Perturbazione - Colle Val D’Elsa (SI) @ Sonar, 04-10-2003 Intervista

28/10/2003 di

È appena finito il sound-check ed i Perturbazione sono in procinto di andare a cena. Saranno Tommaso (il cantante) e Gigi (chitarrista) a prestarsi in maniera molto spiritosa, coinvolgente e contagiosa a questa che, aldilà delle domande qui appositamente riformulate in maniera più esatta, ha assunto i toni di una tranquilla chiacchierata.

Siamo sotto un tendone accanto al ‘Sonar’ di Colle Val D’Elsa, dove tra poco si esibiranno. Piove a dirotto, tanto che a tratti le gocce che picchiano sul telo della tettoia mi hanno reso difficile comprendere le parole registrate sul nastro. A noi poi si aggiungono prima Rossano (batterista) e poi Elena (violoncello), arrivati in silenzio, che sfilano una sedia dalle pile accatastate ai lati e si siedono intorno ad ascoltare. Il problema è che le interviste devono necessariamente avere un termine, mentre il bello di una chiacchierata è che tende sempre a ‘più infinito’. Per questo l’intervista è più lunga del solito: ne avevo perso i contorni, ed è stato difficile trovare il momento di concluderla (a malincuore) .



Titolo: Mai dire “Organza"

Partiamo dall’inizio: la band si forma nel 1988 ed ha subito vari avvicendamenti che immagino abbiano comportato transizioni artistiche. Quant’è cambiata la formula da allora ad oggi?
Gigi: Il cambiamento più importante sta nel fatto che nel frattempo abbiamo imparato a suonare, a dir il vero. Noi citiamo per amore di verità che siamo in giro dall’ottantotto, quando abbiamo fatto il nostro primo concerto al liceo. Ma le prove erano state fatte scherzando, con Rossano che non aveva neanche una batteria e suonava sui fustini del Dixan, Stefano con un basso rubato in soffitta da uno zio che suonava liscio che aveva una paletta incredibile! E così, dire che poi c’è stato un cambio di stile sarebbe un po’ troppo ‘tiraiolo; diciamo che abbiamo cominciato a suonare e dopo un po’ abbiamo visto che nella formazione (inizialmente in quattro) mancava un suono più pregnante. Tant’è vero che ci avevano definito una via di mezzo tra R.E.M. e Smiths, anche se poi la voce di Tommaso assomigliava a quella di Eddie Vedder (ed allora stavano venendo fuori i Pearl Jam). C’era però una sorta di anemicità e sapevamo di doverci mettere dentro qualcosa in più; quindi abbiamo incontrato Elena che suonava il violoncello ed abbiamo dovuto riadeguare la musica a questo strumento, oltre che noi stessi. Solitamente quattro maschi in una sala prove fanno di tutto, mentre invece con una presenza femminile… Quindi la svolta ad un certo punto è stata umana più che stilistica, anche se è vero il fatto che in quattro facevamo cose molto più ‘picchiate’.

Il violoncello è per l’appunto l’elemento peculiare della vostra formazione, che all’interno del rock o del pop, o di qualsiasi genere in cui vi abbiano relegato, rimane uno strumento insolito. Parlando proprio di questi generi, cosa avete in comune e cosa vi distingue dal resto secondo voi?
Gigi: Pochi giorni fa ho risposto a questa domanda via e-mail e dicevo che ognuno sottintende un proprio significato alle parole ‘pop’ e ‘rock’ che però poi non condivide con gli altri. A volte si dice “voi fate pop” e lo si intende in senso dispregiativo non tanto nei confronti di chi lo fa ma proprio di quello che è pop (che si associa sempre a qualcosa tipo Britney Spears). Pop, però, sono anche i Beatles - o volendo anche Robyn Hitchcock - mentre per me ‘popular’ significa comunicare le cose che si fa. Bruce Springsteen, che di norma viene definito un artista rock, in realtà ha detto una cosa molto pop come: “Una canzone non è finita finché non c’è qualcuno che la ascolta”. Secondo me è una bellissima frase che sottolinea come il ‘motore’ nel mettere in piedi un gruppo e cominciare a suonare è nel comunicare a qualcun altro - altrimenti ci si rinchiuderebbe ognuno nella propria cameretta e non si tirerebbe fuori niente.

Poi rock si inserisce in questa accezione di pop: quando diciamo rock, noi intendiamo l’aspetto della vita che fai quando porti in giro il tuo pop. Mi rendo conto che questi significati non sono quelli comunemente accettati… perciò ci definiamo anche noi pop-rock e facciamo prima… :)
Tommaso: Il rock è tutto quello che c’è di rivoluzionario nella musica pop. Come ha detto lui il pop è tutto quello che è popular, che entra in contatto con la gente ed entra a farne parte, come folk. Quando uno cammina per la strada, magari andando a lavorare e canticchia una canzone, quello diventa pop. Riuscire ad applicare una rivoluzione, qualcosa che cuoce dall’interno e che ti fa rompere gli schemi da quella cosa canticchiata senza discostarsene, rappresenta il matrimonio impossibile che sta alla contraddizione di fondo della musica, che è una cosa per cui è bello vivere.

Per quanto riguarda l’unione di testo e musica nei Perturbazione sembra che la musica segua l’umore dei testi riuscendo a rimanerne molto aderente. Quanta cura c’è dietro la ricerca di questo equilibrio?
Gigi: Mah… non è sicuramente una cosa studiata a tavolino, anche se poi magari ci siamo adeguati nel caso della singola canzone. Non ce lo eravamo posti come obiettivo facendo prima un brain-storming o una riunione. Quello che ci piace fare a monte nelle canzoni è partire di volta in volta da punti diversi: per alcune canzoni partire da un testo, altre volte da quello che si crea solo strumentalmente, riflettere sulle sensazioni che quel pezzo ci evoca, e quindi tentare di andare avanti in base a quello. Altre volte le cose succedono come per magia e “Agosto” ad esempio è nata così: c’era un testo e c’era un pezzo che si incastravano veramente alla perfezione ed è venuta fuori con pochissima fatica rispetto ad altri pezzi che risultano invece molto più cesellati.

Quindi in generale le cose vengono fuori l’una in conseguenza dell’altra
Gigi: Assolutamente sì. E non bisogna dimenticare che “In circolo” è il nostro primo disco lungo tutto interamente in italiano e quando abbiamo affrontato quel percorso avevamo ancora molte paure sull’impiego della lingua madre, perché era una cosa che non avevamo ancora metabolizzato bene.

Il fatto che siete passati dall’inglese all’italiano, come è accaduto ad altre band importanti, abbattendo quel discrimine sull’impiego della lingua nazionale in questo genere di musica, è un altro punto interessante. Cosa avete visto cambiare dall’esterno nei vostri confronti dopo questo passaggio?
Gigi: In realtà quando abbiamo cominciato con l’inglese era il momento in cui stava esplodendo il cantato italiano: era il ’92, c’erano le Posse e tutti che pensavano che la musica esterofila fosse morta. Poi da un certo punto c’è stata una seconda ondata che l’ha riportata al suo posto tanto che oggi mi stupisco a constatare come, all’interno del panorama indipendente, siano pochissime le band che si esprimono in italiano. Per noi il percorso è stato inverso…
Tommaso: Io crescendo ho ascoltato moltissima musica anglofona; avevo mio fratello che comprava dischi degli Smiths, dei R.E.M., di Nick Cave. Ti rimane dentro e ti viene naturale, anche perché poi non avevo trovato molti riferimenti italiani - infatti ho cominciato ad ascoltare seriamente De Andrè molto più in avanti. Da ragazzino ci passi, ma sei ancora molto intrippato coi Led Zeppelin e soci. È stata una cosa che col tempo ho imparato ad apprezzare. Poi anche il fatto che dopo un po’ che canti in inglese e non riesci a sdoganare la musica che fai (un po’ inerzia o forse perché non eravamo abbastanza bravi, chissà…) incominci a domandarti: come sarebbe se chi ti sta davanti capisse quello che dici? E la risposta è che è molto più bello.

Gigi: Ad onor del vero sul fatto che ci sta lavorando dico che sta anche riscoprendo Renato Zero in questi giorni [ridiamo, ndr].

Quindi che tipo di filo conduttore hai seguito per scrivere i testi visto questo mancato riferirsi ai canoni ‘classici’ della musica italiana?

Tommaso: I testi li scriviamo un po’ tutti assieme; uno, per esempio, l’ha scritto Rossano (Lo Mele, il batterista, ndi), mentre molti io e Gigi, anche se poi ci lavoriamo tutti assieme. Il fatto è che io vado molto a ruota libera, come è inevitabile che sia…
Gigi: scherzando una volta ho detto che cerchiamo di non mettere insieme parole tipo “Se è vero”, “che ad ogni”, “rinuncia”, “corrisponde”, “una contropartita”… [ridiamo, ndr]. Scherziamo, ovviamente. Carmen (Consoli, ndi) è molto brava…
Tommaso: No, vabbè lo diciamo scherzando… però è tutto fin troppo filosofico. La lingua italiana è difficilissimo tenerla fresca dentro ad una canzone. A volte scrivi qualcosa che funziona quando te la leggi, però se poi vuoi cantarla non ci sta, e te ne accorgi subito. Spesso ci sono dentro parole incredibili…
Gigi: Tipo “Organza”, non so… Immagina uno che dice: “Mi dia quattro chili di olive” e poi fa: “Adesso scrivo una poesia” e scrive “Organza”… [le risa proseguono, ndi]
Tommaso: …e allo stesso tempo devi riuscire a non scrivere solo “cuore-amore”. Il discorso è tutto nello stare lì in mezzo…

Parliamo di “Agosto”: ha un videoclip molto particolare che sta avendo anche un discreto successo per un gruppo indipendente. Rappresenta un connubio tra immagini animate e canzone molto ben riuscito. Come è nato?
Tommaso: Abbiamo avuto molta fortuna a collaborare con questo animatore della cosiddetta “animazione d’autore” francese (Sylvain Vincendeau). Il termine sembra indichi qualcosa per artisti o intellettuali, invece ha un linguaggio molto popolare; solo che come si vede c’è spazio solo per le grandi produzioni e certe cose non riescono a guadagnare un minimo di visibilità. Allo stesso tempo però ci sono tantissimi autori e linguaggi diversi che ne fanno un mondo interessantissimo. Io avevo visto un film suo ad un festival di animazione tanti anni fa e quando ci siamo posti il problema di fare il video di “Agosto” ho pensato che lavorarci insieme sarebbe stato il massimo. Così mi sono ripreso i cataloghi, ho cercato su internet, e alla fine l’abbiamo rintracciato. Lui è stato molto disponibile e gentile ed è bastato mettersi d’accordo con la casa produttrice che ha acconsentito a farci montare quelle stesse immagini animate sulla musica - infatti il film è molto simile. Lui poi l’avrebbe controllato alla fine ed avrebbe detto: “Si, va bene” oppure “No, mi fa schifo”. Invece è stato molto contento del risultato e ci ha anche detto che il pezzo aggiunge qualcosa al resto. Il fatto è che chi conosceva già la canzone magari aveva già costruito un suo video in testa e non so come ha visto questa cosa. Chi non la conosceva credo invece rimanga molto colpito dal video e questo serve ad avvicinarlo alla canzone. Penso funzioni… sicuramente quando fai un video cerchi di interpretare quella canzone, in fondo…
Gigi: E poi non dimentichiamo che per un gruppo come il nostro fare un video senza il disegno animato sarebbe stato difficile sia in senso economico che concettuale. Bisognerebbe conoscere benissimo la realtà cinematografica, sicché il fatto di utilizzare un cortometraggio che non si conoscesse e che era bellissimo già senza la canzone sotto è bello proprio per il discorso che faceva lui.

A questo punto volevo tirare in ballo il violoncello. Ero curioso di sapere come ti sei adattata tu nel contesto. Immagino che un violoncello provenga da ambienti molto più classici di questo
[alla parola classico Gigi ripete “organza”… e si ride di nuovo, ndi]
Elena: Si, io arrivavo dall’Organza e ad un certo punto ho messo i jeans… ho fatto un cambio tipo questo. Prima di incontrare loro avevo sempre suonato con formazioni classiche, ma l’estate successiva al mio diploma ero abbastanza stufa di suonare perché non mi piaceva molto il mio rapporto con la musica classica, con i musicisti classici e con il sistema del conservatorio. Avevo finito il mio percorso accademico ma non ero soddisfatta di questo. Sono stata un po’ di mesi suonando pochissimo e poi ad un certo punto mi è ripresa la voglia ed ho fatto da auditrice ad un corso - sempre di musica classica - ma anche questo non mi aveva dato grossi spunti; salvo l’amicizia con un amico di Tommaso che mi aveva parlato di questo gruppo della mia città (Rivoli, ndi) che io non conoscevo e il cui nome mi faceva scompisciare dalle risate…
Tommaso: …tra l’altro l’amico era di Padova, pensa te…
Elena: Questa cosa mi dava così l’opportunità di vivere la musica in un modo diverso. Non riuscivo ancora ad immaginare ‘come’, ma l’ho presa a scatola chiusa. Ho ascoltato una demo che avevano fatto, mi era piaciuta e così sono piombata in sala prove. Quella volta loro erano molto trattenuti, e io l’ho vissuta come una cosa pazzesca! Intanto suonavano ad un livello allucinante e mi facevano male le orecchie. Mi sentivo un po’ come Alice nel paese delle meraviglie.

Gigi: …aveva proprio i tappi…
Elena: …si, è stato tremendo! Poi c’era una differenza sostanziale di linguaggio anche abbastanza divertente. Io provenivo dai termini accademici: la tonica… la dominante… la nona di dominante… e loro invece: ripartiamo dallo stacco… la rullata… quando tu fai il colpo… cose che io non capivo, e loro a loro volta cercavano di comprendere quello che volevo dire io. Di fatto c’è stato un grosso sforzo per cercare di tradurci e trovare un terreno comune su cui comunicare che credo sintetizzi bene la vicenda del nostro incontro. Il risultato è quello che puoi ascoltare adesso e sono molto contenta di questo. Dal punto di vista strettamente violoncellistico il guadagno è stato mettere via una partitura dalla quale non dovevi mai alzare gli occhi, in cambio della possibilità di chiuderli, certe volte, per acquisire una consapevolezza maggiore di cosa suonano gli altri e di quello che fai tu con loro.

Tommaso: …poi li riapre e dice: “Sono ancora qui, non se ne sono ancora andati”…

Visto che navigate ancora nell’ambiente indipendente - anche se rappresentate una band di culto, e questo forse è la cosa più bella che un gruppo indie può diventare - come viene visto dal didentro il mainstream? Come si riesce a misurare per chi ne è coinvolto, la distanza tra questi due mondi?
Gigi: Allora… una volta magari ti avremmo detto che Carmen Consoli non ci piace e adesso abbiamo precisato che è bravissima - e questo vuol dire che già cominciamo a mettere le mani avanti…. Scherzi a parte, abbiamo sempre cercato di immaginare il nostro percorso come una galleria nella quale, finché vedevamo la luce in fondo, potevamo sempre andare avanti. Fino ad ora questa luce l’abbiamo sempre vista; magari Vignola (John, patron della Beware, la prima label ‘importante’ nella carriera della band, ndi) direbbe che si tratta di un incendio… ma questa è un’altra storia.

Comunque io ho suonato anche in un altro gruppo ai tempi del Consorzio (si riferisce al C.P.I., ndr) e si facevano sempre più discorsi del tipo: “Adesso ci chiama Maroccolo…” e si passava il tempo a riflettere su quello che sarebbe potuto accadere invece di suonare. È logico che non è che non guardiamo avanti, però tendiamo a proseguire un po’ a testa bassa e con le orecchie tese, perché non si sa mai. In realtà quello che ci ha portato qua è stato fatto pezzo dopo pezzo, scalino dopo scalino… come in quel film in cui si scava per arrivare all’uscita… come si chiama… [cominciano a discutere e tirare fuori vari nomi di film, ndi]
Tommaso: Comunque è un momento strano per il mondo discografico: sono in atto molte trasformazioni ed anche i ‘pesci grossi’ non sanno che pesci pigliare; tutti vanno un po’ a tentoni e forse anche noi non siamo esenti da questa cosa. Però abbiamo sempre cercato di fare il nostro meglio, lavorando molto sulle emozioni e continuando per la nostra strada. Per esempio sul nuovo disco mi piacerebbe riuscire a scrivere una storia, come accade per esempio con “Bocca di rosa” di in De Andrè, ma finora ci vengono fuori solo cose molto introspettive. I mezzi per fare quello che facciamo ci soddisfano, poi che siano commerciali o meno… boh! Sei sempre alla ricerca del modo di comunicare qualcosa a qualcuno cercando di rimanere te stesso. Incontrare tanta gente ti influenza, ma non è detto che lo faccia negativamente. È bello conoscere tante persone nuove e farlo senza etichette o pregiudizi.

Gigi: Stiamo provando in questi giorni per mettere insieme le idee per il disco nuovo. Ce ne sono tante, ma ancora non ci siamo soffermati su singole canzoni. Credo infatti che un gruppo dopo un po’ che gira perde l’età dell’innocenza, ovvero cominci a capire che quella canzone non è più qualcosa che potrebbe potenzialmente rimanere dentro quelle quattro mura. Sappiamo che quando esce un altro disco qualcuno stavolta l’ascolterà e cerchiamo di sforzarci a non pensare a questo o a farlo in maniera pacifica.

Un’ultima domanda, la più classica delle provocazioni: a parte gli ultimi sviluppi che probabilmente ne segneranno la morte definitiva… andreste a San Remo?
Gigi: Ma magari…noi aspettiamo.

Tommaso: Ti ripeto: non abbiamo pregiudizi. Se puoi andare lì e fare musica dal vivo, senza il playback, riuscire a dire qualcosa senza essere fagocitato… devi provarci! Se poi ti fagocitano forse non avevi così tanto da dire. Finché non vai e non ti confronti con la realtà, finchè non dici “Vediamo se riesco ad andare lì e a comunicare la semplicità di quello che cerco di fare” non puoi discriminare.

Gigi: In casa mia si ascoltava Bobbi Solo, ed io fin da bambino ho guardato il festival. Mi ricordo tantissimo l’esibizione di Rino Gaetano: fu una situazione bellissima, in una manifestazione che incarnava tutta quella società perbenista, lui arrivò con le scarpe da ginnastica. Ma poi ti rendi conto che anche quelle erano manovre, anche se di fatto che da lì è venuto fuori Rino Gaetano, che adesso è celebrato come fosse un santo.

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