unePassante - Come salvare il mondo Intervista

Foto di Angelica Gallorini - unepassanteFoto di Angelica Gallorini - unepassante
08/04/2013 di

Aveva già destato curiosità con il precedente “More Than One In Number” tra folk sognante e pop di serie A. Nel nuovo lavoro di Giulia Sarno, alias unePassante, invece, a farla da padrona è l’elettronica. Un po’come se Ani Di Franco venisse remixata dai Postal Service. Ma l’anima cantautorale di questa musicista talentuosa riesce comunque a emergere grazie a una scrittura matura e ricercata. E per molti questo “No Drama”potrebbe essere davvero una bella sorpresa.

L’album s’intitola “No Drama”e in copertina ci sei tu che mimi un colpo di pistola in testa. L’effetto è piuttosto inquietante. Che cosa c’è dietro questo abbinamento?
Diciamo una pluralità di possibili interpretazioni che vorrei si sprigionassero proprio dall’accostamento tra titolo e immagini, volutamente ambiguo. Credo che qualche indizio per la soluzione di questa specie di indovinello si possa trovare nella citazione di Györgi Lukács contenuta nel packaging, che parla di come l’essenza dell’arte sia la forma, che conciliando le opposizioni porta alla “salvezza” Da qui una possibile interpretazione: non facciamo un dramma delle nostre opposizioni, facciamone arte.

Il bel video “Xman”è stato preceduto da una mini campagna virale su internet, dove hai svelato a poco a poco i vari personaggi che hai interpretato nel clip. Quanto conta il web per unePassante? E soprattutto qual è il tuo Xman preferito?
Il web per Unepassante, come per chiunque voglia oggi diffondere i propri contenuti, di qualsiasi natura essi siano, conta moltissimo. A ideare e mettere in pratica la campagna su "Xman" ci siamo divertiti parecchio. Non era premeditata: abbiamo soltanto scavato nel materiale delle riprese del video, che forniva una vera miniera di situazioni surreali venute fuori durante lo shooting che sarebbe stato un peccato non mostrare, anche in piccola parte. Il mio "Xman" preferito è ovviamente quel figaccio di Wolverine. Ma se invece ti riferisci ai cinque personaggi del video, direi la supereroina sfigata, che è stata forse il più divertente da interpretare. Immaginati me vestita da manga in giro per Barcellona, con i bambini che mi fermavano chiedendomi se stessi andando a salvare il mondo. True story.

Dal folk all’elettronica. Qual è il vero volto di unePassante? Quali suoni ti trovano a tuo agio?
Sarei tentata di dire che un “vero volto”di Unepassante non esiste. Esistono le mie canzoni, che nascono alla chitarra perché è l’unico strumento che strimpello, ma che poi mi piace far confrontare con mondi sonori diversi. Non che sia contraria a priori alla formula “chitarra e voce” che può dare ancora, all’interno di una tradizione oramai pluridecennale, risultati profondissimi (penso a “Le Noise”di Neil Young, ma anche alle cose più riuscite della linea alt-folk contemporanea). Però sono una donna curiosa di natura, mi piace andare per strade diverse, mettere il naso in tutti i campi sonori e “piegarli”alle mie esigenze musicali. L’elettronica è stata per me una scoperta recente (veicolata dal “Passante”Emanuele Fiordellisi): è un genere pieno di possibilità sonore si adatta perfettamente al mio modo di concepire la composizione e l’arrangiamento.

In “Wonderful Robots” invece, sembra quasi di sentire PJ Harvey. Il prossimo disco lo farai stoner?
Sì. No, scherzo. Non lo so. Non credo di essere neanche lontanamente arrivata alla fine delle mie esplorazioni nel campo dell’elettronica. Stiamo lavorando in questo momento con alcuni musicisti del centro di ricerca musicale “Tempo Reale” fondato da Luciano Berio negli anni Ottanta e ancora meravigliosamente attivo: con loro stiamo intraprendendo dei percorsi di sperimentazione davvero interessanti, soprattutto sul live electronics. Comunque il paragone con PJ mi lusinga. E suonare “Wonderful Robots” dal vivo mi esalta, quindi un lato stoner da qualche parte ce lo devo avere.

Quanto lavori sugli arrangiamenti dei brani? Qual è il processo che porta una canzone a mutare pelle fino a giungere alla sua versione definitiva?
Come accennavo prima, le mie canzoni nascono per forza di cose chitarra e voce. Le registro così, a casa, in solitudine, lavorando sul piano armonico, su melodie, testo e struttura narrativa, cioè quella struttura che porta da 0:00 alla fine del pezzo secondo un percorso –le canzoni sono strade, mi viene da pensare. Iniziano a sorgere idee di arrangiamento già in questo stadio, ma in linea di massima rimango in un campo “neutro” in cui la chitarra mi serve per prendere appunti, schizzare linee. Il mio modo di comporre ha un certo carattere di astrattezza: quando scrivo non mi preoccupo di predeterminare quale incarnazione sonora materiale prenderanno le linee che si intrecciano nella composizione. Penso più in termini di armonia e melodia, e di parti, che soltanto successivamente, nel lavoro con gli altri “Passanti” vengono assegnate agli strumenti. Quando arrangiamo i pezzi, io so solo che una determinata parte (un riff, una linea melodica, un intreccio ritmico) dovrà esserci, e dovrà suonare più o meno in un determinato modo, che si va concretizzando solo gradualmente, per ricerca, in un timbro specifico. Insomma, la risposta alla domanda “quanto lavori sugli arrangiamenti”è: moltissimo! Ci sono tentativi che non portano a niente, cambi di rotta radicali, pentimenti e ritorni, frustrazioni, soluzioni inattese: un processo faticoso ed esaltante insieme, che con la scelta dell’elettronica si è fatto per me ancora più intrigante.

Molte persone ascolteranno le tue canzoni su YouTube dagli altoparlanti rachitici di un computer portatile. È frustrante curare fin nei minimi particolari i suoni di un disco e vedere tutto quel lavoro mortificato da uno streaming o da un paio di auricolari da 9 euro?
Beh, certo, sarebbe molto bello se il mondo fosse fatto di audiofili che, se non di un impianto da decine di migliaia di euro, quantomeno fossero muniti di un paio di cuffie di qualità per ascoltare e apprezzare al meglio il nostro lavoro, ma la realtà è diversa. D’altronde la storia della fruizione musicale è fatta per lo più di sale da concerto quasi sorde, radio sgangherate, grammofoni fruscianti e oggi compressioni selvagge e ridicoli altoparlanti dei laptop. Quindi pazienza: l’allargamento della diffusione della musica passa anche per questa decadenza dell’hi-fi, e se la maggior parte delle persone ascolteranno in modo povero “No Drama”, cogliendone solo parzialmente le profondità sonore, ci saranno d’altra parte gli audiofili che se lo godranno in modo diverso. Sono due modi di ascoltare diversi, che portano comprensioni diverse, ma alla fine ciò che conta davvero è la sensibilità musicale dell’ascoltatore.

I Suede hanno detto recentemente che fare musica è un gioco per ragazzi ricchi. Tu che ne pensi?
Uno slogan un po’semplicistico per fotografare una situazione socio-economica certo non rosea. Vivere di arte è sempre stato difficile: musica non fa rima con denaro. C’è sempre stato chi ce l’ha fatta e chi – la maggior parte – no. Non mi sembra il caso di urlare alla catastrofe solo perché stiamo attraversando un periodo di forti cambiamenti (le ripercussioni della rivoluzione digitale nella musica, descritte molto bene da Luca Castelli nel suo “La musica liberata”. Se per continuare a fare musica dovremo darci da fare con lavori e lavoretti paralleli beh, lo faremo fino a quando avremo voglia e forza di farlo. Poi, tutti in campagna a coltivare pomodori.

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