Foto Profilo: Dardust Intervista

DardustDardust
27/03/2015 di

Foto Profilo è la nostra rubrica di interviste con la quale continueremo a seguire la nostra vocazione primaria: presentarvi validissime band italiane. Le regole sono semplici: con ogni risposta, una foto. Oggi tocca a Dardust, un nuovo progetto di musica strumentale che combina il minimalismo con l'elettronica avant garde.



Sei a tutti gli effetti uno degli unici ­esponenti italiano di una certa musica classica minimalista contemporanea (per capirci quella che naviga dalle parti di Yann Tiersen e Ólafur Arnalds). Perché secondo te questo genere finora è stato poco battuto nel nostro paese, nonostante le nostre radici classiche molto ricche?
Forse proprio perché queste radici classiche molto ricche e un atteggiamento un po’ conservatore e accademico, non hanno favorito un certo tipo di contaminazione per portare un certo genere in un contesto più “popular”. Sicuramente come dico spesso, il sentiero “classico” è minato e delicato e non oserei mai accedervi. Questa “musica minimalista contemporanea” in cui Dardust viene incasellato, non è proprio la definizione esatta di Dardust dove io ci vedo tanto pop e tante mie passioni ed influenze lontane dalla “classica”, come un certo tipo di elettronica, soundscapes nordici, ma anche Sigur Ros, Hopkins, senza tralasciare Einaudi e Arnalds. Ma è sempre comunque riduttivo fare dei paragoni. Se lo chiamassimo “pop strumentale cinematico minimalista”?


Il tuo disco d'esordio si chiama "7", contiene sette tracce strumentali, scritte in sette giorni e prodotte in sette mesi. Credi nella magia e nel potere dei numeri o sei solo un po' superstizioso?

Nessuno dei due. “7” è stato un numero emblematico che è tornato sempre pur non volendolo durante la scrittura e la realizzazione del progetto, fino a casi davvero eclatanti. Vedevamo 7 ovunque e 7 era ovunque. Quando ad esempio sono partito per milano per presentare il project a Klaus Bonoldi della Universal, il treno partiva dal binario 7 e avevo la carrozza 7 col posto 7D.


I tuoi pezzi sembrano fatti apposta per accompagnare le immagini di un film, e penso non sia esclusa un'esperienza del genere nel tuo prossimo futuro. In caso capitasse, che tipo di film pensi sia più adatto alla tua musica. Oppure, se preferisci: di quale tipo di film preferiresti accompagnare le scene?

Quando ho pensato alla trilogia, il secondo disco (che dobbiamo ancora scrivere) aveva come titolo di lavoro “Original soundtrack for my imaginary fantascientific movie”. Quindi ad oggi sicuramente fantascientifico. Non a caso i due video diretti da Tiziano Russo sono una sorta di piccolo film spaziale raccontato a puntate, ossia i tre singoli. Siamo partiti con ”Sunset on M”, in cui il bambino astronauta, dopo lo schianto in seguito a un viaggio spazio­temporale, si sveglia sul pianeta “M” e ricostruisce il suo passato da “adulto” attraverso alcuni indizi, per proseguire col prequel di “Invisibile ai tuoi occhi" in cui si racconta del viaggio dell’astronauta (adulto) prima dello schianto. Il terzo video sarà “Enjoy the light” e vedremo come si chiude la storia.


Ho visto alcuni video del tuo live alla Miniera delle Arti di Ascoli Piceno. L'atmosfera era assolutamente magica: luci studiatissime, colori evocativi e una nebbiolina che avvolgeva ogni strumento. Ogni tuo concerto è così curato?

Ci piacerebbe dove è possibile curare tutto al massimo sotto ogni aspetto ma in alcune location dovremo adattarci. Adesso abbiamo aggiunto anche la parte visual che è fondamentale nei luoghi dove non riusciamo a creare l’ambiente surreale con luci e “nebbia” grazie al lavoro di Pietro Cardarelli di TheWingsArt Studio. L’obiettivo iniziale quando abbiamo allestito la Miniera delle Arti dove è stato filmato il film­concerto “7” era quello di abolire le pareti tramite fumo e luci in modo da lasciare lo spettatore totalmente spiazzato rispetto alla percezione del “luogo” della performance.


"7" è il primo disco di una trilogia dedicata a tre città: Berlino, Reykjavik e Londra. Perché dedicare dei dischi a delle città? Hai già pronto il secondo e il terzo, e se sì, che direzione prenderanno?

Sono già stato a Settembre a Reykjavic al “Greenhouse studio” a scrivere qualcosa. Ho registrato almeno una decina di track che non ho mai voluto riascoltare. Oggi in aereo mentre tornavo a Berlino, dopo 6 mesi ho riascoltato per la prima volta queste nuove idee e devo dire che c’è tanto materiale che mi piace molto. Di sicuro a Reykjavic c’è una nuova scena anche più elettronica capitanata da project come GusGus o Kiasmos e ci vorremmo spingere ancora di più in quella direzione, ossia club­oriented. Abbiamo appena terminato un remix per i Blond Redhead e ci è servito per focalizzare meglio questa direzione.


Prima di dedicarti al progetto Dardust hai scritto canzoni per Fedez, Marco Mengoni, Fiorella Mannoia, Cristiano De André, Francesco Renga, Irene Grandi, Alessandra Amoroso, Emma, Marco Carta, Annalisa e tanti altri. A sentire i pezzi contenuti in "7" sembra impossibile: come riesci in questo "sdoppiamento" musicale?

Da laureato in psicologia posso affermare che la diagnosi è “Disturbo di personalità multipla”? A parte gli scherzi, scrivere per il pop non vuol mica dire essere per forza “unilaterali”. Oggi ad esempio ci sono tanti validissimi cantautori della nuova scena come Diego Mancino, DiMartino, Francesco Bianconi, Ermal Meta, Alessandro Raina e tanti altri che scrivono canzoni pop per interpreti pop. Tornando al mio discorso, credo che la versatilità sia una delle mie caratteristiche. Quando facevo la scuola elementare conoscevo tutti i dischi di Bowie, U2 e Depeche Mode a memoria e non venivo certo considerato un bambino normale, però parallelamente ascoltavo anche Claudio Baglioni e gli Europe. La diagnosi è grave vero?

 

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