Cinemavolta - Day bar - Montichiari (BS), 30-03-2003 Intervista

13/06/2003 di Federica Gozio

Gruppo attivo da 5 anni, con alle spalle numerosi cambi di formazione Cinemavolta sembrano aver raggiunto un ottimo assetto che vede alla Max Tozzi voce/chitarra, Stefano Fornasari al basso, Michele alla chitarra, Luca “Groove” Perna ai suoni ed ultimo, ma solo in ordine cronologico di ingresso, il giovanissimo studente di conservatorio Andrea Moè alla batteria.

Il gruppo è già noto alla scena musicale, seppur in veste electro-pop, avendo partecipato ad importanti festival bresciani (Monasterock, Festa dell’Unità Provinciale, Palazzo Broletto...), diversi concorsi su scala nazionale (Birrotec@rock, Cavalamusica, Spazio Giovani, Notturno musicale di Urbino...), avendo suonato al fianco di importanti artisti - tra gli altri Miele, Massimo Volume, Monovox e Cesare Basile - e partecipato a diverse compilation (tra le quali, con il pezzo “Certi dubbi”, quella di “Tendenze 2000”, prodotta dalla Face record).

Attualmente impegnati nella registrazione del nuovo lavoro al ‘Magical Mistery Studio’ di Padova, con la supervisione di Francesco “Burro” Donatello (fonico dei Julie’s Haircut), rimango fortemente colpita, durante un live, dalla loro musica e incuriosita dal loro passato ho voluto approfondire la conoscenza dei cinque autori - anche se in questa occasione è assente Michele - di quello che si prospetta essere un ottimo lavoro.

Doti e cultura musicale indiscusse, numerose idee da concretizzare e un’ironia disarmante le caratteristiche principali del gruppo. Portavoce è il song-writer Max.



Inizierei con un piccolo excursus storico sul gruppo visto che ha subito molti cambiamenti, sia di formazione che per quanto riguarda l’espressione artistica…
Tutto ha inizio nel 1998 quando Stefano ed io, dopo una breve collaborazione nei Paint Box, decidiamo di unire le nostre esperienze musicali per lavorare ad un nuovo progetto tutto nostro.

Essendo solo in due iniziamo a fare musica elettronica e tra le altre cose ci occupiamo di sonorizzazioni per una mostra e di colonne sonore per diversi eventi. Mano a mano che collaboriamo, ci accorgiamo però che il nostro ‘prodotto’ ci piace e, di conseguenza, iniziamo con i primi investimenti finalizzati all’allestimento di uno studio di registrazione e successivamente al reclutamento di altre persone.

I primi ad unirsi sono due validi musicisti provenienti dai Grafiteluna, Luca “groove” Perna e Michele Campetti, e successivamente Marco Guerrini (Habanera). Con questa formazione, nel 1999, auto-produciamo il nostro primo mini cd “UR”, che si compone di cinque pezzi di chiara matrice electro-pop, ispirati soprattutto agli anni ottanta e con una massiccia presenza di campioni. A questo punto, nel 2000, c’è il primo cambio di batterista: Marco viene sostituito da Matteo Olivieri (Casamatta) ed iniziamo a lavorare a nuove canzoni. Ci sono anche le prime esibizioni live, sebbene con pochi pezzi, ma ci piace già da subito fare cover un po’ particolari: ad esempio suoniamo spesso “5 ’clock in the morning” dei Village People in una crasi con “Kashmir” dei Led Zeppelin - una cosa un po’ surreale.

In questo periodo i testi, scritti da me e Stefano sono in italiano, ed è Stefano a cantarli. Otteniamo numerosi successi, partecipiamo a concorsi, ed iniziamo anche a girare per l’Italia. Ma ad un certo punto sentiamo l’esigenza di cambiare per fare un ulteriore salto e cerchiamo una voce femminile, che troviamo in una cantante molto dotata, Maria Luisa Balzi, per la quale iniziamo a scrivere brani e con la quale partecipiamo anche a molti festival estivi. La collaborazione con Maria Luisa però si interrompe e ci rivolgiamo così ai possenti vocalizzi di Bianca Maria Sciarra, con cui realizziamo un nuovo cd - intitolato semplicemente “ep” - prendendo un po’ le distanze dall’eccesso di elettronica del primo lavoro.

Interrotto il rapporto anche con Bianca e con Matteo, entra in scena AndreaMoè, batterista perfetto, geniale e …… giovane, con cui iniziamo una collaborazione perfetta. Sulla scia dei cambiamenti passo io alla voce. Avendo infatti sempre scritto i brani, mi convinco della necessità di un’interpretazione più vicina al clima della loro stesura. La decisione è velatamente osteggiata da tutti, da me per primo, ma intraprendiamo comunque questa strada. Cambiano anche i suoni con una riduzione sempre maggiore dell’elettronica e inizia così una nuova strepitosa avventura.

Cambiamento di sonorità e svolta anche nei testi, con il passaggio alla lingua inglese. Se consideriamo che alle spalle avete ben una trentina di brani in italiano, perché questa scelta?
Ci sono linguaggi che penso siano nati insieme alla musica. Secondo noi è giusto che l’inglese sia la lingua principe del rock perché lo stesso è nato con questa lingua, e vogliamo mantenere questo legame. Ciò non vuol dire che non ci siano buone canzoni rock in lingua italiana o che non si possa fare altrimenti - noi stessi non escludiamo di tornare alla lingua madre - ma si tratta di sperimentazione e in questa fase l’inglese fa parte di una scelta estetica che ben si adatta alla musica che in questo momento facciamo. Penso che i nostri brani suonino bene proprio perché in inglese. Sentiamo i suoni delle nostre chitarre più adatti a certe parole e viceversa. Forse in italiano sarebbero risultati più retorici.

Non si tratta quindi di una scelta di comodo, l’italiano è forse più vincolante ed è più facile che i testi scadano nel banale richiedendo maggiore impegno.
E’ vero che quando scrivo in italiano tendo ad utilizzare una terminologia, prendimi con le pinze, più ‘colta’. Ma l’inglese si presta a strepitosi giochi di parole, perché il significato dei vocaboli è più vasto e allo stesso tempo è più esotico. Inoltre ci sono parole che in italiano non riuscirei a pronunciare, quindi il cambiamento di lingua è più consono a questa fase che mi vede impegnato anche al canto.

Tanto per farti un esempio, la parola ‘love’ ha suono estetico ed un significato caricato di tutte quelle sfumature che la musica rock nel tempo le ha dato; non riuscirei mai a pronunciare la parola ‘amore’ in una canzone.

Quindi la presenza - e poi l’uscita di una figura femminile -, e l’inizio della tua attività come cantante ha in qualche modo influenzato il modo di scrivere?
Sì, decisamente. Per me magari era più facile scrivere cose che non dovevo pronunciare. Ad ogni modo i Cinemavolta sono un laboratorio e l’uso di una voce femminile è stata un’esperienza nonché un esperimento per verificare se quella era lo nostra strada.

Ora scrivo per la mia voce, ma può essere solo un passaggio. Certo è che con le persone che compongono ora il gruppo l’attività va ben oltre lo scopo artistico. Abbiamo raggiunto una forte simbiosi… é un po’ come avere un morbo.

Passando ai testi, in questa fase di sperimentazione quali sono gli argomenti principalmente trattati nelle vostre canzoni?
Fondamentalmente vertono su di me, o meglio sui miei aspetti universalizzabili. Ha colto nel segno Stefano quando in un comunicato stampa ha affermato che vertono sulle debolezze umane, quelle debolezze in cui molti possono identificarsi. Poi ci sono canzoni che nascono da semplicissimi aneddoti; ad esempio “Alien from morse” nasce dal fatto che una mia amica diceva di sentire dei suoni intermittenti di notte ed io ho iniziato a scherzare sostenendo che sentisse messaggi alieni provenienti, invece che da Marte, da Morse (ed ecco qui un gioco di parole che in italiano non sarebbe stato possibile). Da questa amenità si sviluppa però un argomento più vasto affrontato con estrema ironia, ovvero la tendenza degli innamorati a credere a qualsiasi cosa, anche la più assurda: non ho tempo per te perché sono impegnata a codificare messaggi alieni! Il testo è tanto ironico quanto drammaticamente vero.

Ci piace offrire diversi piani di lettura partendo da un aneddoto qualunque sino a toccare argomenti profondissimi, il tutto con ironia, elemento molto presente in tutta la nostra musica: nei testi, nei suoni, nelle melodie. Sì, insomma la nostra filosofia si basa fondamentalmente sull’essere cazzoni. Si può scrivere? Ci terremmo abbastanza!

Riporto pedissequamente quanto dichiarato! Il passaggio dalla musica pop a sonorità indie manifesta la vostra esigenza di entrare a far parte diciamo di un nicchia musicale?
Noi non sentiamo di aver cambiato nulla... siamo ancora pop e se accidentalmente siamo anche indie-rock è solo perché in questa fase della nostra evoluzione sperimentiamo un certo tipo di sonorità, mantenendo però la nostra base che è pop. I suoni che usiamo, e che sono cambiati molto nel tempo, sono il frutto di una nostra esigenza e non di una ricerca di genere che ci avvicini ad una certa nicchia di ascoltatori. L’essere indie è solo un atteggiamento snob che non ci interessa. So che è banale, ma noi abbiamo la presunzione di fare musica e basta. E la ‘musica-e-basta’ oggi si chiama pop.

Dunque cosa vuol dire essere pop?
Pensiamo che fare musica pop significhi non avere limiti, non avere inibizioni, perché tutto è pop. Vuol dire essere musicisti di questo secolo (e di quello precedente…): noi ci sentiamo pop, ma siamo prima di tutto Cinemavolta. Sperimentiamo diversi ambienti che però viviamo con la consapevolezza di rimanere sempre noi stessi, senza immedesimarci troppo e senza prenderci troppo sul serio. ma ciò non significa che non mettiamo il massimo impegno in quel che facciamo.

A questo proposito vorrei proprio citare uno dei miei idoli incontrastati, ovvero Elvis Costello; lui passa da canzoni quasi punk a canzoni serissime, ma resta sempre Elvis Costello. E’ sempre la stessa persona che fa diverse cose non prendendosi troppo sul serio e contemporaneamente credendo fino in fondo in quello che sta suonando.

La vostra identità dunque non cambia a seconda della musica che proponete?
Non amiamo la figura dell’artista che sale sul palco pensando di essere una semi-divinità baciata dalla fortuna. In realtà egli occupa solo un ruolo come molti altri. Noi siamo noi stessi, cialtroni professionali, umili egocentrici, e forse per questo rari nel panorama troppo spesso compiaciuto della musica indipendente italiana.

A tal proposito, recentemente siete tornati ad esibirvi dopo molto tempo dal vivo, e come esordio avete calcato il palco del ‘Donne&Motori’ di Brescia. Nel mio resoconto ho espresso alcune perplessità sulla performance live, definendola poco coinvolgente e carismatica, nonostante i pezzi fossero strepitosi. La lontananza dal palco, il riproporvi con una nuova formazione ed un nuovo stile, quanto ha condizionato il concerto?
Abbiamo passato molto tempo in studio per il disco. Le prime esibizioni ci sono servite come test soprattutto per la tenuta dei brani e per riprendere dimestichezza con le nuove canzoni, in particolare per me che mi trovo nel nuovo ruolo di cantante. Non ci esibivamo da più di sei mesi, e per di più il palco del ‘Donne&Motori’ non è un palco accomodante; non lo è per il tipo di pubblico, e non lo è soprattutto perché siamo di Brescia - ricordo ancora personaggi locali di calibro elevato fischiati con violenza e penso che il pubblico bresciano sia il migliore per non concedersi alle proprie band non ancora affermate. Penso che alla base delle tue osservazioni ci sia un modo di vedere la musica che contrasta con il nostro: credo non abbia senso salire sul palco cercando di convincere la gente della propria genuinità con un po’ di recitazione. E’ vero che il rock‘n’roll è recitazione, ma noi siamo i Cinemavolta e preferiamo mostrare la nostra musica così com’è, senza compiacimento o arroganza pur credendoci veramente fino in fondo.

Dal vivo, oltre ai pezzi del nuovo cd, vi cimentate anche in una cover piuttosto curiosa, ovvero “Cant get you out of my head” di Kylie Minogue, forse ulteriore manifestazione della vostra ironia. Come vi è venuta l’idea di riproporre proprio un tormentone come questo?
L’intento è da un lato dissacratorio e ironico, ma dall’altro è estremamente serio e propositivo. Vogliamo infatti mostrare come una canzone, che per un’eccessiva esposizione sembra avere detto tutto, possa trasformarsi in un lamento molto scuro ed evocativo. Questo è il potere del pop: trasformare e trasformarsi continuamente spostando i propri confini. Noi ci divertiamo molto, ma se ci si ferma ad ascoltare il testo di quella canzone, ci si accorge di quanto si può ancora dire variando semplicemente il modo in cui una musica si esprime.

A questo punto Max si impossessa del registratore e mi sostituisce

Max a Luca: Le tre cose più importanti con la ‘p’?
Luca “groove”: Pizza, pirlo, pxxxxxx.

Max ad Andrea: Come ti senti con la patente da un giorno?
Andrea: Energia in movimento!

Max a Michele: Cosa ne pensi dei White Stripes?
Michele: (silenzio)

Max a Stefano Cosa vuoi dire a Leonardo che ancora non è nato?
Stefano: Di uscire presto a vedere quello che sta fuori.

Ok Max, “fatti una domanda e datti una rispostabr> Le tre cose per cui vivere? “Amleto”, “Kind of Blue” di Miles Davis e l’Italia che vince i Mondiali dell’ottantadue.

Grazie per il vostro tempo e soprattutto per avermi portata in questo bar. Spero che tutti abbiano presto la possibilità di ascoltare il vostro strepitoso cd.
Grazie a Rockit!

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