Paolo Benvegnù - Dammi tre parole: morte, verità, amore: pt 2, 17-03-2011 Intervista

21/03/2011 di

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Anni fa circolava la voce che avresti pubblicato solo più un disco e poi ti saresti ritirato. E' questo?
Paolo Benvegnù: No, non lo è, forse due o tre pezzi possono essere definitivi, ma proprio come considerazioni di fondo, considerazioni che non cambi da qui alla fine dei tuoi giorni, però tutto il resto no.

Non ti sei rotto di fare il cantautore?
Paolo Benvegnù: Si che mi sono rotto di fare il cantautore, mi sono rotto di scrivere canzoni quando devo finalizzarle.

Finalizzarle?
Paolo Benvegnù: Finalizzarle significa che questo è un lavoro, anche se non si guadagna così tanto. Io tra due mesi dovrò trovarmi un nuovo lavoro, sto dando fondo ad ogni economia per sopravvivere a questo disco (ride, NdA). E allora farò un altro lavoro, e poi ritornerò a fare questa cosa in maniera più pura. Quello che vorrei fare è scrivere le canzoni solo quando sento davvero il bisogno di farlo, o forse, ancora meglio, fermarmi finalmente al semplice contemplare.

Non hai del rancore da sfogare? Dopo quindici anni di carriera la musica non ti dà ancora da vivere.
Paolo Benvegnù: No, no, no, perchè questo per me non dovrebbe essere un lavoro, è solo incidentalmente un lavoro. Per me questo dovrebbe essere soltanto una... non vorrei che ci fosse proprio lo scopo di lucro in quello che faccio. Poi, ovviamente, se ci spendo 18 ore al giorno non posso permettermi di farlo gratis. Quello che sta succedendo adesso nella mia vita è che cerco di fare i dischi, produrre i gruppi, per guadagnare 10-15-20 euro al giorno. Non ho nessuna animosità rispetto a questo. Capisco anche che per una persona che ha il talento del bue, e non il talento, che ne so, dell'unicorno, sia una pratica usuale, normale, giusta.

Talento del bue?
Paolo Benvegnù: Il talento del bove, io ci metto molto impegno ed ho una parziale intelligenza. Se avessi a avuto un'intelligenza seria, vera, questa cosa avrei smesso di farla quasi subito. Ma non per altro, ma perchè semplicemente l'intelligenza vera significa espellere il più presto possibile quello che può essere l'odio necessario che ti serve per guadagnare spazio e trovare una posizione nel mondo ma che, contemporaneamente, ti nega tutta una serie di cose. E non sto parlando in maniera essenzialmente mistica, tipo: voglio eliminare l'ego. Bisogna trovare una giustezza, che per ognuno è importante, e io l'ho trovata ma l'ho trovata già subito dopo i primi due-tre anni che facevo il cantautore, se fossi stato davvero intelligente avrei piantato tutto prima.

Cosa ne pensi della discografia?
Paolo Benvegnù: Io non faccio testo, i dischi li vedo come dei film, o dei libri, se mi interessa un film lo vado a vedere e poi magari lo compro. Rinuncio ai calzini per due mesi e risparmio per comprarmi un disco. In quel senso deve esistere la discografia, come deve esistere la letteratura.

Intendevo: cosa ne pensi delle etichette discografiche, servono ancora?
Paolo Benvegnù: Ma io sulle etichette discografiche ho tutta una serie di dubbi (ride, NdA). Non credo all'etichetta discografica come la si poteva pensare 15-20 anni fa, o a una major che ti prende un disco poi, però, ne decurta tutto. A me non l'han fatto ma so che c'era il proposito di farlo con altri.

Fuori i nomi.
Paolo Benvegnù: Non te lo posso dire (ride, NdA), ma condividiamo lo stesso manager.

Spesso te la prendi con chi fa musica di mestiere, i nomi citati più di frequente sono Subsonica e Linea 77.
Paolo Benvegnù: No, per carità, li prendo un po' in giro durante i concerti, ma sono boutade.

Però tra le righe delle tue interviste leggo una certa rabbia verso il mainstream, contro Radio Dee Jay, Sanremo...
Paolo Benvegnù: No, ma non è rabbia. Il senso è questo: chi fa questa cosa è un avvisatore, un custode. Ci sono persone che nella vita fanno altri lavori ma che vengono a vedere i tuoi concerti, tu sei l'avvisatore, grazie alle tue considerazioni queste persone hanno delle dritte per riuscire a vivere più serenamente. Io mi rendo conto che è una visione molto utopica e molto infantile, però questo è ciò che penso. Quando uno, invece, fa intrattenimento, il discorso è diverso. E io non posso prendermela con Gigi D'Alessio, il suo intento è palese, no? Me la prendo con chi fa intrattenimento e poi dice: cazzo, io sono un avvisatore.

E' un processo alle intenzioni però, non pensi ci voglia anche un po' di fiducia?
Paolo Benvegnù: Ovviamente, ma uno si fida quando si trova più vicino a ciò che sente. Io sono più vicino a delle cose, e meno vicino a delle altre. Faccio un esempio: mi può anche interessare Baricco ma quando leggo Bufalino sono più contento, semplicemente perchè ci leggo una vicinanza che è una vicinanza mia. Ma non vuol dire che io debba avere a tutti i costi ragione, semplicemente sono dei giudizi, come molti esprimono giudizi su di me io faccio altrettanto sugli altri.

(Mina - "Io e Te")

E su chi ha reinterpretato le tue canzoni – Mina, Marina Rei, Giusy Ferreri, Irene Grandi – che giudizio dai?
Paolo Benvegnù: Quando canta Mina (ha interpretato "Io e Te", NdR) mi piace molto (ride, NdA). Marina Rei ("Il Mare Verticale", NdA), sembra sia stata presa da quel pezzo, l'ha cantato proprio come piace a lei, ci riconosco una sua urgenza nel cantarla e puoi immaginare quanto stupore ci possa essere nel riconoscersi nell'urgenza di un altro. Giusy Ferreri ("Il Mare Verticale", NdR) non riesco proprio a calcolarla (ride, NdA), nel senso buono, non riesco proprio a sentirla, ma è un problema mio probabilmente, mentre Irene Grandi ("E' solo un sogno, NdR") ha fatto una cosa diversa, in un periodo diverso, la versione con Bollani mi piace molto, quella su disco meno. Ho fatto anche i cori sul disco, ho contribuito a rovinare un capolavoro (ride, NdA).

Ti piace l'ultimo dei Verdena?
Paolo Benvegnù: Ho sentito due o tre pezzi, mi sono piaciuti molto, è una bella evoluzione. Mi aspettavo che facessero queste cose prima però, si erano un po' fermati. Quando sono usciti, noi Scisma eravamo nel giro da tre o quattro anni, hanno stazionato un po' troppo su alcune cose. Ora hanno fatto un bel salto, è un bel punto della loro carriera.

Torniamo ad "Hermann", facciamo l'analisi del testo. Ti piace giocare con le parole? In "Moses" scandisci "Come Ulisse poi distruggi senza senso Troia", in modo che Troia suoni anche come un'imprecazione. E' voluto?
Paolo Benvegnù: Si, anche in altri punti faccio di questi giochini. Null'altro se non piccole e adolescenziali seconde chiavi di lettura.

"Anima, ascoltate". Dai del lei all'anima?
Del voi, è un ritorno all'800 da cui provengo (ride, NdA). Seriamente... ho perso mia madre da poco, quello è un pezzo che ha a che vedere con il rapporto che c'era con mia madre, quando ce l'hai prima e non ne comprendi il seguito, per me infatti il segno è duale e devo usare il voi.

Esisteranno dei nomi che sostituiranno i miti dei miei genitori? Dalla, DeAndrè, Tenco, e compagnia cantante.
Paolo Benvegnù: Si ci sono di già, è il contesto che è diverso. Se quando è uscito "Storia di un'impiegato" gli universitari italiani hanno adottato DeAndrè, era perchè c'era un determinato contesto, c'era un tipo di comunicazione veloce ma nettamente diversa da un contatto più generalista. Per Le Luci Della Centrale Elettrica è la stessa cosa, solo che è tutto più ristretto.

E non hai paura di affidarti nelle mani sbagliate?
Paolo Benvegnù: In che senso?

Quando ho recensito il primo singolo dell'ultimo album delle Luci ho accennato il paragone con DeAndrè ed è scoppiato il putiferio. Per fortuna gli utenti del nostro forum non rappresentano tutti i lettori di Rockit, ma sia tra quei commenti che altrove ho percepito la paura che i nuovi punti riferimento non "bastino": mai abbastanza colti, troppo improvvisati, superficiali.
Paolo Benvegnù: Io sono pronto nel mettermi nelle mani di persone meno colte di quelle del passato. E poi colti in che senso? DeAndrè era un uomo colto? Ha fatto tante cose fantastiche ma anche tante stronzate. Per me è impossibile negare che ci siano situazioni importanti in Italia, penso a Le Luci Della Centrale Elettrica e penso ad Alessando Fiori. Fiori, per me, è il più grande scrittore della musica italiana degli ultimi trent'anni. Va ben al di là di DeAndrè. Parlo di immaginazione, di immaginario, di fantasia, di desiderio e anche di profondità. Poi Marco Parente, è un grande scrittore di canzoni, ha uno stile totalmente differente dal mio, è un cesellatore di parole, io sono grosso, largo, di pancia.

Tu di pancia?
Paolo Benvegnù: No, credimi, non sono un cesellatore, mi piacerebbe, non sono così estetico. Certo se devo dire una parola che non mi piace non la uso (ride, NdA), ma è un discorso di autocensura, immagino sia così anche per te quando scrivi le recensioni. Poi Il Teatro Degli Orrori, nella sua maniera Pierpaolo Capovilla è fantastico, è uno scrittore di canzoni fantastiche, in più c'è un'identità precisa tra ciò che scrive e ciò che è. Noi abbiamo una scena musicale importantissima, e detto in tutta sincerità non mi sento di farne parte.

No, prenditi la responsabilità delle canzoni che scrivi. "Hermann" mi piace meno ma i primi tuoi due dischi dovrebbero finire sui libri di scuola.
Paolo Benvegnù: Io la responsabilità me la prendo, ma me la prenderò quando il tempo sarà giusto. Le cose che scrivo io, e guarda che sono molto più presuntuoso di quello che tu possa pensare... le cose che scrivo io resistono al tempo, le cose che scrivo io vanno bene anche tra trent'anni, ecco perchè ti dico che sono un osservatore esterno, che punto all'assoluto. Non ce la faccio, è proprio un mio problema. Ma il tempo, che è un galantuomo e anche un grande setaccio, mi darà ragione. Tra trent'anni io sarò come Endrigo. Una volta ho parlato di Endrigo e mi hanno massacrato.

Cos'è che avevi detto su Endrigo?
Paolo Benvegnù: Ma si, dieci anni fa, cazzo, ho detto: sono più triste di Endrigo. E tutti: sentite Benvegnù, come si permette. E io: sono d'accordo. Non penso di valere quanto Endrigo, magari valessi quanto Endrigo, e non tanto nel periodo Rodari, ma proprio le canzoni tristi della deportazione istriana (ride, NdA). Le sue sono canzoni senza tempo che cantavano nelle ferrovie, ecco, le mie non le canteranno nelle ferrovie, ma sono convinto che tra trent'anni qualcuno le canterà ancora.

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Commenti (8)

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  • Marco Villa 21/03/2011 ore 20:43 @quid

    Anche durante l'intervista per il disco vecchio Paolo aveva l'influenza. Cali di anticorpi post-registrazione? :)

  • Daniele Celona 22/03/2011 ore 00:13 @madokaslover

    Mah, a tutti i post concerti degli ultimi anni, la tosse era ormai un default.
    Per il resto forse anche il Benvegnù è cambiato, forse non ti riconcilia più come un tempo, con i sacrifici fatti per la musica, ad ogni parola che gli esce, ma non si può non volergli bene come un moderno eroe anti-eroe.
    Quando ti fa l' inchino e ti chiama maestro, quando suona e quando ti abbraccia, quando conquista le persone testa a testa ad ogni fottuto live il maestro è sempre lui.

  • Faustiko Murizzi 22/03/2011 ore 10:11 @faustiko

    Fai il Pagnoncelli della situazione? :]

  • Parlo Castore 11/04/2011 ore 09:50 @whoiswho

    questa è molto meglio :[:[:

    http://www.rocklab.it/2011/04/09/le-interviste-con-il-maestro-paolo-benvegnu-%E2%80%93-herman/

  • Jimmy Briscola 11/04/2011 ore 16:46 @briscola

    eeh sì quella è proprio una bomba situazionista
    da spavento proprio

    (qualcuno me la spiega che sono troppo stupido e non ho capito ne il senso ne il fine di una roba così?)

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