Crimea X - Death Disco Intervista

Crimea X - I Crimea X sono due reggianoni, come dice lui, Rocca, storico dj del Maffia Club ma non solo. Ci sintetizza 30 anni di musica da discoteca, in Italia. Ci racconta il perché non siamo cresciti come le altre scene dance europee, tipo la Francia. E di come si è passati dall'importare suoni fighissimi eCrimea X - I Crimea X sono due reggianoni, come dice lui, Rocca, storico dj del Maffia Club ma non solo. Ci sintetizza 30 anni di musica da discoteca, in Italia. Ci racconta il perché non siamo cresciti come le altre scene dance europee, tipo la Francia. E di come si è passati dall'importare suoni fighissimi e
15/05/2013 di

I Crimea X sono due reggianoni, come dice lui: Rocca, storico dj del Maffia Club di Reggio Emilia ma non solo. Ci sintetizza 30 anni di musica da discoteca in Italia. Ci racconta il perché non siamo cresciti come le altre scene dance europee, tipo la Francia. E di come si è passati dall'importare suoni fighissimi e promuovere le serate inventandosi fanzine, alle serate scorreggione di adesso. Per lui non ci sono mezze misure: o sei Dj Rocca o sei Benny Benassi. L'intervista di Francesco Fusaro.

Nella recensione al vostro nuovo disco dicevo che mi sembra di leggere una direzione meno sperimentale e più da ascolto 'strutturato', non so se sei d'accordo.
Sì, è stata un'evoluzione naturale e non cercata, niente di deciso a tavolino.

In realtà però non vorrei parlare subito del disco ma piuttosto partirei da una cosa che mi interessa molto, ovvero l'esperienza del Maffia Club di cui tu sei stato uno dei principali animatori. Io seguivo da lontano, un po' per l'età un po' per questioni geografiche, grazie a Ultra Tomato...
Ah, il nostro giornaletto...

Poi magari parliamo anche del tuo rapporto con la musica classica, però mi piacerebbe parlare della realtà del Maffia, un'esperienza credo unica in Italia per quanto riguarda la club culture. Non che ci fossero altri locali attenti alla selezione musicale contemporanea, ma forse voi siete stati gli unici a creare intorno a voi tutto un movimento di divulgazione del suono da club di allora.
Sono d'accordo, nel senso che noi ci trovavamo, con il senno di poi, a colmare un gap che era quello della divulgazione musicale di un certo tipo in un momento in cui non c'era Facebook, né (inizialmente) Myspace né tantomeno Youtube, che sono o sono stati i metodi più usati negli ultimi anni per informarsi sulla musica che c'è in giro. Senza contare i blog, ovvio. Un club oggi fa presto a mettere su un Soundcloud e due video per far capire chi suonerà; all'epoca noi ci dovevamo mettere di buona lena a scriverci sopra, e così ecco nascere la rivista Ultra Tomato.

Quant'è durata come attività editoriale?
Mah, credo tra la dozzina e la ventina di numeri. All'inizio era giusto un pieghevole, una sorta di grosso flyer con un po' di informazioni. Poi siamo passati al colore e successivamente siamo partiti con il magazine, svenandoci perché ci costava diecimila euro a numero, siamo andati in perdita!

Ma esistono ancora dei numeri reperibili?
Guarda, adesso avevamo pensato, su suggerimento di qualche ragazzotto che ci segue alla nostra serata Maffia mensile che abbiamo ricominciato a fare una volta al mese qui a Reggio, di mettere tutti i numeri online così la gente se li può andare a recuperare tutti.

Figata.
Sai, io ce li ho tutti cartacei, ma oramai chi se lo caga più il cartaceo?

Beh, se mi dici che si possono ancora comperare fisicamente io mi metto in coda!
Io ho tutti i numeri in doppia copia, se vuoi posso fare un'asta su eBay.

Dai, io ci sto.
Ma va là dai, adesso li mettiamo online così non spendi soldi.

Eh, io ho il problema che sono feticista, sono cresciuto leggendo quelle cose e mi sono appassionato al giornalismo musicale anche grazie a Ultra Tomato.
Mi fa piacere. Pensa che avevamo anche assoldato il buon Damir Ivic che adesso pare sia diventato chissà che giornalista, tutti che lo incensano!

Poi l'esperienza è finita naturalmente?
Per questioni economiche. Sai, avevamo la redazione, la grafica, avevamo spese e ci siamo mossi per sponsorizzazioni e per trovare un editore, ma niente. Pensa che anche la distribuzione la facevamo noi: ci trovavamo a casa la domenica sera con gli indirizzi dei soci Maffia Club e via a spedire a ognuno di loro una copia gratuita. Alla fine stavamo per diventare i martiri di Ultra Tomato, scrivendo gratis e togliendoci i soldi di tasca per farlo uscire.

Un'esperienza anomala in Italia.
Sì, era un po' il modello estero dove il dj è anche produttore, promoter, giornalista. Noi eravamo in questo trend, tutto il collettivo Maffia faceva di tutto...

Con il club invece com'è andata? Problemi organizzativi, un momento del clubbing nostrano che si stava concludendo o che altro?
Ah guarda, ti stai rispondendo da solo. È un club che avuto il suo momento di splendore in un periodo in cui c'era molta curiosità verso certe sonorità da club. Verso la fine degli anni Duemila non c'era più questa curiosità nei ragazzi che venivano alle serate, ovvero chi a aveva tra i venti e i trent'anni. Improvvisamente è successo tutto: l'inizio della crisi, le nuove generazioni, i controlli sull'alcol e le patenti, il divieto di fumare nei locali, tutto lo scenario insomma è cambiato e dopo quindici anni l'esperienza si è conclusa.

Come vedi invece la situazione del clubbing attualemente?
Bruttissima, davvero bruttissima. Io sono personalmente disorientato, nel senso che non c'è più quel vuoto da colmare come facemmo noi all'epoca. Sai, lì c'erano dei suoni fighissimi che arrivavano dall'Inghilterra e nessuno li proponeva, e allora ci siamo messi noi. Ora non è più così, qualsiasi scoreggia venga fatta in Europa viene subito proposta e anzi, qualsiasi dj che appena abbia giusto un disco nella propria discografia viene subito chiamato a suonare. Forse c'è troppa proposta, e mal gestita anche.

Guarda, io non voglio puntare il dito contro qualcuno perché sono cose che dipendono da molte variabili, però c'è da dire che in questo scneario attuale i promoter italiani hanno avuto un certo peso. Penso a come voi avete cercato per quindici anni di far crescere intorno a voi un pubblico consapevole, e penso invece a come negli ultimi anni chi aveva in mano la gestione di molte serate importanti si sia limitato a spremere i trend del momento fregandosene di cosa sarebbe successo in futuro. Il classico 'finché la barca va' all'italiana: intanto chi doveva farsi i soldi se li è fatti.
Guarda, mi viene da ridere perché in questo momento mi viene in mente un mio amico, rappresenta pienamente quel tipo di persona. Un amico d'infanzia...

Però purtroppo questo tipo di atteggiamento non crea buchi fertili dove far crescere nuovi progetti. Questo ha penalizzato chi fa vera ricerca musicale e viene messo da parte nel momento in cui si deve fare un tot al chilo. Non so a voi come vada, per esempio.
Mah, considera che io ho quattro/cinque progetti musicali insieme, fra i quali ovviamente Crimea X. Il problema è davvero che ora si lavora meglio all'estero; mi pare davvero che qui in Italia si sia saturato tutto, che non ci sia più curiosità sincera.

Domina il presenzialismo tipico dell'evento, parola orrenda.
Sì, esatto, presenzialismo. Vai alla serata non per la musica ma perché ci devi essere sennò non sei nel giro.

Quindi venendo a Crimea X, che faccia ha nel tuo personale prisma musicale?
Ah, la faccia più reggiana possibile, visto che siamo io e Jukka, due reggianoni al 100%. Sai, io ascolto veramente di tutto e mi mancava un partner musicale che condividesse con me la passione per il kraut rock, per John Carpenter, per tutto il genere synth, vorrei dire la mia anima 'indie' anche se non so bene che cosa voglia dire questa parola.

Un territorio freeform, insomma.
Sì, io direi con un termine di una volta 'leftfield', ecco.

Un progetto dove tu suoni anche lo strumento con il quale sei cresciuto musicalmente.
Sì, fra le altre cose suono anche il flauto traverso che ho studiato al Conservatorio.

Ti sei diplomato?
No, mi mancavano due anni. Quand'ero in età per prendere il diploma mi ero già stufato di Bach e Haydn, era la metà degli anni Ottanta e arrivavano tante di quelle musiche nuove che studiare musica classica mi sembrava una roba preistorica. Considera poi che nel frattempo stavo prendendo anche il diploma di geometra e quindi non avevo una vita sociale, fra scuola e Conservatorio stavo impazzendo di invidia per la vita normale dei miei amici. Ho mollato ma alla fine la voglia di musica mi è tornata e quindi ho cominciato a studiare jazz, suonavo il sax alto. Anche lì però l'ambiente era tosto, era un altro campo dove si studiava un casino e si faceva la fame, quest'ultimo un aspetto condiviso anche dal mondo dei dj! [ride, NdA]

Ma tu, scusa la domanda indiscreta, riesci a fare il giro economico con i tuoi progetti musicali?
Io faccio un po' di tutto: con il solo djing è dura, quindi mi aiuto con i remix, le lezioni di musica, le sonorizzazioni per pubblicità. Già vivere di musica per me è un regalo, quindi faccio come tanti produttori, metto insieme le cose.


Gli altri progetti, come ad esempio Ajello, sono in standby o vanno avanti in parallelo?
Quando esce un nuovo album di un progetto musicale all'ascoltatore sembra sempre che gli artisti in questione ci siano stati sopra chissà quanto. In realtà ci si concentra per un breve periodo per chiudere il tutto e si passa al resto. Così è stato per Crimea X: qualche giorno alla settimana per chiudere man mano le tracce e in un'estate erano pronte circa venti tracce, successivamente spedite a Bjørn Torske [produttore norvegese con alle spalle molti moniker e collaborazioni anche con Röyksopp, NdR] per la cernita.

Quindi sei uno abbastanza organizzato per gestire tutto insieme.
Mah, io sono reduce da quindici anni come impiegato dell'azienda locale dell'acqua e del gas (come Jukka che ha il suo lavoro in Comune, del resto) e quindi, nel momento in cui ho deciso che in qualche modo la musica dovesse essere il mio lavoro, ho mantenuto un'impostazione da ufficio. Ogni giorno sento il dovere di lavorare alla mia musica, di portare avanti le cose. La differenza con il lavoro di impiegato sta nel fatto che ogni giorno devi essere creativo, e in questo senso avere progetti con altre persone aiuta perché significa che dove c'è un blocco ti può arrivare lo stimolo di qualcun'altro che ti aiuta ad andare avanti nell'ideazione. Non è insomma uno stile di vita del tipo “oggi mi svegli alle undici” oppure “oggi vado a farmi un giro”, ecco.

A proposito di collaborazioni e dell'ambiente in cui ti muovi, mi spieghi che cosa succede in Emilia Romagna che siete tutti lì a smanettare sulla dance?
Diciamo che nella nostra regione la musica è sempre stata tenuta particolarmente in considerazione. Le amministrazioni locali stesse organizzavano concerti pazzeschi: io negli anni alla Festa dell'Unità ho visto suonare Beastie Boys, Clash e gente di questo genere. C'era la sala prove messa a disposizione del Comune, ci sono i concorsi per band emergenti che vanno avanti ormai da trent'anni, sull'asse Parma-Reggio-Modena-Bologna c'erano discoteche che nel numero gareggiavano con quelle della riviera. Il divertimento per noi era andare in discoteca, quindi il bombardamento musicale dalle mie parti era una cosa naturale.

C'è anche un grande spirito collaborativo che forse in altre regioni manca.
Bah, sai, alla fine siamo tutti sulla stessa barca, per questo ci si aiuta. Bene o male io nel circuito dance ne ho viste di cotte e di crude nella mia carriera, e ti posso dire che tutte le scene sono sempre state distrutte dall'interno per questioni di invidia. Ricordo del periodo drum'n'bass con lotte intestine senza senso che ci facevano fare figure del cazzo all'estero. Quell'incapacità di fare ballotta come si fa furori dai nostri confini rimane uno dei veri handicap della cultura musicale italiana. Anche perché poi la gente arriva qui e dice “cavolo, avete una scena fighissima”, però uno non sa nemmeno dell'esistenza del proprio vicino di casa. Dimitri from Paris, con il quale collaboro, mi racconta della Francia e di come da giovani si siano spalleggiati a vicenda, fra i vari Bob Sinclar, Cassius eccetera. Se noi avessimo fatto così negli anni '90, quelli del botto dell'house italiana, chissà ora dove saremmo.

Secondo te, nel mondo della musica in generale e dance in particolare, la tenacia paga? Penso per esempio a Benny Benassi e alla lunga gavetta fatta per arrivare a lavorare per gente come Madonna e Chris Brown...
Ah, guarda ogni volta che sento Benny, anche lui un altro reggiano che conosco da una vita, mi casca la faccia a sentire con chi sta lavorando [ride, NdA]. Lui è uno che è andato avanti come dj a mettere su delle gran commercialate nei locali qui di Reggio perché voleva fare il dj di professione e quindi si è fatto la gavetta vera. Io ho l'impressione alle volte che non ci siano vie di mezzo: o rimani il culto underground oppure diventi la pop star. O sei Dj Rocca o sei Benny Benassi, Scuola Furano o Crookers.

Però la zona mediana all'estero c'è: penso a gente come James Zabiela che fa serata anche importanti senza aver cacciato una hit che io riesca a ricordare.
Torniamo al discorso di prima: dipende da come un Paese cura i propri tesori. O si crea una rete dove tutti fanno il loro ma in una direzione comune (etichette, giornali, promoter, artisti), per spingere il prodotto nazionale, oppure non si va da nessuna parte.

Tornando a Crimea X, le prossime mosse?
Qualche singolo con remix tratto dal nostro ultimo album, con nomi come Lauer e Legowelt coinvolti nella cosa. Poi ci sarà il live con date per il momento in Germania. Una roba pensata per il dancefloor con flauto, voce, due controller e due pc, sulla falsariga di Johnn Talabot e Tiger&Woods, due live che ci sono piaciuti molto di recente. Vogliamo fare ballare la gente: 120 bpm con tracce mixate quasi come in un dj set.
 

Tag: dance

Commenti (1)

  • alia 16/05/2013 ore 20:56 @alia76

    intervista molto-ma-molto bella

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


LEGGI ANCHE:

“Fabrizio De André. Principe libero”, il film con Luca Marinelli arriva al cinema come evento speciale