Cosmo - Nulla è per caso Intervista

cosmocosmo
04/04/2016

La serenità, la faccia positiva del caos, la voglia di lasciarsi andare e arrivare "più in là": "L'ultima festa" è un album in cui si balla e si celebra la vita guardandola dal suo lato più divertente. Ne abbiamo parlato con Cosmo, che sarà tra i protagonisti del nostro MI AMI Festival il prossimo 27 e 28 maggio (qui le prevendite).

 

Sono passati tre anni dal debutto di Cosmo. Cosa è accaduto nel frattempo?
Dopo il tour di "Disordine" ho fatto disco e tour coi Drink to me ("Bright White Light"), prodotto 4 dischi (Sorriso Tigre, Farmer Sea, Policrom e L’Orso), è nato il mio secondo bimbo, Carlo. Spostato lo studio in casa, comprato synth e imparato a usare un po’ di trucchi. Ho anche ripreso a insegnare Storia nella scuola professionale in cui ho lavorato già anni fa. Ah, ho anche iniziato ad approfondire il mio interesse per la geopolitica.

Il fatto di essere diventato di nuovo padre ha influenzato in qualche modo i contenuti della tua musica?
Non so dirti che influenza abbia avuto, credo abbia sicuramente dato un qualcosa di positivo all’umore generale. Non c’è tempo per le seghe mentali quando devi cambiare un pannolino, mordere il culetto di un bebè o sopportarlo piangere, o quando devi sederti sul divano con lui e fingere che stai salendo su un aereo o andare al parco e via dicendo. Lì pensi davvero che molte paranoie “sono tutte cazzate”.

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Che poi è una frase che canti, appunto, in "Cazzate". Una canzone che racconta di come le stupidaggini ci circondino e avvolgano 24h su 24h, anche grazie alla presenza pervasiva di internet e Facebook nelle nostre vite. Verrà il momento in cui qualcuno o qualcosa ripristinerà il vero dal falso, il futile dall’utile?
No, non credo arriverà. La falsificazione fa parte della società da sempre, e nel social network è la chiave di tutto. E lo è ancora di più quando sembra diventare invisibile. Prendi un Gianni Morandi. Tanto più sembra spontaneo e sincero, tanto più è in atto una truffa, una recita. La dimensione privata “reale" resta ineffabile, nascosta. Ma in fondo lo è da sempre. È il contrasto tra immagine pubblica e privata. Diciamo che oggi l’immagine pubblica riverbera in modo più bastardo rispetto a un tempo, perché si vuole a tutti i costi travestire da immagine privata. Ma probabilmente passerà di moda anche questo. E in fondo non si può pensare di valutare già oggi direzione, valore e destino di un fenomeno così recente come il web 2.0.

Il titolo del disco, “L’ultima festa”, può anche essere interpretato come quel momento della vita in cui, dopo essersi divertiti, è ora di diventare adulti e responsabili. Io credo che si possa trovare un equilibrio tra le due cose, che non esista un prima e un dopo netto, insomma - ma a giudicare dal terrore che ha la nostra generazione all'idea di mettere su famiglia, forse sono in minoranza. Tu che ne pensi?
La "paura" di far figli credo derivi sia da fattori di insicurezza sociale (i giovani oggi sono mediamente messi male economicamente), sia per l’effetto dell’ideologia di questa fase del capitalismo, che ci vuole flessibili, ambiziosi, disposti a tutto, e dunque “liberi”, “indipendenti”. Ma spostando tutto su un piano meno filosofico ti dico anche che credo dipenda dalla coppia. Mia moglie spacca, non gliene frega se esco, se vado a suonare, se faccio lo scemo con gli amici. Ovvio che non è più come prima, io stesso non ho voglia di strafare, coi bimbi si sta bene, soprattutto quando iniziano a camminare e giocare più creativamente. "Prendersi cura” è una cosa bellissima a volte. Per esperienza dico che è possibile avere due figli, "uscire a bere una cosa veloce” e rientrare alle 3-4 del mattino. Poi il resto è normale “prendersi le responsabilità”. Nulla di devastante. In ogni caso, questo discorso nel disco non c’entra niente direi.  

In "Dicembre" parli dell'amore di un padre per un figlio, in "Regata 70" invece del sogno in cui visualizzi la tua donna travestita da tua madre - "Il segreto del mio amore", lo chiami. Allo stesso tempo però dici che non è una cosa da dire, tantomeno in una canzone - insomma, canti di cose super personali e super intime... nella fase di scrittura non hai avuto mai timore di esporti troppo?
No. Era anzi quello che volevo. Nello scorso disco mi ero “nascosto” troppo dietro quell’alone di nebbia filosofica.

La foto che hai messo in copertina, tra l’altro, ha l’aria di essere uno scatto rubato da un album di famiglia. Chi è la donna ritratta?
Mia madre a 16 anni, nel 1977. Si chiama Barbara. Anche l'interno del vinile e il booklet del cd contengono immagini di famiglia, l'artwork è tutto mio. In una pagina del booklet, ad esempio, c'è mio nonno Vercellio col fiasco di vino e mio padre Ermanno seduto sull’asino, a fine anni '50.

 

Quelle del nuovo disco sono canzoni per far festa e sul far festa: era tantissimo che in un album italiano non si sentiva questa voglia fortissima di divertirsi, e la celebrazione di questo divertimento senza paranoie o sovrastrutture mentali.
Ecco, qui cogli il punto. In questi giorni stiamo facendo le prove del tour e mi diverto 100 volte di più rispetto allo scorso disco, così come mi sono divertito maggiormente a scriverlo e produrlo. Il fatto è: quanta cazzo di musica triste esce (nel panorama indipendente e non)? Perché il pudore di divertirsi? Io sono uno a cui piace fare festa, chiacchierare, scherzare, delirare. Mi dispiace sempre smettere, a meno che non sono devastato e stanco. Te lo può confermare chi mi conosce: io mi diverto. Davvero. La festa per me ha comunque spesso una relazione con il degenero, ammetto.

"Le voci" è un pezzo a suo modo folle e importante perché dentro c'è l'anima di tutto il disco e più in generale la vita di molti di noi: ci sono i divertimenti, la follia, il delirio, ma anche la famiglia, la casa, la tranquillità. È come se fossero le voci "interiori" di ogni persona, gli opposti che ognuno ha dentro di sé. Qual è stata la genesi di questo pezzo chiave per il disco?
Mi ha mandato un messaggio whatsapp il mio amico Giacomo, con quel suono che si sente all’inizio. Ho costruito il groove, poi è nata la “canzone”, o meglio il ritornello. Poi dopo un paio di giorni trascorsi al Club to Club sveglio fino alle 7-8 del mattino sono tornato a casa con le idee frullate. E ho giocato al viaggio techno che all’inizio era solo accennato. Poi ho scritto la strofa, buttando giù le parole senza fatica, con assoluta sincerità. Per dire, mi sono alzato e sono andato verso il frigorifero per bere dell’acqua, pensando a come proseguire la seconda strofa. Ho aperto e trovato una bellissima e freschissima bottiglia di birra. Ho guardato l’ora. Mezzogiorno e mezza. Me la bevo. Son tornato al mac e ho scritto: “A mezzogiorno e mezzo stappo una bottiglia”. La parte più delirante, dopo il viaggio techno, è stato il colpo di coda che sono riuscito non so come a ficcare dentro. L’idea di fare anche questo passo azzardato è nata da un messaggio vocale del mio amico Rob (dei Drink to me, che suonerà anche in questo mio tour). Aveva registrato un tizio che sembrava dire parolacce in spagnolo. Ho pensato: lo campiono e ne faccio un omaggio alla footwork (anche se poi il risultato c’entra poco). Poi ho scoperto che stava dicendo una raffica di sconcerie in bolognese. 

Il concept del video invece come è venuto fuori? Vi siete divertiti davvero così tanto durante le riprese?
È principalmente un’idea di Jacopo Farina. E per l’occasione, giusto per contaminare il tutto, l’ho fatto incontrare/scontrare con Giacomo Laser (qui su Rockit lo conoscete come Gioacchino Turù credo). È stato bello e strano, tre giorni di riprese abbastanza a cazzo di cane, nel senso che Jacopo sapeva cosa fare ma era aperto agli eventi. Si improvvisava tutto pur avendo idea della direzione, insomma. E quando scorrono fiumi di alcol tutto può succedere. Jacopo ha avuto gran padronanza della situazione anche quando degenerava. Per dire, la prima notte ho quasi picchiato Giacomo perché mi aveva offeso di brutto. Ma il giorno dopo eravamo fratelli come sempre. E alla fine il video ci ha commosso.

"L'ultima festa" sembra un lavoro più “ordinato” e composto rispetto al “disordine” del disco precedente. In quale elemento si vive e si suona meglio? Come hai lavorato al disco?
Non c’è ordine, c’è solo benessere rispetto a un momento più difficile nel quale scrissi il primo disco. Anche oggi vivo in un bel caos. E mi piace. A livello sonoro ho sviluppato man mano un’idea di musica da club contaminata. Mi sono reso conto che volevo tutto un disco in cassa dritta, ricamandoci intorno groove spesso mutuati dalla techno e i suoi derivati commerciali anni '90. Ho comprato un Juno 106 e un DX7. Avrei anche voluto un JP8000 ma non avevo più i soldi. Ho lavorato ai difetti dello scorso disco. Ho svuotato i bassi, li ho spezzati e fatti “rimbalzare”. Ho registrato tutto io a casa per avere una produzione più grezza sotto certi punti di vista. Ho buttato degli arpeggi dentro ai synth e giocato, mi sono divertito da morire. A volte la notte in studio fumavo erba e mi prendevo così bene con le cuffie sparate al massimo che ballavo e iniziavo quasi a smandibolare. Abbastanza grottesco, vero?

A proposito di prendersi bene: in tutto il disco c'è anche il tema del lasciarsi andare e dell'arrivare “oltre”. Ma come si fa a superare i limiti quando si vive una vita ordinaria fatta di responsabilità, impegni, routine, in cui si hanno sempre troppi stimoli e troppo poco tempo per soddisfarli?
Ti fai di MD. 

Ma anche senza aiuto di sostanze psicotrope, dal disco si capisce che hai una fervida attività mentale: pensi a un sacco di cose diverse, immagini, viaggi, ricordi. Nei testi si sente il contrasto tra questi fuochi d'artificio che hai in testa e il mondo che c'è fuori. Cos’è che, di questi tempi, ti colpisce davvero? 
La figa. No scherzo, è la geopolitica. La guerra in Siria in particolare. Ci esco matto. Non l’Isis, bada bene. Quello è solo un aspetto fortemente mediatico della faccenda del Medio Oriente. La guerra da quelle parti è l’intreccio di dinamiche complesse, conflitti storici sia regionali che internazionali (leggo Limes, sì) molto più importanti degli atti terroristici, perché ne sono in gran parte causa.

Nel mood generale del disco c'è anche la nostalgia: si ha la sensazione di ascoltare un racconto di qualcosa che sta finendo (o è già finito) per passare a uno stadio successivo, nuovo. E la nostalgia è anche (con le dovute differenze da artista ad artista) un tema che ricorre spessissimo nella musica italiana contemporanea. Viviamo davvero in un'epoca peggiore oppure abbiamo adottato la nostalgia come uno stato mentale di conforto alla vita che viviamo?
La nostalgia c’è in qualche pezzo, ma il mood generale è sereno, dal mio punto di vista. Sereno e ironico. Io sto bene (stress da musicista a parte), abbastanza concentrato sul presente, che cerco sempre di fermare, di godermi al massimo. La nostalgia per me è qualcosa che c’entra col futuro. Sento il tempo che passa e so che un giorno mi mancherà questo istante. Per cui cerco di divorarmelo, di farlo mio. Un’epoca peggiore? Dici peggio degli anni '40? No, credo quest’epoca abbia in sé la merda e il cioccolatino che il capitalismo, limitandoci al periodo dalla nascita della società dei consumi in poi, ci offre costantemente con le sue crisi, con i suoi steroidi, con i suoi contentini e stronzatine piacevoli. La sostanza di questa società marcia era già tutta presente e sviluppata molti anni fa. Gli anni '90, '80, ecc non mi mancano. Per nulla. Non dirmi che si stava meglio. Eravamo più giovani, ecco. Ovvio che non era male. Ma non si può restare bambini a vita.

Finiamo parlando di “Impossibile”, una canzone che parla di piccole cose e gesti, di fatti all'apparenza ininfluenti che non accadono per caso ma che anzi contribuiscono a scrivere una storia complicata. Credi che nonostante tutto possiamo intervenire nelle nostre vite per far “succedere l’impossibile”?
Nulla è per caso. Anzi no, tutto è per caso. Anzi, non lo so.

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