The Fire - Cosenza, 26-10-2007 Intervista

22/01/2008 di

(The Fire - Foto di Michele Caruso)

Prima con gli Shandon e adesso insieme ai Madobones nel progetto The Fire, Olly non ha mai smesso di suonare dal vivo. Ha un'esperienza più che decennale e una propria opinione - chiara e decisa - riguardo al vivere di musica, Myspace, la popolazione internauta e il non comprare più dischi. Ester Apa lo ha intervistato in occasione del suo concerto al B-Side di Cosenza.



All’interno dei The Fire confluiscono due precedenti esperienze musicali: gli Shandon e i Madbones, che hanno attraversato negli ultimi dieci anni in modo significativo la scena underground del Belpaese. Cosa vi siete portati dietro di questi progetti e in che modo invece vi siete reinventati?
Le esperienze erano diverse, le scritture sono diverse. L’idea era di provare a partire da capo senza influenze. Dare forma al mix musicale che avevamo in testa non è stato semplice. Sapevamo di voler prendere il glam degli anni ’80, quel rock inglese anni ’70 alla Police e alcune cose rock attuali che non sono propriamente né emo né indie e di volerle mettere insieme, senza però che questo bagaglio di generi ci portasse in una direzione particolare. Lasciare gli stereotipi musicali che ci avevano accompagnato è stato difficile. Ci abbiamo lavorato un sacco di anni, adesso il suono è diventato finalmente più personale ed è questa la direzione che stiamo cercando di seguire anche se ancora ci portiamo qualcosa di punkeggiante dentro.

In tanti si aspettano che i The Fire riprendessero quel filone musicale di matrice punk che aveva attraversato le vostre formazioni passate, lo rivisitasse o semplicemente continuasse in una direzione che aveva caratterizzato il vostro suono per tanto tempo. In realtà se esiste un genere di riferimento nella vostra prima uscita discografica, è il rock a 360°, che viene sperimentato nelle sue diverse sfaccettature.
Non avere un solo genere ti consente di fare quello che vuoi. Agli Skunk Anansie nessuno romperebbe le palle perché ha fatto un pezzo un po’ troppo cross-over o troppo punk, anzi forse apprezzerebbero il fatto che abbiano fatto un pezzo indirizzato così, ma non vedrebbero mai il gruppo in quell’ottica. Un gruppo che viene da quel genere è chiaramente bollato. Stiamo cercando di fare tutto un po’ con le pinze per non scimmiottare niente e nessuno, essere il più sinceri possibile e scrivere qualcosa che ci diverta veramente. Quello che verrà verrà, senza forzature ma provando a rimanere mentalmente il più liberi possibile.

Il vostro primo lavoro, “LoverDrive”, ha da poco inaugurato la seconda ristampa. Un bel traguardo, che non sempre accompagna l’esordio discografico di una formazione dai natali recenti. Ve l’aspettavate?
No assolutamente. Io mi aspettavo che il disco vendesse quelle 600 massimo 1000 copie, tipiche da un gruppo “che inizia”. E invece sicuramente un pò per la notorietà dei precedenti gruppi ma credo soprattutto per l’impegno che ci mettiamo, ci siamo dovuti ricredere. In realtà io faccio questo per lavoro, non vado in fabbrica e poi suono, ma mi alzo la mattina e questo è il mio mestiere. Se dai così tanto impegno a una cosa chiaramente porti a casa dei risultati. Siamo parecchio soddisfatti, in questi anni abbiamo avuto la possibilità di conoscere tanta gente che ci ha dato una mano in questo nuovo progetto ed è questo che ha fatto sostanzialmente la differenza tra un gruppo che ha appena iniziato e che proprio per questo motivo non ha conoscenze e un gruppo come il nostro che ha abbastanza talento, ha suonato per dieci anni e intessuto amicizie che in questa occasione hanno dato un gran contributo.

Non è semplice riuscire a sbarcare il lunario con la musica in Italia. Il grande fermento presente, spesso non riesce nemmeno a varcare i confini di casa propria. Di fatto esiste un meccanismo inceppato nella nostra scena musicale, che fa si che la buona musica non riesca ad essere veicolata nel modo giusto. Quali sono le pedine mancanti in questo processo?
Questo discorso lo faccio tutte le sere ai concerti e ai gruppi con cui entro in contatto che puntualmente mi chiedono: chi devo conoscere, come si fa? Oggi non funziona più così. Era così dieci anni fa, in cui oggettivamente si era più disposti a “spendere” dei soldi se qualcuno credeva in te. Il calo delle vendite fa si che l’investimento musicale sia un problema in Italia. Per chi ha fatto qualcosa negli anni precedenti ci sono ancora discrete occasioni da valutare. Per chi invece si affaccia ora alla musica le possibilità sono due: o si allinea al suono da major (vedi Finley) o devi fare realmente la differenza e avere tanto tanto talento. Paradossalmente se riesci ed hai faccia tosta, ci sai fare, conviene tentare la carta dell’estero e ritornare poi da vincitori in Italia.

Credi che le possibilità che oggi offre le rete, che di fatto quando tu hai iniziato la tua esperienza con gli Shandon erano impensabili, siano una risorsa per chi inizia oggi a fare musica?
Internet e My Space possono rappresentare un’occasione per chi sa muoversi nel marketing. My Space in particolare è un buon strumento di promozione ma ha dei grossi limiti. C’è troppa roba e troppo pochi quelli che ascoltano. Sullo space sembrano tutti incredibilmente bravi ed è una vetrina che poi non sempre corrisponde al reale. Per quanto riguarda poi la musica scaricabile, credo che il fatto che un quattordicenne riesca ad avere un’intera discografia dei Pink Floyd in un solo pomeriggio, faccia si che non si dia lo stesso valore che io ad esempio alla stessa età davo ad un cd dei Bad Religion e alle quindici mila lire che toglievo di tasca per acquistarlo in un negozio. Il fatto di dare un valore economico alla musica fa si che nella maggior parte dei casi, si spenda maggiore attenzione a quello che si ascolta.

Eppure lo strumento dell’autoproduzione, delle licenze libere (Copy Left, Creative Commons), che negli anni ’90 ancora veniva tratteggiato soltanto come una possibilità, è finalmente diventato una pratica reale e la rete riesce a farsi portavoce soprattutto per le nuove leve di un percorso musicale che può svincolarti da quelle logiche del mercato discografico che spesso rischiano di fagocitarti. Non è questo un merito?
Devi essere un mostro per riuscire ad avere un seguito importante solo grazie alla rete. Sono balle quelle che raccontano che i Kaiser Chiefs abbiano venduto tanto perché sono stati scoperti su My Space. Su Internet parlano tutti ma pochi mettono poi in pratica quello che profetizzano. Spesso il livello musicale è falsato. Nella mia attività di produttore ho avuto modo di vedere che c’è un grosso scarto tra quello che passa su Internet e quello che poi ascoltiamo sul palco. Credo che questo canale possa rivelarsi parzialmente utile per la promozione ma alla fine riesci a fare il salto di qualità solo se hai conoscenze forti o uno smisurato talento che solo la dimensione live può cacciar fuori.

Siete in giro da tantissimo, quando pensate di fermarvi e rientrare in studio?
Dopo un anno e mezzo di tournée, tra poco ci prenderemo una pausa. Dovremmo registrare il disco a febbraio, dico dovremmo perché non abbiamo ancora i pezzi. Spero che nei prossimi mesi avremmo la voglia, il tempo e l’entusiasmo per tirare fuori qualcosa di nuovo. Progetti per il futuro non ce ne sono, perché fin quando non c’è una roba registrata diventa difficile programmare qualcosa.

Ultima domanda: ci sono nuove formazioni su cui puntereste?
Tra i gruppi che fanno la differenza nel panorama italiano ci sono assolutamente i Vanilla Sky che li vedi dal vivo e li senti sul disco e non deludono. Gli Styles, gli Extrema che continuano a spaccare e alcune cose un po’ più indie che riesco difficilmente a seguire perché ho davvero poco tempo. Continuano a mandarmi demo convinti che sia qualcuno tipo Luzzato Fegiz, ma cosa posso fare? Gli dico: bella li ..Bravo!

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