C’è ancora chi pensa al disco come a un organismo vivo, qualcosa che richiede tempo, relazioni e una certa dose di ostinazione per esistere davvero. Doppia mozzarella, nuovo album di Dargen D'Amico, nasce esattamente così e non poteva essere altrimenti: lontano dalle logiche veloci della discografia contemporanea, costruito pezzo dopo pezzo tra studio, collaborazioni e stratificazioni emotive. Un lavoro denso, personale, che attraversa il rapporto tra umano e macchina, tra errore e intenzione, senza mai perdere di vista il cuore del racconto. Ne abbiamo parlato con Dargen.
Doppia mozzarella è un disco corposo, come il gusto della pizza appunto, con tanti suoni da ascoltare e tante storie da capire. Com'è nato?
È un disco fatto in maniera un po' vintage, passando del tempo in studio con persone con le quali ho accumulato rapporti personali negli ultimi anni; ci sono un po' tutti i musicisti che ho incontrato nel mio percorso e con i quali ho condiviso palchi e scritture di pezzi. È un disco che si è preso un paio d'anni per essere realizzato, quindi sono il primo a sapere che è un po' fuori dai canoni della produzione discografica di questo momento: i dischi hanno perso molto valore, anche da un punto di vista di prodotto discografico.
Che valore ha invece per te questo disco?
Per me ha ancora un significato quasi catartico, di pulizia di tutte le energie che hai accumulato in quel dato periodo storico e che tu riversi in maniera creativa nella musica, cercando di renderle positive. So che è un disco analogico, che ha previsto il contatto e prevede un contatto anche nell'ascolto, cioè la possibilità che gli si dedichi qualche minuto in più. La musica drena molte energie e se tu sei fedele al racconto di quelle energie e la metti nella musica e ti trovi anche in un periodo storico particolare, è chiaro che poi tutto questo vada a finire nel disco, è inevitabile che sia così denso.
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Tredici brani e nessun featuring canonico, è un disco solo tuo.
Non ci sono grandi featuring da un punto di vista assoluto, però da un punto di vista personale sì: anche se sono l'unico interprete delle canzoni, tutti quelli che hanno collaborato al disco sono grandi featuring per me. Non è che avessi nessun tipo di pregiudizio nei confronti dei feat canonici, però poi i brani si sono stratificati, conclusi. E questo ha fatto sì che il disco diventasse molto personale, sicuramente concentra il mio racconto emotivo degli ultimi due anni di vita su questo pianeta.
In Storie però sembra che canti anche qualcun altro con te, invece sei sempre solo tu.
Sono sempre da solo, sì, semplicemente interpreto diversi punti di vista e quindi con i mezzi che Dio mi ha dato che ovviamente sono quello che sono, ho cercato di distanziare i livelli del racconto modificando leggermente l'interpretazione vocale. Evidentemente ci sono riuscito.
Un po' sulla struttura del disco: apri con il brano AI e chiudi poi con Ipertesto, le due canzoni incentrate sui computer, sulle macchine.
Sono due canzoni che trattano l'argomento in maniera anche molto distante: Ipertesto è un brano concepito come flusso di coscienza, sta meno attento ad alcune regole ritmiche, e quindi permette di scrivere più liberamente e di andare forse anche più in profondità; invece AI è molto legato anche alla scelta ritmica, alla scelta di raccontare i tardi anni Settanta, quando il computer entra a far parte della musica. È una metafora che mi sembrava adatta anche per descrivere il momento nel quale stiamo vivendo, cioè il quasi passaggio alla musica, in questo caso generata completamente dalla macchina, che vede l'uomo come assemblatore, come direttore artistico.
In Ipertesto alla fine parli proprio con il PC?
Sì, parlo con la macchina, che è quello che facciamo tutti in realtà, in momenti di sincerità e di chiarezza nella nostra stringa di ricerca stiamo parlando con la macchina. Questo disco è pieno di questioni legate al rapporto uomo macchina, perché evidentemente il passaggio di testimone tra l’uomo e la macchina che sta avvenendo e che è avvenuto in questi momenti, in questi mesi, in questi anni chiaramente rende quest'epoca particolare per chi la vive dall'interno. Poi magari tra qualche anno rideranno dei nostri timori, però il fatto che stiamo cedendo la responsabilità civile, etica, morale alla macchina mi mette molti dubbi.

In conferenza stampa pre Sanremo dicevi che è anche per questo motivo se la musica è sempre più tutta uguale, anche lei è stata affidata alle macchine?
Quello è un discorso anche legato a delle scelte molto chiare della discografia italiana che lavora per filoni e tende a fare pochissima ricerca. Nel momento in cui trova un filone ricco invita tutti gli autori, i compositori, gli artisti a mettersi su quell'unico filone; il che tende a inaridirlo. Prendiamo il brano estivo, che comunque ha un suo valore rituale perché d'estate si allungano le giornate. Le persone hanno voglia di incontrarsi, di vivere con gli altri, è una cosa molto sana, però se poi tendi a fare la copia della copia della copia della copia, anche quel rito lì perde di sacralità.
Una canzone molto bella è L'ascensore sotto tutti i punti di vista: come mai ha una prospettiva femminile?
La vedo come una mia interpretazione del tema di Cenerentola riportato al giorno d'oggi, però è la favola che non ha un lieto fine, come spesso capita anche nelle favole quando ti vogliono dare delle avvertenze. È molto complicato staccarsi per raccontare una figura in una canzone, io cerco di riscrivere quello che vedo, di tradurre in maniera abbastanza fedele un'immagine a parole. Può sembrare paradossale e può sembrare una perdita di tempo, ma dopotutto non è questo quello che fa la musica, far passare il tempo e permettere al cervello di tradurre dei segnali astratti in immagini concrete?
Io sfido l'intelligenza artificiale a scrivere dei pezzi così, con delle sonorità così, lì dentro, ma anche negli altri brani, c’è proprio il cuore.
Io credo che l'intelligenza artificiale della macchina imparerà anche le sensazioni, per esempio, di chi perde l'ascensore sociale. Per adesso forse non è ancora così, non possiamo neanche pretendere che la macchina faccia una musica sbagliata, una musica che contempli l'errore e che lo renda scelta stilistica come è nel mio caso; io non cerco di mascherare certi errori, anche perché sarebbe una partita persa in partenza, dato che io cerco invece di raccontarli anche musicalmente certi errori, certi glitch della realtà che si trasformano in glitch musicali.

Le tue canzoni e i tuoi dischi contengono le tue storie, i tuoi ricordi e si sono evoluti con te; Qual è la differenza più grande tra fare dischi quando hai iniziato e oggi?
La mia è l'evoluzione di una musica fatta in casa. Il mio primo disco era la collezione di esperimenti che facevo al computer, con persone che conoscevo in quel momento anche e soprattutto per uno scatto che la tecnologia aveva fatto, rendendo democratica la produzione musicale e la registrazione. All'inizio degli anni Duemila ogni voce iniziava a poter comunicare, anche se molto lontana dal megafono dell'industria musicale di oggi, quindi ho cominciato a fare musica "peer to peer": è la mia voce che arriva alle tue orecchie ed è un rapporto diretto, di dialogo quasi, in cui io parlo con l'ascoltatore e in qualche modo racconto nella canzone le risposte che l'ascoltatore potrebbe darmi perché sono tutti dialoghi, colloqui emotivi interni in cui cerco di creare un equilibrio tra i poli della mia emotività.
Quando scrivi e componi ci pensi al fatto di essere davvero capito? Ti interessa?
Le canzoni raccontano sia il polo più distante e altrettanto quello più vicino, sia la profondità che l'assoluto più in alto. Io ho sempre concepito le canzoni one to one, testa a testa, vis a vis, quindi da quel punto di vista si può allargare questo rapporto che non è chiaramente esclusivo tra l'autore e l'ascoltatore, però io credo che abbia dei limiti proprio strutturali questo tipo di scrittura come la mia. Può succedere che ci siano dei momenti in cui ti trovi nel posto giusto al momento giusto e che le cose si allarghino, però non lo so, non ho mai fatto quel ragionamento e penso che sia anche più sano per me continuare a vedere la musica come l'ho sempre vista, come un modo per traghettare delle sensazioni e permettere ad un'altra persona di fare la stessa pulizia interiore che ho fatto io.
Ultima curiosità: hai un cane, vero? C’è sempre qualcosa di “canino” nelle tue canzoni.
Sì, è vero. È arrivato nella mia vita un animale a quattro zampe e me ne sono reso conto anche io che c’è molto cane nel disco. Io, per esempio, soffro un po’ del fatto che deve aver il guinzaglio, anche se so che è per la sua sicurezza: ragionamenti così mi hanno permesso di trasporre determinati pensieri in musica.
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L'articolo Dargen D'Amico: "Quando fai la copia della copia, anche il tormentone perde la sua dignità" di Carlotta Fiandaca è apparso su Rockit.it il 2026-03-27 17:16:00

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