Paolo Benvegnù - Dammi tre parole: morte, verità, amore, 17-03-2011 Intervista

21/03/2011 di

Paolo Benvegnù con l'influenza é un flusso di coscienza difficilmente contenibile. Se leggete ci troverete Mina, Jules Verne, i Verdena, Gigi d'Alessio, Giusy Ferreri, fino ad arrivare a chiarire cos'è il vero senso dell'amore, cos'è la vera intelligenza, cos'è il talento del bue e finire ad affermare che Alessandro Fiori può ufficialmente sostituire DeAndrè e mentre lui, tra trent'anni, sarà il nuovo Endrigo. Sandro Giorello l'ha intervistato per farsi raccontare il nuovo "Hermann".



Raccontami questo disco.
Paolo Benvegnù: E' un disco d'amore, di indignazione, di storia dell'uomo. L'indignazione sta nel fatto che non riusciamo a comprendere il miracolo che siamo. Ad esempio: la mia influenza. Io, che già questa cosa penso di comprenderla abbastanza, sono due giorni che non riesco a respirare e mi incazzo come una bestia, mi arrabbio perchè non riesco ad esprimermi e quindi, paradossalmente, pur accorgendomi del miracolo che è il mio comune respirare senza difficoltà, voglio ugualmente qualcos'altro. Questo disco parla dell'impressione che tutto sia legato tra noi e l'esterno, ma anche tra noi e il nostro desiderio, il vero senso di un desiderio; ma sopratutto parla di quanto sia drammaticamente fallibile la storia dell'uomo.

Le figure mitologiche (Andromeda), quelle religiose (Moses), i riferimenti letterari (Achab e Sartre) hanno un intento divulgativo, tipo la Rai degli anni d'oro che faceva i teleromanzi sui grandi classici e far appassionare alla letteratura anche gli spettatori meno istruiti, o vogliono creare dei corto-circuiti con le storie che raccontano?
Paolo Benvegnù: In parte mi piacerebbe essere divulgativo, però no, l'idea è che sia io che i miei sodali, Andrea Franchi e Guglielmo Gagliano con cui ho scritto questo disco, pensiamo di aver avuto delle intuizioni, così come fruiamo dell'intuizione di Cyrano de Bergerac della leggerezza per arrivare alla luna o di Jules Vernes che ha inventato macchine sommergibili per andare sotto i mari; tutte cose che si sono davvero verificate. La nostra idea è quella di cambiare di un grado la prospettiva che a noi è stata insegnata, non necessariamente con la presunzione di essere esatti al 100%. Sono abbastanza certo però che chi fa questa cosa, chi scrive canzoni ecc ecc, sia un avvisatore, come un maestro elementare.

Ma nel tuo disco precedente, "Le Labbra", c'era una concretezza bella, hai davvero restituito il sesso in tutti i suoi aspetti, fisici e no. Ora, invece, ti lanci nell'imbastire un percorso metaforico sull'evoluzione dell'uomo moderno. Mi puzza un po' di esercizio di stile.
Paolo Benvegnù: "Le labbra" è una storia d'amore e di morte, secondo me quello è un disco riuscito. Più pesante e denso di così non riuscivo (ride, NdA). In "Hermann" l'idea è quella di mettermi a raccontare degli episodi usando l'allegoria. Forse, anzi certamente, è meno urgente, perchè non racconto solo della mia vita e della mia morte. L'urgenza sta nel voler avvisare gli uomini, che poi sono dei naviganti. E poi la differenza più importante sta nell'allargamento della scrittura a Guglielmo e ad Andrea, abbiamo cercato una strada insieme.

In "Hermann" leggo un senso di disillusione pesante. Anche l'ultimo brano, "L'invasore", nonostante le voci dei bambini in spiaggia e il suono rilassante delle onde, non mi pare proprio un happy end.
Paolo Benvegnù: Non trovo che sia così, anzi, nella disillusione c'è un grande amore, ma soprattutto nell'amore c'è una grande disillusione. E' il vero senso dell'amore. L'amore, quello legato ai polsi, al sangue che pulsa, l'abbiamo provato o subito tutti, nell'adolescenza o anche più avanti. Il senso più allargato dell'amore invece è un altro tipo di comprensione, è anche un altro tipo di compassione. Per me, invece, questo disco finisce in maniera assolutamente positiva e serena.

Ah, si?
Paolo Benvegnù: Si, l'uomo chiude gli occhi e vede un'alba bellissima.

A parte il "chiudi in scatola il tuo cuore", che a mio avviso comunica una certa tristezza, nel pezzo traspare la paura di essere invasi da invasori non ben definiti.
Paolo Benvegnù: La paura dell'invasore è una paura congenita, è la stessa paura da cui tu stai fuggendo e da cui io sto fuggendo.

E cosa c'è di sereno nell'aver paura?
Paolo Benvegnù: Nel riconoscerla, voglio dire, se tu la riconosci hai già un'arma per combatterla. Ammesso e non concesso che bisogni sempre combatterla. Nel senso, noi siamo invasi: noi siamo 300 trilioni di cellule di cui soltanto il 10% è di produzione realmente umana, il resto sono batteri che arrivano da altre parti e parassiti. Se non è un miracolo il fatto che io e te stiamo parlando in questo momento, a me sembra assolutamente un miracolo. Il senso fisico dell'invasione è presto detto. Il senso psichiatrico dell'invaso e dell'invasore è prettamente... sono la stessa cosa, per me viene risolta attraverso il riconoscimento, la non curanza, o l'andare via.

Non riesco però a capire come pensi di descrivere la quotidianità delle persone con un disco del genere.
Paolo Benvegnù: Io lascio la quotidianità a chi è bravo a raccontarla con dignità.

Si ma non te ne tiri fuori del tutto, anche tu parli di pane, giornalisti e di borse nere.
Paolo Benvegnù: Ma quello che significa? La quotidianità è descritta da colui che ti parla veramente del quotidiano, io devo tendere all'assoluto. Sono presuntuoso, sono matto, devo tendere all'assoluto. Io non mi riconosco... io mi riconosco nel quotidiano del pragmatismo di pagare l'affitto, ma se devo usare il quotidiano anche nell'unica cosa dove do tutto me stesso... io vado verso l'assoluto, mi dispiace, è proprio una cosa che non riesco a evitare. Sono davvero stupito da alcune cose che stanno raccogliendo i Marta Sui Tubi, cose bellissime di Alessandro Fiori, Marco Parente, gente bravissima a "stringere l'universo in una vite" (sorride, NdA). Io non sono capace, devo ragionare per verità, per vita e per morte.

Prendo un attimo la tua "Io ho visto". C'è una cosa che mi ha sempre affascinato: perché quando si parla di uomini alla fine scatta il momento "Blade Runner", il bisogno del "Ho visto cose che voi umani...".
Paolo Benvegnù: Più che "Blade Runner" è l'"Urlo" di Ginsberg. Io lo faccio per due motivazioni: uno perchè non faccio parte della beat generation, che a mio parere è un vedere parziale. Dico cosa penso senza nessuna voluttà seduttiva, che secondo me invece era una volontà dell'ho visto ginsberghiano. E poi perchè ho quarantacinque anni, devo raccontare che cosa ho visto, sopratutto quello che ho sentito nel sangue. Probabilmente arriva il momento in cui pensi che ciò che hai visto racchiuda esattamente quello che è il tuo vivere. Per me è un pezzo molto importante.

Hai quarantacinque anni, non sei a fine corsa.
Paolo Benvegnù: Non è vero, quando perdi le radici che hai, la famiglia, sei tu, punto e basta. E ti trovi davanti a difficoltà che sono quelle vere: se non lavori 100 ore al giorno non paghi l'affitto. A me sembrava un momento importante per dire questa cosa.

In "Good morning, Mr. Monroe!" critichi Miller.
Paolo Benvegnù: Critico la stilizzazione, l'idea era di fare un pezzo stilizzato. Tutta la parte relativa al 900 di questo disco ha bisogno di essere stilizzata, perchè secondo me il 900 ha dovuto usare la stilizzazione per controbattere la velocità estrema a cui gli uomini sono dovuti andare nonostante la loro frequenza cardiaca fosse sempre la stessa. Perciò l'idea di quella parte del disco era di essere estetici.

Che differenza c'è tra questa stilizzazione e il descrivere l'amore con le simmetrie geometriche?
Paolo Benvegnù: Beh, raccontare l'amore per simmetrie non è una cosa che ha molto che a che vedere con la stilizzazione. Non trovi?

Mah.
Paolo Benvegnù: "Simmetrie" degli Scisma non è didascalicamente geometrica, anzi.

Trovi che Miller fosse didascalico, il suo stile così crudo era fine sé stesso?
Paolo Benvegnù: Non era fine a sé stesso, era fine ad un raggiungimento di sé, o meglio, non soltanto il suo stile aveva qualcosa a che vedere con il raggiungimento di sé ma soprattutto con il raggiungimento della posizione che lui pensava di dover avere. Ed una cosa che di quel periodo storico mi indispone.

Leggi la seconda parte

dove afferma molto tranquillamente che si è rotto le palle di fare il cantautore, definisce la differenza tra intrattenitore e artista (e dice che Gigi D'Alessio non ne può niente), dice che Alessandro Fiori è il nuovo Fabrizio DeAndrè e lui il nuovo Sergio Endrigo.

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