Green like july - I cugini di campagna di Bright Eyes, 25-03-2011 Intervista

28/03/2011 di

Sono riusciti a mettere insieme la provincia italiana e il Nebraska, è stato faticoso – strano ma inizialmente in pochi hanno creduto in questo lavoro – ma ora il disco è uscito. "Four-legged fortune" è stato registrato a Omaha da Jake Bellows dei Neva Dinova, e raccoglie un percorso lungo quasi dieci anni, da quando hanno ascoltato Bright Eyes per la prima volta a quando si sono ritrovati nel suo studio e con i suoi musicisti. Nel mezzo c'è la canzone folk americana e la convinzione - dopo aver vissuto alcuni anni fuori – di voler costruire qualcosa qui in Italia. Ester Apa ha intervistato i Green Like July.



2003-2011. Otto sono gli anni che vedono i Green Like July cucire pazientemente il loro percorso musicale. Dal nord-est del Piemonte all'America del Nebraska. Partiamo dall terra di confine da cui provenite. Tra Pavia e Alessandria, quanto contano questi luoghi nella formazione del gruppo?
Andrea: Indubbiamente la provincia gioca un ruolo importante. Vivere in una città che offre poco o nulla ti abitua ad avere poche distrazioni.

Cosa avete amato/odiato della provincia?
Andrea: Per quanto sia ben consapevole di quanto sia limitante e svilente la provincia, Alessandria è il posto in cui sono nato e cresciuto. Alessandria è casa. Per quanto riguarda Pavia, ci ho vissuto per sette anni ormai e credo di non essere nello stato d'animo adatto per dare un giudizio sereno. Per capire Pavia basta vedere "Fantasma d'amore" di Dino Risi e ascoltare la splendida colonna sonora che ne ha fatto Riz Ortolani: Pavia è tutta lì, con i suoi pregi e con i suoi difetti.

Poi arrivano i Bright Eyes e Conor Oberst. Quanto di loro vi portate dietro dagli esordi? Non parlo solo dell'ispirazione che si nasconde dietro al vostro nome...
Andrea: La prima volta che ho visto suonar dal vivo Conor Oberst è stato a Londra dieci anni fa. Ricordo che sono uscito dallo Shepard Bush Empire frastornato e intontito: era come se mi fossi svegliato dal letargo musicale in cui avevo vissuto per anni, chiuso com'ero in ascolti che raramente varcavano la soglia dell'anno 1977. Il nostro primo disco risente molto dell'influenza di Bright Eyes, soprattutto dal punto di vista vocale. Da allora ad oggi sono cambiate molte cose.
Paolo: Abbiamo trovato un nostro linguaggio musicale. Partiamo da radici comuni, ma, in un certo senso, diverse. "Four-Legged Fortune" è figlio di giornate intere passate ad ascoltare e a suonare i pezzi di Creedence Clearwater Revival o di The Band. E poi finalmente Andrea ha iniziato a cantare con la sua vera voce!

Prima di sognare l'America come si è mosso il progetto in Italia?
Andrea: Per anni Nicola ed io siamo stati il nucleo attorno al quale sono ruotate diverse formazioni e diversi musicisti. Prima di incontrare Paolo, le cose andavano avanti in modo affannoso e quasi accidentale. Già allora, però, avevamo le idee chiare su dove volessimo andare e che cosa volessimo fare: è stato soltanto difficile trovare i giusti compagni di viaggio.

Un album prodotto da Candy Apple nel 2005: "May This Winter Freeze My Heart". Il successivo trasferimento a Glasgow per un anno, l'incontro con la scena musicale locale: Charlie Clark (Reindeer Section e Zephyrs) e Stacey Sievwright (Arab Strap) e le prime esibizioni dal vivo. Cosa ricordi con più piacere di quel periodo?
Andrea: Charlie e Stacey avevano all'epoca un gruppo chiamato Cold Night Song. Charlie mi ha introdotto nella scena locale facendomi aprire qualche loro concerto. Da lì ho iniziato a suonare in giro e a venire a contatto con molti musicisti del posto. Glasgow è una città ricca di musica e per me è stata una vera e propria "scuola". È stato il costante confronto con musicisti ed autori molto più bravi di me che mi ha permesso di crescere e, allo stesso tempo, di sviluppare un alto senso critico verso quello che faccio.

Ritorni in Italia con l'idea che i Green Like July cosa sarebbero stati da lì in avanti?
Andrea: Sia io che Nicola volevamo cambiare l'approccio al gruppo. "May this winter freeze my heart" è stato un album nato in studio, nel corso di un anno. È stato il risultato di molte e, sotto un certo punto di vista, inevitabili ingenuità. Sulla base di un quantomeno bizzarro modus operandi, è stato registrato partendo dalle chitarre e dalla voce per arrivare, solo in un secondo tempo, ad aggiungere basso e batteria.
Nicola: Avevamo bisogno di cambiare il nostro modo lavorare. Di basare tutto 
sulla sezione ritmica. Abbiamo così iniziato a pensare ad una formula meno acustica: l'idea di avere una band aperta, con una radice solida di due, tre persone che si occupano delle decisioni e della scrittura degli arrangiamenti ci ha sempre affascinato moltissimo. La possibilità di collaborare con diversi musicisti ogni volta, per quanto riguarda l'esecuzione di queste idee, si è trasformata nel nostro modo di lavorare in questi ultimi tre anni. Per questo motivo, da allora, si sono avvicendati diversi musicisti nella formazione, fino a che non abbiamo trovato stabilità con Paolo alla batteria.

Arriva il nuovo album "Four legged fortune". Quando avete incontrato Jake Bellows? Cosa significa prendere gli strumenti, andare ad Omaha, in Nebraska, a registrare con il motore propulsivo di un gruppo di cui vi siete nutriti di ascolti: i Neva Dinova?
Andrea: Ho iniziato a parlare con Jake via mail. Jake, che è una persona molto generosa, mi rispondeva pazientemente dicendo cosa secondo lui funzionasse e cosa no. Da lì è nata la proposta di andare a registrare in Nebraska. Registrare un disco con Jake Bellows significa prepararsi all'imprevisto. Jake ha ascolti ed influenze molto varie ed ha un approccio divertente alla musica. Suonare con lui ci ha aiutato a sdrammatizzare scelte importanti. Detto questo, adoro i Neva Dinova: ancora oggi continua ad emozionarmi sentire la sua voce sul nostro disco.

Entrano poi in gioco musicisti, produttori, importanti che partecipano al lavoro. La direzione iniziale, il suono che volevate avesse questo secondo album concide con la meta finale? Quanto siete stati intimiditi dall'avere a fianco questi nomi tutelari?
Nicola: Oltre a Jake, sul disco hanno lavorato molte persone legate alla scena Saddle Creek. Noi ci siamo presentati ad Omaha con le idee chiare, ma anche con diverse paure, come ad esempio quella di non essere all'altezza, o quella di non riuscire ad arrangiare nella maniera desiderata le canzoni. Quello che alla fine è successo è molto diverso da ciò che ci aspettavamo, si sono create le possibilità per collaborazioni insperate, una su tutte quella con Mike Mogis. Il disco ha preso direzioni che non avremmo mai pensato, il rapporto di amicizia e condivisione che ogni giorno andava sviluppandosi con AJ, Jake e tutti gli altri alla fine sembra anche trasparire dalla forma che il disco ha preso. Personalmente, lo sento come un disco dove la scrittura di Andrea è accompagnata da diverse personalità, che creano un'atmosfera corale nello spirito di gruppi come The Band o Crosby Stills and Nash.

Che il folk americano, da Dylan a Gram Parsons, sia la vostra stella polare non ci sono dubbi. Voci profonde, arrangiamenti all'osso, chitarre in primo piano. Una scrittura musicale ispirativa e piena zeppa del racconto di luoghi. Oltre alle mie di suggestioni, quali sono entrate in gioco in questo secondo lavoro in cui la scelta musicale è messa completamente a fuoco su queste coordinate musicali?
Paolo: Abbiamo tutti e tre ascolti molto classici. Sembra banale a dirsi, ma 
dico Rolling Stones e Beatles.
Andrea: E George Harrison e John Lennon.

Parliamo un po' dell'Italia. Come stanno andando i concerti?
Nicola: Stiamo suonando molto dall'uscita del disco. Devo dire che l'affluenza e l'entusiasmo delle persone ai concerti sono cambiati e siamo felicissimi per questo. Questo testimonia che, alla fine, i pregiudizi sulla musica folk non sono forse così radicati. Per quanto riguarda la dimensione live stiamo cercando di riproporre il suono del disco, cerchiamo di concentrarci molto sulle armonie vocali e, ultimamente, siamo aiutati da Riccardo Maccabruni, tastierista anche con Mandolin Brothers e Folk's Wagon: il suo apporto dal vivo è davvero notevole.

Il fatto di ritornare a vivere nel Belpaese significa in qualche modo confrontarsi con alcuni pregiudizi verso chi, forse, non ha mai ascoltato folk e non riesce a distinguerlo dalla musica dei cantautori?
Nicola: Abbiamo avuto diverse difficoltà a far passare il nostro messaggio. In Italia, in certi casi, sia tra gli addetti ai lavori che tra gli ascoltatori c'è una sorta di pregiudizio verso la musica folk e country. D'altra parte, però, stiamo incontrando anche molti consensi e mi sembra che, a poco a poco, l'interesse verso questo genere musicale stia crescendo. Il nostro intento è quello di scrivere canzoni pop, che chiunque possa ascoltare senza difficoltà: la veste che decidiamo di dare alla nostra musica, che sia folk o altro, è soltanto un veicolo, una testimonianza dei nostri gusti o delle nostre passioni. Prima di tutto vengono la scrittura e la melodia.

Visto il suo suono internazionale, questo disco sarà distribuito anche all'estero?
Andrea: Siamo distribuiti in Europa da Ghost. Siamo scoperti sul versante USA e Canada, ma non ce ne preoccupiamo molto per il momento. Per il futuro chi lo può dire, è certamente una speranza e uno dei nostri obiettivi primi arrivare al mercato statunitense. Certo è che ci piace pensare a Ghost come ad una casa, come ad una famiglia con la quale speriamo di crescere e con la quale speriamo di condividere i nostri prossimi passi.

Farete tour fuori dallo stivale?
Andrea: Nell'immediato no, stiamo pensando ad una promozione più incentrata sull'Italia. Anche se qualcosa in cantiere c'è. C'è una nostra amica che si chiama Alessi, che ha un gruppo a breve in uscita per Bella Union, con la quale ci ripromettiamo da mesi di organizzare qualcosa insieme. Dovremmo, già per l'inverno, riuscire a chiudere qualche data.

Non vi è passato per la testa di lasciare nuovamente l'Italia e provare a fare i musicisti di mestiere?
Andrea: Ora come ora riusciamo tutti a conciliare i nostri lavori con la nostra vita musicale. È chiaro, ci sono molti sacrifici da fare, ma c'è anche da dire che, per come stanno le cose, è difficile vivere suonando. E questa non è una situazione esclusiva dell'Italia. È così ovunque. Ho un'amica che lavora per Sub Pop e che mi racconta che Mark Arm dei Mudhoney la mattina scarica i pacchi al porto di Seattle e, il pomeriggio, lavorava negli uffici dell'etichetta. Lo dico spesso, fare musica oggi significa fare una scelta radicale, significa fare molti sacrifici.

Questo disco è stato scritto un anno o più fa. Ci vuoi dare qualche anticipazione sulle nuove canzoni?
Paolo: Vi direi di venire a sentirci dal vivo, visto che la scaletta dei nostri live include già molti pezzi nuovi!

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