"È come la ludopatia", mi dice Cristiano Latini, ridendo quando gli chiedo da dove nasce l'urgenza di fare rassegne come KLANG: TOYS. "Non potrei farne a meno. Anche quando mi trovo nei momenti più di down, compare dal nulla la scintilla. Basta sentire un pezzo di qualcosa che mi coinvolge particolarmente e proprio non riesco a farne a meno". Una frase che basta per capire chi c’è dall’altro lato. Cristiano Latini ha una formazione poliedrica che in ogni sua variante è legata al mondo della musica e un ottimismo di base che investe ogni progetto che porta avanti. Afferma che per lui è impossibile tenere per sé ciò che ti appassiona. "Da che sono piccolo, se scopro qualcosa che mi piace particolarmente, ho proprio bisogno di andare a strizzare la manica alla persona che ho vicino per dire La devi provare anche tu questa cosa, assolutamente". E in quel gesto – strizzare la manica, condividere l'entusiasmo – c'è tutto il senso di KLANG: TOYS; una rassegna che si interroga su cosa succede quando gli strumenti musicali vengono liberati dalle gabbie della tradizione e che prenderà vita al Teatro di Documenti di Roma.
"Siamo molto abituati a pensare che una chitarra faccia quello, sia suonata in quel modo, la voce faccia quello, più o meno in tanti modi, ma in quel modo lì", spiega Cristiano. Ma cosa succederebbe se smettessimo di pensare agli strumenti come entità fisse? È questa la domanda che attraversa i quattro appuntamenti della rassegna, ognuno dedicato a una categoria strumentale: voce, percussioni, fiati e pianoforte.

Il sottotitolo "Naughty approach to sound instruments" non è una provocazione gratuita. "Volevo assolutamente spezzare questo tipo di percezione" del mondo della musica contemporanea come "qualcosa di complicato e poco accessibile". Il nome stesso, TOYS, tradisce questa volontà: restituire agli strumenti quella dimensione ludica, esplorativa, libera che troppo spesso viene soffocata dal peso dell'accademia.
Ma attenzione: non si tratta di negare la tecnica. Quando gli chiedo del rapporto tra perizia tecnica e sperimentazione, Cristiano è netto: "Nessuna delle due cose in realtà prescinde veramente dall'altra". Per lui, sperimentale non è un genere ma un'attitudine. "Mi piace pensare che un artista nell’andare a lavorare sul proprio messaggio, immagini la grammatica e plasmi il linguaggio con cui veicolarlo, e che quel linguaggio diventi parte integrante del messaggio stesso".

TOYS si sviluppa al Teatro di Documenti, progettato da Luciano Damiani e scavato all'interno del Monte dei Cocci. Uno spazio che porta il peso della storia romana ma che guarda al futuro. La collaborazione con Diacronie aggiunge profondità. Si parte l'8 febbraio con la voce: Elvin Brandhi, che ha fatto della destrutturazione semantica il cuore della sua pratica; poi le percussioni con Sébastien Forrester, artista franco-britannico ossessionato dai tamburi rituali del Bwiti incontrati nell'infanzia in Gabon. I fiati con Timothée Quost, che ha trasformato la sua tromba in "uno strumento inedito". Infine il pianoforte, con Maya Dhondt e il suo "glitch-pop idiosincratico".
TOYS è l'evoluzione di un percorso che Cristiano ha iniziato anni fa, quando gestiva un locale a Roma con programmazione sette giorni su sette. Quattro anni – "oggi forse sarebbe impossibile tenere in piedi una realtà di questo tipo" – che hanno lasciato un segno profondo. Quando il locale ha chiuso, si è accorto che non avrebbe potuto rinunciare alla curatela. "Anzi ho capito che era effettivamente la cosa a cui tenevo maggiormente". Da allora, le rassegne che organizza "nascono sempre da un'esigenza personale". Non solo numerica, ma di contestualizzazione. "Ascolto molto trasversalmente moltissime cose e molto spesso diventa difficile trovargli una giusta contestualizzazione". Ecco perché preferisce costruire narrazioni, "fotografie di uno scenario, una tendenza, una sensazione".
Gli chiedo tre parole per descrivere la materia sonora di KLANG. Esita ma alla fine mi offre tre definizioni: "creativa", "audace" e soprattutto "fresca, nel senso di spontanea e urgente". Quest'ultima è quella a cui tiene di più, quasi un'ossessione. "Non per iconoclastia o progressismo ostinato", mi spiega, "semplicemente perché quanto una cosa sia in grado di raccontare e interpretare il presente – e magari anche di intuire qualche pezzetto di futuro – per me è proprio un parametro centrale quando vado a immaginare e confezionare le cose". Musica "quanto più possibile radicata nel contemporaneo e quanto meno possibile derivativa".

Quando racconta il proprio percorso, emerge chiaro: la curatela per lui è traduzione. Rendere accessibile senza banalizzare. "Ho capito nel tempo che mi piace raccontare storie". È una postura che richiede coraggio, soprattutto in un panorama che spesso premia la facilità. TOYS invece chiede un atto di fiducia: venite, ascoltate, lasciatevi sorprendere. La scommessa è che esiste un pubblico disponibile ad andare oltre, a "misurare la temperatura di quello che sta succedendo in determinate micro scene in giro per il mondo". Un pubblico che non ha paura della complessità.
A tutto questo si aggiunge la dimensione fisica dell'esperienza. Il Teatro di Documenti non è un club tradizionale. È uno spazio che obbliga alla prossimità, all'ascolto concentrato. "Le cose che andiamo a esperire sono universi a sé stanti, la visione intrinseca di quell'artista", mi spiega Cristiano. In uno spazio piccolo, quell'universo si fa più percepibile, quasi tattile. Non c'è la distanza del palazzetto, non c'è la mediazione degli schermi. C'è solo il suono che si propaga in uno spazio carico di storia e corpi che ascoltano. È questa la vera rivoluzione di TOYS: restituire alla musica complessa quella dimensione umana che rischia di perdersi. Qui c'è il senso di un progetto culturale che rifiuta il cinismo e sceglie invece la condivisione, l'apertura, la meraviglia.

Quando gli chiedo cosa spera che il pubblico porti via, riflette un momento. "L'intento è di abbattere l'idea degli strumenti come strutture rigide, stuzzicando l'idea di espanderne i confini percettivi". Non è retorica: è la convinzione che aprire l'orecchio coincida con aprire la mente. In un'epoca in cui tutto sembra già catalogato, dove gli algoritmi ci suggeriscono cosa ascoltare basandosi su cosa abbiamo già ascoltato, TOYS propone l'opposto: lo spiazzamento come valore, la sorpresa come metodo.
TOYS quindi si presenta come una speranza diversa di stare nella cultura, un invito a considerare la musica non come prodotto da consumare ma anche e soprattutto come linguaggio da esplorare. Quattro domeniche, quattro famiglie di strumenti, otto artisti. Ma soprattutto una domanda: cosa può diventare il suono quando lo liberiamo dalle aspettative? È una domanda che KLANG ha fatto sua da anni, e che con TOYS trova la sua formulazione più radicale. Il Teatro di Documenti si prepara ad accogliere i suoni del futuro. O forse, i suoni di un presente finalmente liberato dal peso di cosa dovrebbe essere la musica. Un presente giocoso, audace, ancora capace di meravigliarsi.
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L'articolo Cosa succederebbe se smettessimo di pensare agli strumenti come li abbiamo sempre pensati di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-02-04 17:41:00

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