Francesco D'Abbraccio degli Aucan ci racconta il suo nuovo progetto Fraems con un mixtape esclusivo Intervista

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19/02/2015 di

Fraems è il nuovo progetto di Francesco D'Abbraccio degli Aucan: uscirà il 16 marzo per la Lost Tribe di Ambassadeurs il primo ep "Atlas". In attesa di ascoltarlo, in questa intervista Francesco ci racconta com'è nato il progetto, cosa diventerà, come si inserisce nel percorso degli Aucan e ci regala un mixtape esclusivo da lui curato per gli utenti di Rockit.

Come è nata l’idea per il progetto Fraems?
In modo molto libero. Quando ho cominciato le tracce avevo deciso di prendermi un momento per registrare dei pezzi, senza l’idea di cominciare un vero e proprio progetto, né di fare una release. Era una cosa che facevo più come urgenza personale. Lavorandoci mi sono accorto che avevano un’idea comune forte. Così ho cominciato a togliere tutto ciò mi sembrava fuori da quest’idea e a capire che poteva essere una cosa nuova per me... un percorso nuovo.

Però è rimasto un progetto personale. Perché non è diventato qualcosa degli Aucan?
Semplicemente perché non era un’idea nata per gli Aucan: erano solo pezzi che facevo nel mio studio. Era un periodo in cui Giovanni era andato a vivere a Berlino, avevamo appena finito di produrre l’ep che sarebbe uscito per Ultra e io avevo bisogno di fare delle cose mie. La stessa necessità che ha sentito lui, in realtà, e che si è concretizzata nel suo progetto SVRFACE.
Queste esperienze sono state utili per il disco che stiamo facendo adesso come Aucan. Ci hanno permesso di sperimentare delle cose nuove che poi abbiamo riunito e mescolato con quello che già avevamo. Sicuramente si influenzano. Aucan non è un progetto che faccio da solo, ha una storia importante e ci abbiamo speso anni. Non sento alcuna contraddizione, nessuna incompatibilità fra i due progetti. Anzi, Fraems mi ha dato degli spunti che poi ho provato a inserire nel progetto di Aucan. Come ti dicevo, sia il lavoro che ho fatto io con Fraems sia quello che ha fatto Giovanni con SVRFACE sono stati dei percorsi molto utili per Aucan. Sento che gli hanno dato della nuova linfa, nuovo materiale su cui lavorare.

È la prima volta che senti la necessità di intraprendere un progetto solista?
Fino a un anno fa ero in tour con gli Aucan da tre anni, perciò mi sarebbe stato anche difficile immaginare di fare delle altre cose oltre che essere in tour. Interrompere il tour è stata una cosa indispensabile, sia per Aucan che per me. Ora però ho voglia di cominciarne un altro.

Quindi comunque il progetto Aucan continua bene?
Certo. Abbiamo fatto la settimana scorsa dei premix e siamo molto convinti di quello che stiamo facendo. Ci siamo chiusi in studio per due mesi ininterrotti, dieci ore al giorno. È stata un’esperienza molto bella.

Comunque “Atlas” mi sembra si inserisca bene nel tragitto degli Aucan: dal rock alla dubstep, ora alla IDM.
Diciamo che comunque queste parole vanno un po’ prese con le pinze. Quando abbiamo fatto il primo disco su AfricanTape eravamo un po’ la pecora nera della label, perché il nostro sound era molto più elettronico degli altri gruppi. La dubstep è di sicuro una cosa che ci ha influenzato, era un mondo che per noi era interessante, ma non siamo mai stati un vero e proprio progetto dubstep. Forse è vero che in questo momento siamo una cosa un po’ meno ibrida, e ci siamo spostati verso un'attitudine più puramente elettronica.

Invece la costante degli Aucan, che è un po’ questo marchio mistico e spirituale, rimane sempre anche in “Atlas”.
In questo caso più che spirituale direi psichedelico. Il concept dell’ep nasce da una riflessione sui luoghi e sulla relazione che si istituisce fra essi e la musica. La musica influenza il modo in cui ci relazioniamo con lo spazio (e viceversa). È da questo legame che sono partito, sia a livello musicale sia visivo. Il video, che ho realizzato prendendo delle immagini da Google Earth e che uscirà a breve, segue proprio quest'idea.

Questo discorso mi ricorda molto una conferenza di David Byrne che trattava di come l’architettura influenzi i generi musicale.
Certo, ne parla anche nel libro. Ma ha anche a che fare con la mia esperienza personale, e la questione ha anche dei risvolti tecnici quasi banali. Un ascolto a casa o in studio è completamente diverso da quello in un club. Spesso tracce che funzionano in un set a casa sono noiose, e viceversa.

“Atlas “è stato pensato più per che tipo di ascolto? In un club o a casa?
Un po’ entrambi. Di sicuro è musica che ha a che fare con i club. Soprattutto un paio di tracce le ho anche suonate dal vivo. Funzionano. Creano un’atmosfera che è intima, ma adatta per il dancefloor. Ma se dovessi scegliere come far ascoltare a qualcuno la musica di Fraems gli consiglierei di mettersi le cuffie e farlo camminando. Me l’immagino come una musica che si ascolta mentre si percorre uno spazio, o mentre lo si “esplora”.



Quali artisti hai sentito vicino per realizzare questa idea?
Uno degli aspetti su cui ho sperimentato di più è stata la ricchezza delle ritmiche. Quando ho mandato le tracce ad alcuni amici o semplicemente ad artisti che stimavo, ho avuto ottimi riscontri. Mi ha risposto subito Ambassadeurs che mi ha proposto di far uscire l’ep sulla sua label Lost Tribe, dicendomi che sarebbe stata una release adatta per l'Inghilterra. E in effetti ho avuto buoni feedback anche da altri artisti, da Ital tek a Paleman, da Kastle a Trap Door e a B. Traits. Quindi di sicuro quell’ambiente è un po’ quello che sento più affine in questo momento, ma più per il riscontro che ho avuto che non come idea iniziale.

Nei lavori degli Aucan la parte visuale ha sempre avuto un’importanza centrale, avete sempre fatto un concept completo. Invece per questo ep è stato più importante l’apparato prettamente musicale o è rimasto centrale il visual?
Vengo da un percorso legato al design e alle arti visive. Ho anche uno studio di graphic design che si chiama Studio Frames, quindi per me è molto importante la cura delle immagini ed è importante costruire un immaginario definito attorno a un progetto. Di sicuro questo è un aspetto importante anche per Fraems. Per la copertina di “Atlas” ho coinvolto un artista italiano molto apprezzato all’estero, che è Filippo Minelli, che ha realizzato la fotografia di copertina e del podcast. È una fotografia che ha scattato durante una residenza in Corea del Sud e che mi sembrava adatta a quel discorso sui luoghi. Ci sono questi simboli che più che religiosi mi ricordano qualcosa di legato alla realtà aumentata.

Una specie di spiritualismo urbano?
Sì, diciamo così. Poi uscirà il video, che come ti dicevo ho realizzato io, e ora sto preparando un’installazione audiovisiva che uscirà a nome Fraems e che lega un po’ questi discorsi per approfondire il rapporto fra gli spazi e la musica.

Oltre a questi progetti come continua Fraems? Hai in mente un tour o un album?
Per il momento non ho pianificato un tour vero e proprio, anche se ho già fatto alcune date anche con degli artisti di livello come Ame, Pearson Sound e Dead Heat. Però mi interessava soprattutto sviluppare più il discorso delle produzioni. Uscirà un ep di remix a maggio, dove ci sarà Ambassadeurs, Aotoa e probabilmente anche Populous. Poi più avanti un secondo ep. Per ora vorrei andare avanti a produrre e fare ricerca sul suono.

Qualche dritta su qualche band o producer da tenere d’occhio per quest’anno?
Non so quanto sia sconosciuto, però sto ascoltando molto Call Super. È un tedesco che fa delle produzioni molto varie, alcune da club, alcune techno, altre sperimentali, quasi elettroacustiche. Fa sempre delle cose molto belle. Poi seguo sempre Wen. Anche se questo è di sicuro l'anno di zio Aphex.

Pagine: Aucan Fraems

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