The Rust And The Fury: Come Neil Young e Johnny Rotten Intervista

19/09/2012 di

Uno degli esordi che più ci hanno fuliminato sul finire dell'Estate. Faustiko ha approfondito la questione The Rust And The Fury: chi sono, da dove arrivano e, soprattuto, che suono hanno.

La cosa che più colpisce del vostro disco è l'alchimia sonora, già abbastanza definita per essere all'esordio. È solo una questione di feeling particolare fra voi oppure c'è stato un momento preciso che ha suggellato la vostra unione?
Il suono è una questione molto importante nel nostro modo di fare musica. E’ stato uno dei motivi per cui ci siamo “cercati” e abbiamo deciso di dare (o meglio ridare) vita a questo progetto. Da subito abbiamo messo molta attenzione nella cura del suono. Quando poi è entrata a far parte della line-up Francesca alle tastiere e voce il cerchio si è chiuso.

Quando siete entrati in studio per registrare, e successivamente nei mixaggi, avevate in mente un suono specifico per queste 8 tracce?
Un fattore rilevante della nostra produzione è il metodo di lavoro e quindi di ricerca del suono; il disco è interamente suonato dal vivo. Questo ci ha permesso di lavorare agli arrangiamenti in maniera istintiva e spontanea. Aspetti il segnale del fonico, suoni, sudi (per ogni pezzo abbiamo ripreso almeno 10 take), e ascolti. È il metodo che ha contribuito a mantenere la nostra attitudine live, perché questo è un disco di attitudine.
Inoltre abbiamo cercato di trovare il suono giusto per ogni pezzo piuttosto che dare un suono a tutto il lavoro. Questo per dare risalto alle varie dinamiche e per evitare di realizzare un disco che suonasse allo stesso modo dall’inizio alla fine. Ribadendo il concetto di prima: in mente avevamo l’idea di registrare un disco live, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

Leggendo le note biografiche colpisce abbastanza il fatto che ci la band ha, finora, vissuto "due vite". Cosa non funzionò nella prima?
In realtà non ci fu un vero motivo: il progetto funzionava già di per sé, probabilmente più scarno (eravamo in tre). La band ha poi subito un’evoluzione dettata soprattutto dalla voglia di crescere e rinnovarsi, sia musicalmente che umanamente. Abbiamo dovuto far decantare un po’ i pezzi per poi riscoprire alcune idee e finalmente potergli dare voce. È bello riscoprirsi.

Il nome della band è davvero un omaggio a Neil Young? E, più in generale, la scelta è stata unanime?
Sì, il nome è un omaggio in parte a Neil Young di “Hey Hey My My” (“It's better to burn out 'cause rust never sleeps”), ed in parte ai Sex Pistols, in particolare al film sui Sex Pistols (“TheFilthAndTheFury”). Ci piaceva anche far combinare insieme i due personaggi: da una parte Neil Young e dall’altra Johnny Rotten. Neil Young infatti lo cita in questi versi: “The king is gone but he's not forgotten. Is this the story of Johnny Rotten?” La scelta risale a svariati anni fa e quando siamo ripartiti abbiamo deciso di lasciare invariato il nome… anche perché ciò che ha mosso la rinascita del progetto è stata la volontà di non lasciar moire alcuni pezzi della vecchia produzione.

Mi piace molto l'utilizzo delle due voci, o comunque questo approccio spesso corale. Si tratta di una scelta artistica dettata dalla spontaneità oppure è il frutto di diversi tentativi?
Semplicemente ci siamo ritrovati in sala prove e non si riusciva a smettere di sovrapporre voci. Così abbiamo deciso di farne una caratteristica. E’ anche un modo per avvicinarsi: è’ un po’ come se tutti suonassimo lo stesso strumento e dal vivo aiuta molto a legare con il pubblico.

C'è qualche aspetto specifico in cui pensate di dover assolutamente migliorare nel corso del tempo?
La voglia di migliorare rimane e rimarrà sempre sotto ogni punto di vista. Non essere mai appagati è l’unico modo per non “sedersi”. I termini di miglioramento fanno parte della nostra crescita artistica; considerando che valutare cosa è “meglio o peggio” è una linea sottilissima, difficile da inquadrare, soprattutto se si è giudici e arbitri di un gioco in cui le regole le scriviamo noi. Ma ci piace che sia così: ci sono alcune cose in particolare su cui sappiamo di dover lavorare ma non le diremo certo su RockIt!

Vi siete fatti già qualche "viaggio mentale" se mai arrivasse un giorno una telefonata (più probabile una mail...) dall'altra parte dell'Oceano? Sareste pronti, ognuno di voi, a lasciare tutto e rischiare una nuova vita?
Come si fa a resistere all’oltreoceano?! Prontissimi! È un discorso che torna spesso, altrimenti non faremo tutto questo. Viviamo per la musica e per le nostre idee. Le curiamo. Arrivare oltreoceano sarebbe un buon risultato, ma a questo punto perché limitarsi? (sorride, NdA) Il mondo è nostro (cit.)

È una domanda che faccio quasi sempre: con chi vi piacerebbe lavorare/collaborare, sia fra gli italiani che fra gli stranieri, per il prossimo album? E non intendo necessariamente fonici o produttori artistici, ma anche videomaker, fumettisti e chiunque altro vi passi per la testa...
Per ora la nostra attenzione è rivolta soprattutto alle persone che ci stanno intorno. Non semplicemente per mancanza di risorse ma perché realmente crediamo nelle qualità di certi artisti e siamo convinti che unendo le forze si possa riuscire a creare qualcosa di notevole. Non a caso stiamo cercando di creare un collettivo che possa anche diventare un riferimento nel nostro territorio.
Sicuramente ci piacerebbe cenare con diversa gente e sarebbe bello confrontarsi con artisti e band che al momento ci interessano come: Vincenzo Costantino, Xabier Iriondo, Calexico, The Veils, Capossela, Calibro 35, Other Lives, War on Drugs, Fleet Foxes, e magari - perché no - trovarsi in quel di Montreal e realizzare qualcosa insieme agli Arcade Fire. Sicuramente ci piacerebbe collaborare (in studio) con parecchi tecnici (vedi Steve Albini) e/o e produttori (sicuramente Jim O'Rourke).
 

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