha la sensazione che ci sia un’apertura, ma in realtà non è vero. Possono sembrare delle stronzate, ma fanno parte di una mia ricerca che passa anche attraverso l’ascolto di tanti dischi. Il disco di Damon Albarn, il disco solista di Mark Hollis, il cantante dei Talk Talk, che ho ascoltato molto e dal quale ho imparato tantissimo. “Egomostro” secondo me è un disco particolarmente riuscito, perché l’ho scritto interamente da solo ma poi è stato sviluppato in sala assieme agli altri musicisti, una cosa fondamentale, perché fa da collante. In molti dischi italiani si sente la mancanza di questo, manca una dinamica di fondo, è tutto compresso, glaciale. Per questo “Egomostro” è un disco che ha un forte impatto live, quando lo suoneremo dal vivo sarà molto simile alla versione su disco.

Nel disco precedente, come pure nel brano che hai proposto a Sanremo lo scorso anno, c’è una certa componente sociale. Parlavi della crisi della sinistra, della disoccupazione, della rivolta dei forconi. Ora tutte queste cose sono sparite: indifferenza per combattere il disgusto?
Il disco è tutto proiettato all’interno, fatta eccezione per “Maledetti Italiani” che proprio per questo abbiamo fatto uscire molto in anticipo. La disillusione c’è, e genera distacco dalla politica, che è una cosa bruttissima. “Maledetti italiani” parla proprio di questo aspetto qui, anche se in realtà non parlo mai di politica in maniera esplicita, mi interessa evidenziare certi aspetti ridicoli che si trovano sia a destra che a sinistra.

La copertina di “Egomostro” mi ha sorpreso tantissimo, non immaginavo potessi spingerti così lontano da quello che è il tuo stile. Metterti al centro come un pupazzo, con questo sfondo fuxia, acceso e volgare.
Tutto deriva dal titolo, ovviamente. Come hai potuto notare non è qualcosa che rientra nella mia estetica naturale, ma il gioco era proprio quello: svelare l’egomostro, farsi una statua e mettersi su un piedistallo. È la massima rappresentazione dell’ego malato, quindi ci voleva questa copertina forte. Il concept è venuto fuori insieme ad Alfredo Maddaluno che suona con me, ha curato tutto l'artwork. Lui è un grafico, mi ha proposto questa idea e anche se all’inizio ero un po’ titubante (ho fatto altre prove anche coinvolgendo artisti molto bravi), alla fine mi attraeva il fatto che fosse perfetta per il titolo. È stata la scelta migliore. La statuina mia madre poi l’ha messa in una teca, a casa. È bruttissima.

Tag: talent show cantautore

Commenti (14)

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  • maxavo 06/02/2015 ore 23:22 @maxavo

    Come prima cosa, io non ho assolutamente detto che è "inaccettabile"(dimmi dove lo hai letto o "tradotto") criticare qualcosa o qualcuno dato che la mia era una critica, e sarebbe decisamente un controsenso dire che io posso e gli altri no.Quindi, io ritengo molto piu signorile,tra colleghi, non spiuttanarsi a vicenda in maniera cosi infantile, utilizzando xfactor come scusa(ti sei persa il battibecco tra raina e colapesce al quale il mio commento era prevalentemente rivolto; battibecco eliminato dal moderatore poco prima del mio post).Poi. se ti senti colpita dal mio non apprezzare la critica senza argomentazioni(parlavo di quanto detto da colapesce;non ti conosco) forse è perchè ti senti parte della categoria, ma non ti ci ho messo certo io. Ribadisco che una critica, quando è costruttiva, è auspicabile, altrimenti meglio non farla. Come vedi spesso qui ed ovunque, non sono in molti a pensarla come me ,e benissimo cosi. Secondo:io non ho mai detto di essere ne pro ne contro, anzi, è proprio il dover dividere in pro o contro un giudizio su xfactor che trovo superficiale. Rispettare il prossimo aiuta a far si che il prossimo rispetti te. Di conseguenza, per me, analizzare è molto meglio che criticare, soprattutto se non si circostanzia a dovere.POi, se a te ti accontenta uno che dice"a me fa schifo,punto" buon per te; Io, credo sia mio diritto, esprimo dissenso, ma non per chi critica, per la critica in se.Poi, secondo il tuo ragionamento, nessuno sputa sul lavoro degli altri e si amano tutti(so che non puoi leggerli, ma i post rimossi in questa discussione dimostrano il contrario).Non me lo auspicherei nemmeno dato che un po di sana competizione è anche utile, ma proprio non ci siamo nemmeno vicini. A te piace cosi a me no.amen.Riguardo a quelli che non capiscono di musica, io li identifico da come si esprimono, e non dal fatto che lo facciano( sono gli argomenti che spesso portano che li qualificano come tali, e non io come giudice supremo). Mi allineo con quello che dice Raina perchè si avvicina a quello che ho visto io di x factor, e la sua intervista mi ha fatto conoscere un punto di vista "interno" che ho percepito vedendo il programma(un approfondimento). Come dici tu, io non so suonare nemmeno il tamburello, e tutto sono tranne che uno che "conosce"(da qui il termine "profano" che ti ha tanto offesa) il processo tecnico-creativo che si affronta per fare musica(da qui il termine "esperto"). Quindi, la mia superficialità ha una causa perdonabile, quella di Colapesce no(opinione personalissima).
    Dividere la musica in alta o bassa non sono stato io a farlo, ma Colapesce nella sua intervista("x factor è un karaoke brutto" è inteso in maniera dispregiativa, a voler fare tale distinzione, e non solo per l'aggettivo "brutto"), quindi io ho solo detto esattamente quello che stai dicendo tu: la musica è musica, e fare delle distinzioni tra la pausini e degregori(per esempio) è una stupidaggine(vedo che siamo daccordo,ma forse no).
    Riguardo all'autoironia, mi sembra che sia un problema diffuso(tu ne sei la dimostrazione) nell'ambiente musicale e non, dove tizio sputtana caio perchè ha venduto tre copie piu di lui etc. Io lo trovo un gioco stupido e meschino che avvelena un ambiente (quello italiano) che ha, invece, delle eccellenze che andrebbero riconosciute da tutti, in primis dagli autori.
    Sulle "certezze" che mi imputi, mi sa che tu ne hai molte piu di me, e me ne hai mostrate un bel po(prima su tutte che la tua attribuzione del mio pensiero "dietro" le mie parole è "certamente" quello giusto, qualunque cosa io possa dirti).Io, per contro, ascolto con attenzione perchè capire per me è importante. Potrei anche avere capito male, lo metto in conto, ma fallo pure tu.
    Per cui, quando dico“sono interessato a capire un fenomeno a fondo ancor prima di giudicarlo in un modo o nell'altro. Una volta compreso, il giudizio diventa del tutto soggettivo e, per me, irrilevante.” non sto affatto dicendo(qui ha dato il massimo): "È come dire non me ne frega un cazzo di niente che riguardi quest’argomento (in tal caso) per quello che ho appena scritto: guardi il talent, ascolti chi canta, questo non ti porta a prendere una posizione? E prendere una posizione significa giudicare e già parlarne significa averlo osservato, analizzato con giudizio annesso. Il modo in cui uno poi ne parla mi fornisce già un orientamento sul giudizio di valore in merito. Sia esso positivo, sia esso negativo, implicito o esplicito." Volevo dire che i giudizi personali non circostanziati(mi piace, non mi piace etc) non li trovo molto interessanti, mentre quelli circostanziati mi posso dare un punto di vista diverso dal mio che mi aiuta a completare la mia opinione . Nello specifico, la cronaca dell'esperienza di Raina a xfactor mi da qualche elemento per approfondire un idea che mi sono fatto, mentre Il commento di Colapesce è un parere personale su un qualcosa che lui disprezza(a ragion veduta magari, ma avrei preferito me la spiegasse un po meglio).
    Poi fai tutta una serie di considerazioni su cosa intendessi dire dicendo questo o quello costruendo un teorema per il quale, in quattro pensieri che ho espresso, c'era un sottotesto di pagine e pagine(in confronto a te ho il dono della sintesi, ma non esageriamo).Mi apostrofi sempre con "quelli che" come se ci avessi inquadrati tutti, il "branco" dei difensivisti snob e presuntuosi che non accettano che si critichi;tra i due sei piu tu che non accetti le idee degli altri, tanto da stravolgerle a tuo piacimento per "dimostrare" che, lo abbia capito o no, hai ragione tu. Dire che io ho portato al'estremo il positivo dei talent è a dir poco una forzatura(ah gia, siccome critico una critica ai talent, di riflesso li considero la salvezza della musica) ma se serve per farti dormire meglio ben venga.Tra i due, chi cerca un dialogo sono io, tu sei piu esperta in monologhi. Ti ho chiesto piu volte di dirmi cosa trovi di negativo in xfactor per poter confrontare i nostri due punti di vista in maniera serena, magari per scoprire che in fondo non sono cosi distanti, ma sono ancora qui che aspetto. Invece di "rileggere" cio che dico io a tuo piacimento, prova a dire qualcosa che non sia la risposta ad una mia "presunta" provocazione.ti chiedo: mi dici quali sono le ragioni che ti portano a vedere negativamente x factor? Mi sembra che sia molto piu interessato io alle tue opinioni, piuttosto che tu alle mie(ti sei fatta una "opinione"tua, a tuo uso e consumo).Non sottintendere che non mi interessi(presuntuoso e pieno di me come sono) per non rispondere.
    Se ti va io sono qui.Lusingami ancora un po, ci tengo.

  • Sandra D\'Amici 10/08/2015 ore 17:58 @sandrasandradam

    Ok allora ti porgo le mie più sentite lusinghe.

  • maxavo 11/08/2015 ore 10:25 @maxavo

    meglio tardi che mai. Ma in ogni caso, non mi hai risposto; eppure, tempo per pensarci ne hai avuto:-)

  • Sandra D\'Amici 12/08/2015 ore 10:50 @sandrasandradam

    Sì tantissimo tempo. La risposta c'è. Ma non sono sicura ci sia la volontà di capirla. Poi te la posto.

  • maxavo 12/08/2015 ore 15:03 @maxavo

    Tu prova; se non io, magari qualcun altro con la volonta e l'intelligenza per comprendere lo trovi.
    Quando vuoi, se vuoi.

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