Lam - Cosenza, 10-01-2002 Intervista

26/01/2002 di Eliseno Sposato

Avevo incontrato anni fa Fabio La Vecchia e Rosario Faita, impegnati a muoversi sui territori di punk rock ben strutturato ma poco originale. Oggi li ritrovo sotto una nuova sigla (LAM) impegnati in un progetto musicale che suona come valvola di sfogo creativa, piuttosto che interesse verso fini commerciali di piccolo o grosso cabotaggio. Non è un caso che il primo album “Focus” sia autoprodotto e venduto in proprio senza l’ausilio di alcuna casa discografica, ma veicolata attra-verso internet in varie forme. La musica suonata è definibile all’interno di canoni abbastanza labili quali quelli del post rock, vicini a soluzioni ambient come quelli proposti da Labradford e God Speed You Black Empereor.



Cosa vi ha spinto a staccarvi dall’esperienza precedente?
F: Un po’ per dare retta alle critiche costruttive ricevute all’epoca, ed un po’ perché volevamo suo-nare senza l’ausilio della classica strumentazione rock. Ci siamo avvicinati all’ascolto di produzioni come quelle dell’etichetta americana Kranky ed in esse abbiamo scoperto una certa affi-nità verso la quale tendere.

Presumo che le influenze dei gruppi della kranky siano emerse a livello inconscio e non studiate a tavolino.
F: Per me si è trattato di un ritorno alle origini, perché ho iniziato a suonare la tastiera sotto l’influenza di Angelo Badalamenti ed in particolare della sua colonna sonora per il serial “Twin Peaks”. Così dopo avere suonato musica più o meno alla moda, sono ritornato alle mie origini.

R: Anch’io ho sempre avuto una passione per Ennio Morricone e Nino Rota, da bambino ascoltavo molto le colonne sonore dei film di Sergio Leone, quindi in un certo senso è stato come un ritorno ancestrale. Poi ha contato molto anche la muturità, crescendo ci siamo sentiti un po’ fuori posto a suonare musica adolescenziale.

Per questo vi presentate con l’ausilio di uno slogan: creare immagini attraverso la musi-ca?
R: Per ora è come se volessimo realizzare delle colonne sonore per dei film che al momento non esistono. Vorremmo entrare in contatto con qualche giovane regista e collaborare con i nostri suoni, alla realizzazione di un’opera cinematografica.

Colgo nel vostro modo di suonare una certa stratificazione, è così che componete i vostri brani?
R: Nella tua recensione al nostro disco parli di minimalismo, un concetto che ci trova d’accordo. Partiamo da piccole cellule come può essere un piccolo campionamento che poi viene sviluppato in seguito per starti che si sovrappongono, ma in fondo l’approccio lo si può definire minimale.

La vostra è musica essenzialmente strumentale, anche se di tanto in tanto, compaiono delle voci campionate. Da dove attingete?
R: Sono dei semplici campionamenti presi da streaming in real audio che troviamo su internet. Non ci curiamo molto di quello che dicono, quanto di quello che possono suggerire come sensazione a livello musicale.

Vorrei tornare sulla vostra scelta musicale. Non avete pensato che mentre prima potevate avere le porte aperte ad un possibile successo commerciale, o quantomeno alla possibilità di suonare in piazza o nei locali, mentre ora questa scelta “colta” vi mette fuori gioco da questo punto di vista?
F Sarebbe un handicap se volessimo suonare esclusivamente dal vivo, mentre in fondo noi siamo appagati nel momento della composizione.

R: Se vuoi io non ci vedo il rock in quello che stiamo facendo ora. La maturazione stilistica oltre che esistenziale, mi porta a parlare di musica e basta.

Io al contrario, lo leggo come un nuovo linguaggio rock.
R: Come sai i gruppi della Kranky hanno vari progetti collaterali nei quali sfogarsi, diciamo così, commercialmente. In fondo i Pan American, che sono il side project dei Labradford suonano trip hop e quindi sono molto più accessibili. Forse anche noi arrive-remo a qualcosa del genere visto che stiamo sperimentando anche sul versante ambient trip hop.

Qualcosa vicino alla Chill Out?
F: In un certo senso, anche se noi abbiamo eliminato la ritmica della batteria.

Questo è frutto di una precisa scelta, o è dovuto al fatto che magari non trovate un batte-rista affine al vostro pensiero musicale?
F: No la scelta è precisa in questo senso, non crediamo sia indispensabile l’uso della batteria.

R: Ci interessa di più collaborare con un quartetto d’archi, sperimentare una situazione “da came-ra”.

E’ possibile definirvi anche progressive?
R: La dilatazione dei brani presenti nel progressive è sviluppo, mentre nel nostro caso parlerei di reiterazione. Se penso al progressive mi viene in mente al forma suonata, la a-b-a: il tema. lo svi-luppo, la ripresa.

Quindi più vicina al cosiddetto “math rock”, anche se io intendevo il progressive nella sua accezione migliore, e non in quella barbosa degli anni settanta. Tornando a “Focus” cosa vi ha spinto a dilatare alcuni brani rispetto ad altri?
R: Dipende dall’idea iniziale che a volte viene sviluppata. In fondo è il discorso degli assolo di chi-tarra. Si dice che nel rock l’assolo serve quando il pezzo fa schifo, in un certo senso potremmo tra-sferire questo concetto alla nostra musica. Se le cellule di cui parlavamo prima sono valide, allora vengono sviluppate, altrimenti restano allo stato embrionale.

Vi ho associati al post rock, un’etichetta che molti considerano superata. Qual è la vostra opinione al riguardo?
F: Se consideriamo il post rock come innovazione, questi è sempre esistito e continuerà ad esserlo. Nel rock da sempre si attinge al passato per sviluppare dei nuovi canoni. Se consideriamo questo ecco la mia affermazione trova riscontro.

R: Io penso invece che il post rock sin dall’inizio sia stato una specie di trans avanguardia della mu-sica. Un po’ come ha teorizzato Achille Bonito Oliva per l’arte, in ambito musicale il post rock ha colto elementi da un po’ tutta la musica del novecento e se si ascoltano gruppi come i Labradford, sembra esserci davvero di tutto. Per questo non penso che sia un’esperienza che volge al termine. Potrà cambiare nome ma non identità.

Quali sono le prospettive del vostro progetto?
F: Noi tendiamo a diffondere la nostra musica attraverso Internet, abbiamo dei brani presenti su di-versi siti ed uno di essi “Deep” è stato anche pubblicato negli Stati Uniti dalla Wood records di Kansas City in una sua compilation. Anche se si tratta di una piccola etichetta che in pratica pubbli-ca dei cd-r piuttosto che veri e propri dischi. I responsabili avevano ascoltato il nostro brano sulla rete e ci hanno chiesto il permesso di inserirlo in Carpentry che è la loro 47ma uscita.

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