Konsentia - Cosenza, 14-01-2002 Intervista

19/01/2002 di Eliseno Sposato

Dopo tre anni di gestazione e con diversi cambi di formazione e strutture musicali, i Konsentia sono giunti al disco d’esordio quasi in sordina. Lunghi mesi trascorsi nello studio di proprietà, una fortuna che pochi possono vantare, e poche apparizioni live, hanno permesso al quintetto cosentino di mettere a fuoco una miscela sonora che lega tradizione popolare e modernità ritmica che, pur vantando esempi illustri nel recente passato, Almamegretta su tutti, mostra nuova linfa in questa formazione. Quasi logico e scontato che fosse la Compagnia Nuove Indye di Paolo Dossena a licenziare il cd “Sottovoce”. Ne abbiamo parlato con Angelo Sposato e Semia in una fredda serata di dicembre, nei confortevoli studi radiofonici di RLB.



Quali sono state le tappe che hanno portato alla definizione del progetto Konsentia?
Dopo avere conseguito la laurea breve in arrangiamento e composizione alla Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo, sono tornato a Cosenza nel ’98 e mi sono aggregato nuovamente al gruppo dei Sentenza, nel quale militavo prima di partire. Abbiamo iniziato a sperimentare qualcosa di nuovo tipo il brano “Sottovoce” che poi è rimasto tale sino ad oggi, e siamo passati attraverso la fase dei cambi di line up. Lo scorso anno dopo una breve tournée in Sicilia ci siamo chiusi nel mio studio di registrazione per il lavoro di pre produzione. Abbiamo stretto alcuni contatti con Giorgio Baldi (produttore di Max Gazzè n.d.i.) e lavorato insieme su alcune idee fino all’incontro con Paolo Dossena della CNI. Insieme a quest’ultimo siamo rientrati in studio ed abbiamo scelto i dieci brani che sono poi stati pubblicati sul nostro disco d’esordio.

Temi letterali legati alla tradizione popolare calabrese e suoni da club londinese, questa la vostra idea di fondo. Come siete giunti a questa sintesi?
Pur utilizzando campionatori e sampler, tendiamo a realizzare un lavoro di sintesi sottrattiva, utilizzando in maniera massiccia i sintetizzatori analogici. I campioni li realizziamo noi per poi inserirli nelle linee di produzione. Il richiamo “etnico” deriva più dai brani della tradizione popolare, tipo Briganti si mora” e “Riturnella” presenti sul disco che abbiamo arrangiato in chiave elettronica. In fondo si tratta di una scommessa, quella di portare alla ribalta il nostro dialetto in una forma musicale nuova che ben si sposa, a mio avviso, alla musicalità intrinseca che ha il nostro idioma.

Riturnella” sembra essere un brano simbolo di calabresità. Dopo la versione etnica degli Xicrò di Antonello Ricci, quella punk de Il Parto delle Nuvole Pesanti, arriva la vostra presentata in chiave dub. Posta in apertura dell’album sembra quasi un biglietto da visita attraverso il quale presentarsi.
Più che un biglietto da visita è un bel brano che può adattarsi ad essere reinterpretato secondo i diversi stili degli esempi che hai citato. Abbiamo operato dei tagli a livello testuale e lo abbiamo adattato al nostro stile. Come tutti i brani popolari ha una struttura molto semplice, strofa-ritornello-strofa, che si presta bene a nuovi arrangiamenti.

La rivisitazione reggae virata in chiave dub è stata l’unica che avete tentato?
Ci piaceva la versione del Parto e siamo partiti da quella, più che altro per proporla dal vivo visto che ci piaceva molto. Poi da un passaggio di tastiera è venuta fuori l’idea del dub e così ci abbiamo lavorato seriamente definendola entro questi canoni.

Voi avete la fortuna di provare in studio di registrazione, quindi correte il rischio di registrare sempre tutte le idee che avete. Come riuscite poi a selezionare le idee realmente valide?
Il vantaggio è notevole visto che registriamo tutto e non paghiamo lo studio visto che io (Angelo Sposato n.d.i.) sono il titolare. Comunque alla base del nostro lavoro c’è questa idea dell’essere esigenti verso noi stessi, quindi il lavoro di preproduzione è fondamentale per noi che cerchiamo di non lasciare niente al caso.

In “Gente cumm’attia” c’è uno spaccato duro della realtà economica di città come Cosenza dove il terziario ruba i sogni ai giovani, costretti a lavorare sottopagati, una situazione che passa sotto silenzio.
Purtroppo è realtà se ci facciamo un giro su Corso Mazzini (la via commerciale di Cosenza n.d.i.) possiamo incontrare molti amici che lavorano in condizioni sfavorevoli senza che nessuno se ne preoccupi, Finanza compresa.

Il rap presente su questo brano è stato inserito per avvalorare il senso di denuncia?
No è dipeso solo dal fatto che è stato scritto insieme a Mirko Filice che è un rapper e di conseguenza è stato sviluppato in questo senso.

La varietà sonora è un tratto caratterizzante di “Sottovoce” c’è il dub, il rap, la Techno, in brani come “Na storia di terra nostra”. Tutto casuale o frutto di scelte precise?
Ne l’uno ne l’altro, nel senso che per esempio “Na storia di Terra nostra” è nato come brano d’ascolto più che da ballare, poi l’uso di tammorra, chitarra battente, tamburelli sono stati accoppiati con sonorità di tipo elettronico come una cassa che va in battere sui quarti anche se il brano è in 6/8.

Nonostante a Cosenza non ci siano dei locali dove ascoltare drum’n’bass, jungle, trip hop ecc., ecco spuntare un gruppo come i Konsentia. Sembrate un po’ come dei pesci fuor d’acqua.
Certamente la nostra città non offre nulla da questo punto di vista, il nostro è un background che deriva da ascolti privati. Per quello che riguarda la ricerca, abbiamo preso a modello altri gruppi calabresi come i Re Niliu e i Ciroma che da tempo cercano d’innestare la Calabria su diversi filoni musicali. Il nostro risulta un linguaggio ulteriore, abbastanza originale e che dietro questa veste moderna vuole anche essere profondamente calabrese, anche se all’apparenza non sembra.

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