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Colapesce - Come uccidere l'egomostro dentro di sé, e uscirne illesi

A tre anni da "Un meraviglioso declino", Colapesce torna con un nuovo album che è un'operazione a cuore aperto: testi in equilibrio tra intimismo e poesia accompagnati da una continua ricerca sonora. Si parla dell'egocentrismo tipico dei nostri anni, dei limiti del cantautorato italiano e di che fin
30/01/2015 13:37

A tre anni da "Un meraviglioso declino", Colapesce torna con un nuovo album che è un'operazione a cuore aperto: testi in equilibrio tra intimismo e poesia accompagnati da una continua ricerca sonora. Si parla dell'egocentrismo tipico dei nostri anni, dei limiti del cantautorato italiano e di che fine abbia fatto la statuina che campeggia in copertina.

 

Sono passati tre anni da “Un meraviglioso declino”: sei stato impegnato in molti tour, ci sono state ristampe, hai cantato con Meg, hai cantato tutta “La Voce del Padrone” di Battiato… dove hai trovato il tempo per scrivere un altro disco?
“Un meraviglioso declino” è uscito tre anni fa esatti, sempre a febbraio. A parte i vari tour, mi sono un po’ ritirato in Sicilia a scrivere e a lavorare a leggere, ho cercato di trovare nuovi spunti. Il titolo “Egomostro” in realtà ce l’ho in tasca da tre anni; mi sembrava un titolo forte, cercavo una sorta di neologismo, e questo mi sembra perfetto per descrivere il momento storico che stiamo passando, questa voglia eccessiva di approvazione. Questa sete di consenso che c’è tra la nostra generazione. Probabilmente c’è sempre stata, ma i social l’hanno amplificata.

Immagino sia anche una forma di autocritica, visto che al centro della copertina hai messo una statuetta che ha le tue fattezze
Certo, parte tutto da lì. Però ho visto che tra i miei amici questo neologismo alla fine è diventato di uso comune, ha avuto un certo successo. Ma la cosa parte da me, assolutamente, dalle mie vicende personali. Con i primi micro-successi ho avuto difficoltà a gestire l’ego, e la cosa un po’ ha sbandato i miei rapporti personali. Un lavoro nuovo un po’ ti porta a cambiare, fare i tour da studente è diverso.

All’uscita di “Un meraviglioso declino” raccontavi di come ti interessasse parlare dei tre anni successivi alla laurea; ora siamo arrivati al lavoro, mi sembra di capire.
Sì. I testi sono abbastanza unitari, “Egomostro” è una sorta di concept album che gira attorno a me e ai miei rapporti privati (che tali resteranno). Parte tutto dal titolo, praticamente. Tutti i testi sono stati sviluppati tenendo presenta la costante dell’egomostro, e da lì ho scritto più di 30 brani, ne sono rimasti fuori tanti. Mi ero prefisso di uscire con un disco di massimo dieci tracce.

Potevi anche lasciarti andare, il 2015 è l’anno dei dischi doppi.
No no, non mi piace. Io sono per l’autocensura. Pesante. Poi sono lentissimo, quindi per limare i testi ho dovuto fare delle scelte radicali, delle scelte sia a livello sonoro che strettamente legate alla produzione sonora, sacrificando nel processo anche dei pezzi probabilmente più fruibili.


È abbastanza evidente che tu ti stia sempre più allontanando dalla classica forma canzone. I pezzi di “Egomostro” sono in qualche modo “difficili”, ad un primo impatto non sono proprio immediati.
È un’evoluzione naturale, fa parte di una ricerca verso alcune sonorità. Rispetto al Declino qui c’è molta più elettronica per esempio.

Tutte quelle tastiere super anni ’80 da dove vengono?
Se n’è occupato Mario Conte, che ha prodotto il disco assieme a me, ed è molto ferrato sull’elettronica in generale. Ma se ci fai caso l'elettronica è molto di matrice organica e non è attaccata sui brani a caso. L’idea era quella del Battisti di fine anni ‘70, quei dischi in cui i suoni non erano ancora pienamente anni ’80, come “Una giornata uggiosa”, per esempio. Abbiamo fatto ricerca sui dischi di quel periodo, anche ascoltando molto i Matia Bazar, che utilizzavano delle trombe finte, dei sax finti o dei synth particolari, ai Talking Heads. In ogni caso tutti i suoni del disco sono suonati con degli strumenti, non c’è nemmeno un computer di mezzo. Rispetto al Declino, “Egomostro” ha dei suoni più esotici.

In che senso?
Il Declino era marcatamente filo-americano, in un certo senso. In “Egomostro” c’è una ricerca più “mediterranea”, ma ovviamente non nella direzione della pizzica e dei tamburelli. Dal punto di vista testuale “Egomostro” invece lo sento più mio. Meno citazioni. Il Declino era pienissimo di riferimenti, anche se mai espliciti, a libri o film. “Egomostro” invece è un disco più intimo.

Il disco è aperto e chiuso da un intro e un outro che si chiamano “Entra pure” e “Vai pure”.
Inizialmente era un’unica traccia che poi ho tagliato in due, ed era perfetta così. In realtà è uno dei pochi passaggi dell’album in cui delle citazioni in effetti ci sono: “con un leggero malessere riconquistiamo la bellezza” la frase che chiude il disco, è tratta da una bellissima opera di Harold Pinter. È per questo che sono lentissimo a scrivere; ogni parola è messa al suo posto con degli equilibri sottili. Anche la frase che canto in apertura, “dentro la bocca dell’io, estraggo il dente crolla la mia integrità”, descrive pienamente tutto quello che accade dentro il percorso di “Egomostro”, che davvero può considerarsi una sorta di concept, in questo senso.

Dai testi mi sembra di capire che, dopo tanto tempo, tu sia riuscito a trovare un equilibrio, a capire qual è la cosa giusta da fare al momento giusto, e a fregartene, ad andare avanti leggero. Solo che mentre lo dici hai ancora le ferite fresche e non puoi raccontarlo col sorriso sulle labbra. Una sorta di racconto della vittoria, ma sofferente.
Smaschero una certa situazione, con tutti i pro e i contro. Il disco parla male di me, tutto il tempo.

Hai davvero questo gran caratteraccio?
Una merda, ma sto migliorando.

”Egomostro” è un disco triste?
In realtà secondo me no. Dal punto di vista sonoro rispetto al precedente è anche molto più allegro. Dal punto di vista testuale, più che tristezza c’è autocoscienza di alcune cose. Nella titletrack canto “sono stanco di sentire la parola cambiamento, le mie due certezze se le sfiori vado in crisi” . Mi scopro molto, sono cose scomode da dire, non è una frase figa da dire in un disco. Però secondo me spesso nella musica italiana d’autore questa verità manca. C’è un po’ la tendenza all’autocelebrazione e si evita di mettere in evidenza cose scomode. Nei testi di moltissimi colleghi spesso mi arrivano degli elementi troppo artefatti. Questo mio disco invece è stato creato con l’intento opposto: è pieno di cose scomode, cose che uno di solito preferirebbe non dire.

Forse la percezione che sia un disco un po’ “pesante” viene da questo: dentro ci sono verità molto importanti e intime.
Sì è verissimo. Non sono cose tristi, sono cose vere. Mentre scrivevo tenevo presente questa cosa dell’ego da smontare, una sorta di auto-cura, di terapia, cercavo di guarire da questa situazione. Sono felicissimo di aver scritto questo disco, ho acquisito una leggerezza calviniana che non avevo e che non ho per natura. Mi sono tolto un peso, è come se avessi estirpato un piccolo cancro.


I tuoi testi sono sempre molto molto curati, tra i migliori in Italia. Nel precedente disco dicevi di aver avuto l’influenza benefica di Bufalino e Pavese.
A livello inconscio forse le influenze letterarie sono rimaste, a livello diretto no. Una citazione di Bufalino c’è, in effetti, è vero. È il verso in cui canto di “quei due tondini d’ebano” che profumano di cera, in “Sottocoperta.”

Come costruisci un testo?
Non c’è una dinamica precisa, a volte scrivo partendo da suggestioni musicali, a volte accade l’esatto opposto, non ho una tecnica assodata. Alla fine spesso mi ritrovo con il triplo delle strofe, quindi devo fare un’opera di selezione. È difficile, perché poi il senso generale deve quadrare. Sto molto attento alla metrica, non è sempre semplice trovare l’incastro giusto, l’esatto equilibrio tra la parte semantica e quella musicale. È un lavoro lunghissimo, a volte passano mesi prima che trovi le giuste quadrature.

Uno dei versi che mi ha colpito di più è stato "stavolta non consulto più nessuno, amare basta, e lo faccio a testa alta". Credo sia anche uno dei versi chiave per capire il disco.
È uno dei versi più intimi e delicati del disco, sono felice che tu l'abbia notato. È il verso che distrugge l'egomostro. Non serve l'analista, l'ipnosi regressiva, non serve l'io al centro di un rapporto, basta un "onesto noi". Amare basta e lo faccio a testa alta, senza paure, con l'hashtag #nofilter. Sembra una banalità ma è un'affermazione fortissima. Spesso i rapporti, soprattutto alla lunga, diventano micro-discariche delle proprie paure, insicurezza, dei rapporti ipocondri che si ammalano di nulla, come canto in "Passami il pane". Tratto questo tema nel fumetto che sto realizzando con Alessandro Baronciani (uscirà a Maggio per Bao Publishing) "La Distanza", intesa sia come distanza geografica che distanza emotiva.

Dal punto di vista musicale invece, nel disco ci sono alcuni suoni nuovi rispetto al passato
Sì, e sono molto molto contento perché tutti i musicisti con i quali ho lavorato sono stati felicissimi di collaborare a questo disco, non hanno partecipato “a chiamata”, non era un lavoro come un altro; ci hanno messo dell’entusiasmo in fase di registrazione. Se manca questo il disco non ha quella certa magia. Ho un orecchio molto critico, molte volte ascolto certi dischi e sento una sensazione di freddo, di ghiaccio. Questa volta invece secondo me è andata benissimo. È stato molto faticoso e molto più dispendioso rispetto al precedente disco, ma credo che la differenza nella produzione si senta molto. Dal punto di vista esecutivo il disco l’ho prodotto io, e non è stato semplice, però per avere una certa libertà era l’unico modo. Ho avuto anche diverse proposte da strutture grosse, ma alla fine ho preferito gestire tutto da solo con la vecchia squadra (Emiliano Colasanti e Giacomo Fiorenza), per non avere alcun tipo di vincolo, né artistico né esecutivo.

Nell’intervista pubblicata ieri, il tuo amico Alessandro Raina si dispiaceva del fatto che i musicisti della sua generazione in realtà non si sono mai preoccupati di studiare, di migliorarsi, di fare una vera gavetta e arrivare preparati, sia a livello vocale e strumentale. Tu che ne pensi?
Alessandro è uno dei miei più cari amici, capita spesso che ci confrontiamo e non solo sulla musica, anche su altro: dalle ragazze all'attualità. È una persona molto acuta, anche se a volte lo prenderei a testate. Litighiamo ogni tanto ma ci vogliamo bene. Sulla musica andiamo d'accordo su un sacco di cose ma su altre abbiamo visioni diametralmente opposte.
Rispetto le sue avventure nel mondo della musica mainstream, ma la storia della musica è fatta anche di istintività e a mio avviso non servono regole o manuali per scrivere la canzone pop perfetta. Prendi "Com'è profondo il mare": è entrata nell'immaginario di cinque generazioni e non ha un ritornello. Eppure per qualcuno quel tipo di scrittura nasce e muore sbagliata. Pop è "L'essenziale" di Mengoni, ma anche “Hostiles” di Damon Albarn, non esiste una via giusta e una via sbagliata. Basta seguire le proprie inclinazioni, e non ci posso fare nulla se a Lorenzo Fragola preferisco Cesare Basile. Per me la musica non è solo questione di numeri o di tecnica, puoi essere il migliore cantante del mondo, ma se non mi emozioni per me vali zero. De Gregori, che Alessandro cita spesso come esempio, è tutto tranne che un virtuoso. Non è uno che è andato a scuola, ma ha costruito la sua di scuola, mattone per mattone, spesso violando anche le regole della buona composizione.
X Factor invece è un karaoke brutto. Hanno le stesse produzioni da 20 anni, gli stessi suoni da 20 anni. Questo fatto che arrivano i mega produttori, registrano anche con cantanti bravi e poi magari ci mettono l’autotune – non lo so, è un modo di fare musica vecchio, passato e ridicolo.
Io sono un istintivo, non voglio diventare un cantante bravissimo e un autore di ritornelli killer, io voglio fare musica pop. Ma il pop che piace a me.



Prima invece parlavi dei cantautori italiani, di come i loro testi siano spesso freddi e artificiali
Non è una critica, ci sono molti cantautori bravi in Italia. Quello che penso è che si osi poco, o che comunque molte volte si rimanga al cliché del cantautore “tutto ordinato”. Niente fuori posto, molto rassicurante, anche dal punto di vista testuale.

In cosa consiste per te il cliché del cantautore?
Il discorso che faceva Alessandro, a me interessa di più sul punto di vista testuale e musicale. Dal punto di vista della produzione in Italia non si osa. Ancora facciamo i dischi di cantautorato come si facevano negli anni ’70. Mi sembra ridicolo continuare a insistere con una forma vecchia e archiviata. Dobbiamo puntare a metterci in gioco, da tutti i punti di vista. Poi se il cantautore è stonato, a me non frega niente. Ci sono un sacco di artisti che in Italia hanno funzionato pur non avendo grandissime doti vocali. Prendi Brondi, è arrivato e col primo disco e ha fotografato una generazione; stessa cosa Niccolò dei Cani.

Se guardi però alla nuova ondata dei cantautori degli ultimi anni, molti hanno avuto un certo successo proprio perché riproponevano suoni e stili alla vecchia maniera
La partenza è stata buona, il problema è che secondo me ci si è persi per strada. Non puoi riproporre gli stessi dischi per 10 anni. Per come sono fatto, mi devo mettere continuamente in gioco. Ma non per dimostrare qualcosa agli altri, lo faccio per me stesso. Se avessi perso un certo stimolo e mi fossi fermato a una forma che funziona, che poteva essere quella di “Fiori di Lana”, sarebbe stato inutile. Preferisco fare il postino, a quel punto.

In quali aspetti pensi che la tua musica sia cambiata di più, da “Fiori di Lana” a oggi?
Non è stato un cambiamento forzato, è stato graduale. Io la musica la vivo come una ricerca personale, sia dal punto di vista sonoro che musicale. Prendi la struttura di “Il Reale”, per esempio: la melodia della strofa e quella del ritornello sono identiche, cambia solo l’aspetto armonico. L’ascoltatore ha la sensazione che ci sia un’apertura, ma in realtà non è vero. Possono sembrare delle stronzate, ma fanno parte di una mia ricerca che passa anche attraverso l’ascolto di tanti dischi. Il disco di Damon Albarn, il disco solista di Mark Hollis, il cantante dei Talk Talk, che ho ascoltato molto e dal quale ho imparato tantissimo. “Egomostro” secondo me è un disco particolarmente riuscito, perché l’ho scritto interamente da solo ma poi è stato sviluppato in sala assieme agli altri musicisti, una cosa fondamentale, perché fa da collante. In molti dischi italiani si sente la mancanza di questo, manca una dinamica di fondo, è tutto compresso, glaciale. Per questo “Egomostro” è un disco che ha un forte impatto live, quando lo suoneremo dal vivo sarà molto simile alla versione su disco.

Nel disco precedente, come pure nel brano che hai proposto a Sanremo lo scorso anno, c’è una certa componente sociale. Parlavi della crisi della sinistra, della disoccupazione, della rivolta dei forconi. Ora tutte queste cose sono sparite: indifferenza per combattere il disgusto?
Il disco è tutto proiettato all’interno, fatta eccezione per “Maledetti Italiani” che proprio per questo abbiamo fatto uscire molto in anticipo. La disillusione c’è, e genera distacco dalla politica, che è una cosa bruttissima. “Maledetti italiani” parla proprio di questo aspetto qui, anche se in realtà non parlo mai di politica in maniera esplicita, mi interessa evidenziare certi aspetti ridicoli che si trovano sia a destra che a sinistra.

La copertina di “Egomostro” mi ha sorpreso tantissimo, non immaginavo potessi spingerti così lontano da quello che è il tuo stile. Metterti al centro come un pupazzo, con questo sfondo fuxia, acceso e volgare.
Tutto deriva dal titolo, ovviamente. Come hai potuto notare non è qualcosa che rientra nella mia estetica naturale, ma il gioco era proprio quello: svelare l’egomostro, farsi una statua e mettersi su un piedistallo. È la massima rappresentazione dell’ego malato, quindi ci voleva questa copertina forte. Il concept è venuto fuori insieme ad Alfredo Maddaluno che suona con me, ha curato tutto l'artwork. Lui è un grafico, mi ha proposto questa idea e anche se all’inizio ero un po’ titubante (ho fatto altre prove anche coinvolgendo artisti molto bravi), alla fine mi attraeva il fatto che fosse perfetta per il titolo. È stata la scelta migliore. La statuina mia madre poi l’ha messa in una teca, a casa. È bruttissima.

Tag: talent show - cantautore

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