Felpa - Che i giovani ascoltino gli Slowdive. La storia di un musicista che non ama l'estate Intervista

09/02/2015 di

Dopo un primo album intitolato “Abbandono” è tempo di avere “Paura”. Daniele Carretti (Magpie, Offlaga Disco Pax) torna a essere Felpa per raccontare, affrontare e forse superare tutte le sue paure. Musica dream pop intesa come terapia. Da ascoltare di notte, a luci spente, guardando il mondo alla finestra. Per provare a nascondere i pensieri più tetri sotto il rumore generato da dieci pedalini azionati contemporaneamente.

Felpa racchiude un concetto di calore e di protezione. Ma “Paura” è un disco freddo, nel senso che racconta un sentimento che gela l’anima: la paura. Sembra insomma che tu in realtà non cerchi riparo dal freddo ma ti ci butti a capofitto.
Il nome ha una genesi un po’ strana. Mio zio disegnava per la Best Company, poi ha avuto una ditta che si chiamava Felpa, in casa ho felpe con scritto sopra Felpa. Praticamente avevo già il merchandising pronto (ride, Ndr). È stato naturale pensare a Felpa dopo che mi sono fermato con i Magpie. Non ho mai fatto musica allegra. Quindi ci stava l’idea che il nome riportasse a qualcosa di protettivo, di comodo. La felpa la indossi quando sei in casa, non è l’indumento per uscire la sera.

Il disco viene presentato come autobiografico. Questo aspetto come lo esprimi? Sei esplicito o giochi di rimessa e tendi a camuffare i riferimenti?
I riferimenti sono camuffati. Non ho bisogno di produrre per forza un disco, di farlo uscire, di fare un tour, di fare dei soldi. La musica è una terapia, non è un business. Non riuscirei a scrivere di cose allegre perché non ne sentirei il bisogno. Preferisco dare un senso di scrittura e di suoni a eventi che in qualche modo mi hanno segnato e dei quali ho bisogno di parlare. Poi che ci sia qualcuno in ascolto importa fino a un certo punto. L’importante è che io sia in ascolto.

Nei testi descrivi te stesso attraverso un dialogo con un’altra persona. Non c’è spazio per nessun altro.
È come se parlassi ad un amico. Descrivo esperienze passate che hanno riguardato direttamente me o persone che conosco.

“Paura” è costruito con una scansione temporale ben precisa: parti da “Buio” e “Inverno” e finisci con “Estate” e “Luce”. Tutto il disco sembra caratterizzato da un unico testo spezzettato tra i vari brani. Hai voluto fare un concept album?
Non mi piace molto parlare di concept album ma devo dire che nei miei lavori c’è sempre un approccio preciso per quanto riguarda i temi da affrontare. Il concetto di abbandono, che ha caratterizzato il primo disco, è sfociato nella paura. Ho creato una sorta di filo conduttore che ha unito le due esperienze. La costruzione del testo arriva a una risoluzione finale in cui c’è l’accettazione di quello che ti succede. Non dico che ci sia un’apertura ma, beh, la paura è un sentimento innato in tutti noi. Basta riuscire a conviverci.



Il buio e l’inverno sono due rappresentazioni della paura?
Non direi. La paura deriva dal rimanere soli. La paura spaventa e non sai come reagire. L’inverno non mi dà una sensazione di paura perché è una stagione che preferisco all’estate (sorride, Ndr).

Eh, appunto, non vedo Felpa a suo agio d’estate.
L’inverno è un periodo in cui guardo spesso il mondo dalla finestra quando sono da solo e quando fuori piove o il cielo è coperto. È un un’azione che non ripeto mai in primavera e in estate.

Qual è la tua paura?
Non c’è una paura specifica, è più una consapevolezza che hai quando capisci che sei da solo e ti rivolgi al futuro senza sapere che cosa succederà. La paura è uno stato d’animo. Però in qualche modo è tranquillizzante, perché sai di provare qualcosa.

Quanto ha inciso nella composizione il passaggio dall’inglese di Magpie all’italiano di Felpa?
Intanto ti dico che Magpie esiste ancora, siamo solo un po’ fermi. Per anni ho odiato la musica cantata in italiano, ho sempre fatto fatica ad ascoltarla, a parte quei tre o quattro artisti che mi piacevano. Poi ho iniziato a dare più importanza ai testi. Col tempo sono arrivato alla conclusione che sono italiano, vivo in Italia, parlo l’italiano. Ritengo che l’inglese sia per qualcuno una scelta di comodo, perché mette nelle condizioni di non dare troppa importanza ai testi. L’italiano richiede più attenzione e coraggio. E poi è una lingua secondo me molto musicale.

Tempo fa ho parlato con un musicista che suona con un famoso cantautore. Mi diceva che quando arrivi a certi livelli senti il bisogno di avere dei gruppi collaterali con i quali tornare un po’ al livello base, quello degli esordi, perché quando sei a livelli medio-alti rischi di farti prendere dallo stress o di esibirti col pilota automatico. È curioso: i musicisti cercano in tutti i modi di passare dallo status di gruppo che suona davanti agli amici a quello di band che suona davanti ai fan. E una volta raggiunto l’obiettivo si torna indietro. Per te è lo stesso?
Quando con gli Offlaga abbiamo suonato in apertura ai Kraftwerk a Livorno eravamo davanti a quindicimila persone. Per me suonare è una cosa naturale. Se dovessi esibirmi davanti a poche persone non mi disturberebbe, al massimo sarei dispiaciuto per chi ha organizzato la serata. Allo stesso modo, fare concerti davanti a 500 o 1000 spettatori non mi ha mai stressato. Con gli Offlaga è stata una condivisione con persone alle quali voglio bene, alle quali volevo bene. Al massimo il problema vero è di fare tardi a un concerto e svegliarmi la mattina presto per essere in negozio a lavorare. Devo pagare anch’io le bollette e l’affitto ma non mi lamento, fa parte dell’accordo, per così dire.



Com’è nata la copertina del disco?
Inizialmente pensavo a qualcosa di più fotografico ma sarebbe risultato troppo ottocentesco. C’è un mio amico di Foggia, Filippo Quaranta, che fa collage con immagini tratte da riviste anni Sessanta e Settanta che trova nei mercatini. Lui è un fan degli Offlaga e dei Baustelle, siamo andati spesso insieme ai concerti della band di Bianconi. La tuffatrice nel cielo stellato mi ha colpito. Rende bene l’idea di paura, di vuoto, di spazio infinito.

I suoni shoegaze rimandano a un certo tipo di musica anni Novanta. Che cosa ti lega a quella scena? Perché un adolescente di oggi dovrebbe appassionarsi per esempio agli Slowdive?
Per me la musica anni Novanta è stata importante perché l’ho vissuta da adolescente e mi ha fatto conoscere di riflesso la musica degli anni Ottanta, che poi ha avuto su di me un’influenza maggiore grazie ai Cocteau Twins e ai Cure. Faccio un po’ di fatica a pensare che oggi ci possa essere qualcuno in grado di lasciare il segno per i prossimi vent’anni, ma magari è un problema anagrafico mio. I giovani comunque dovrebbero ascoltare gli Slowdive perché sono il gruppo più figo che sia mai esistito. “Souvlaki” è uno dei dischi più belli di sempre. Poi sono molto legato a Paul Weller che dopo i Beatles è uno dei pochi che ha avuto una scrittura candida.

Quanto conta per Felpa la registrazione casalinga e il fare tutto da soli?
Contano molto, da sempre, a prescindere dall’intimismo. Avere la possibilità di registrare a casa con l’attrezzatura giusta mi permette di lavorare su una canzone per tutto il tempo necessario, catturando anche il momento dell’ispirazione. In uno studio invece devo guardare l’orologio e questa è una cosa che mi toglie tranquillità. Con gli Offlaga ho sofferto il metodo di registrazione ma eravamo in tre e in tre abbiamo dovuto adattarci reciprocamente.

Qual è l’errore tipico di chi fa tutto da solo?
Fare tutto da solo senza chiedere pareri esterni. Un consiglio può essere utile.

Noto una tendenza tra alcune nuove band e anche tra certi ascoltatori di musica. Si cerca il suono giusto ma non la canzone giusta. Si ragiona forse molto per perizia tecnica e poco per ispirazione.
Trovo che molti gruppi suonino come molti altri gruppi. Poi magari è un discorso che vale pure per me, anche se l’abbinamento drum machine e shoegaze non è così comune. Tempo fa avevo una chitarra Rickenbacker e mi dicevano che dovevo usare ampli Vox per ricreare il suono inglese. Ma a me l’ampli Vox fa cagare (ride, Ndr), preferisco suonare la Rick con un Twin Reverb. Cerco qualcosa di personale, però mi piacciono gli Slowdive e probabilmente aspiro a quel risultato. A vent’anni cercavo di avere gli stessi effetti a pedale dei miei gruppi preferiti, oggi no.

Sei un maniaco degli effetti?
Sì, abbastanza. Anche se adesso ne ho solo una decina. Con Felpa poi uso due o tre delay, un riverbero e un overdrive, non è che servano chissà quanti pedali.

La tua musica deve essere ascoltata a basso o ad alto volume?
Bella domanda. Non ho mai amato la musica a volume altissimo. Poi se uno lo ascolta con le casse del computer… boh.

Sarebbe una tragedia?
Preferirei che la gente lo ascoltasse con un impianto normale. Avrei voluto fare un vinile ma i costi sono alti. Quindi ho optato per 500 copie in cd, all’interno di ognuna c’è un frame fotografico diverso.

Hai realizzato anche una cover di “Rimmel” di Francesco De Gregori. Come mai?
Mio padre vendeva dischi. Ha smesso di comprare album una volta aperto il negozio e c’è questa libreria di vinili che si ferma intorno all’inizio degli anni Ottanta, il disco più recente credo che sia “Avalon” dei Roxy Music. Tra questi album c’è “Rimmel”. La canzone omonima l’ho sempre apprezzata, mi era piaciuta anche nella versione acustica che si trova nella scaletta de “Il bandito e il campione”. Ho trovato un arrangiamento che mi piace, anche se non penso che De Gregori ne sarebbe contento.

In un’intervista a Rockit Luca Sapio ha detto di odiare i cantautori perché a suo dire hanno rovinato la musica italiana. “Facevamo musica al passo con i tempi, sono arrivati i cantautori ed è finita. Hanno incominciato a pescare i musicisti all'interno delle varie band trasformandoli in sessionmen. Hanno sgretolato una scena mettendola al servizio di una musica autoreferenziale, che non è andata più da nessuna parte. Come possiamo risollevare un mercato musicale se non esportiamo musica? Il brutto è che non ci interessa più esportarla”.
Il cantautore esiste da sempre, anche in America, basti pensare a Elvis. Se abbiamo smesso di esportare musica è perché siamo una popolazione demente (ride, Ndr). Battisti negli anni Sessanta e Settanta faceva arrangiamenti che i gruppi inglesi si sognavano. De Gregori o Guccini erano più classici, ma magari non avevano voglia di andare oltre oppure il mercato non voleva farli andare oltre. C’è da dire poi che molte band, dai Nomadi all’Equipe 84, facevano la stessa musica dei cantautori oppure prendevano a piene mani dal repertorio anglofono e lo ricantavano in italiano. E oggi ci sono cantautori indie che fanno roba non molto diversa da gruppi indie. Mi lascia quindi un po’ perplesso dare la colpa di tutto a un determinato filone musicale.

Molte persone sono rimaste colpite dalla morte di Enrico Fontanelli. Che effetto ti fa vedere una tragedia privata diventare in qualche modo un dolore condiviso?
Capisco il dispiacere provato da gente che ci seguiva, ci conosceva, magari ha parlato con noi ai concerti. Enrico aveva 37 anni, non era un uomo anziano. Era una persona della nostra età, per cui ci si sente un po’ coinvolti, è qualcosa che potrebbe succedere a un amico. È bello che ci sia un riconoscimento di questo tipo e che la gente continui a portare avanti il ricordo di Enrico. La musica che ha scritto è la cosa più importante che ci ha lasciato.

Qual è la canzone degli Offlaga che più di ogni altra rappresenta l’essenza di Enrico come musicista?
La passione e il modo di vedere la musica che aveva lui è presente in ogni brano che abbiamo composto. Enrico aveva idee ben precise e le portava avanti fino alla fine. Forse l’ultimo disco è quello che lo rappresenta un po’ di più per via dei suoi ascolti. Ma il suo contributo è stato fondamentale in tutta la storia degli Offlaga Disco Pax.

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