Demonology HiFi - Ascoltare la musica del passato per scrivere l'elettronica del futuro Intervista

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23/05/2017 di

Abbiamo intervistato Max Casacci dei Subsonica per farci raccontare del progetto Demonology HiFi, e ne è venuta fuori una bella chiacchierata piena di speranza sul presente e il futuro della musica italiana. Dall'enorme internazionalità dei nuovi artisti italiani ai consigli su come trovare l'ispirazione per scrivere un pezzo, Casacci ci ha illustrato la sua visione della musica da ballare. Ma non solo. Venite a ballare sui beat di Demonology HiFi il prossimo sabato 27 maggio al MI AMI Festival (qui i biglietti)

Partiamo dalla genesi: com'è nato il progetto Demonology HiFi?
Demonology Hifi è nato in seguito ad alcune esperienze di dj set che io e Ninja ci siamo divertiti a fare in questi anni. Esperienze non necessariamente orientate ad un genere specifico, il mondo della bass music era quello di riferimento, ma il gioco era quello di scompaginare i generi inserendo anche brani insospettabilmente provenienti da altre epoche. Per esempio, in mezzo a una selezione più dubstep, qualche anno fa, ci picchiavamo dentro “Black Dog” dei Led Zeppelin. Ci siamo resi conto che questo gioco piaceva e divertiva molto e l’abbiam presa più sul serio: abbiamo iniziato a crearci dei nostri beat nelle selezioni e alla fine avevamo prodotto un bel po' di materiale. A quel punto abbiamo deciso di prenderla ancora più sul serio e di dare una forma anche narrativa: creare un habitat, non solo immaginario, di riferimenti anche extramusicali. Gradualmente, esperimento dopo esperimento, è nato "Inner Vox", direttamente in consolle.

Per tutta la durata del disco è presente un ronzio di insetti. Cosa rappresenta a livello simbolico?
Ha molte interpretazioni, è come fosse una sorta di voce della coscienza, un ronzio quasi inudibile che però è presente, che ti costringe a intraprendere un dialogo con te stesso. Del resto, i testi delle canzoni hanno come tema comune il dialogo interiore. Il ronzio esprime questa cosa: si potrebbe anche non voler dialogare con se stessi ma, se non lo fai, rimane come una nota dissonante, in sospeso.

Per l’uomo, il rumore di insetti è quasi disturbante, quindi la coscienza potrebbe aver a suo modo questa caratteristica?
Sì esatto, questa è un’altra interpretazione possibile. Infatti, l’insetto l’abbiamo anche intonato, abbiamo creato dei fraseggi melodici, ogni tanto “canta” in certi brani.

Ho identificato il ronzio, anche suggestionato dalla copertina del disco, più precisamente come quello di una mosca. Questo animale mi fa pensare a due fattori: la contaminazione e una sorta di dualismo tra morte e rinascita. Si potrebbe quasi considerare che il disco rappresenti il “risveglio” di una coscienza assopita?
L'album aveva prettamente la finalità di far ballare, ma siamo molto contenti che derivino varie interpretazioni dal lavoro fatto. Non era nostra intenzione dare una forma compiuta, cioè chiudere il cerchio. Noi abbiamo stratificato una serie di suggestioni nostre, dal punto di vista sonoro e dal punto di vista tematico, insieme ai nostri ospiti, ma gli album, almeno quelli che ci hanno tenuti svegli di notte in tutte le estati della nostra vita, sono sempre stati album che lasciavano qualche cosa di sospeso, che si potevano indossare ed interpretare su misura.

Altro fattore, la contaminazione. Nel disco sono presenti generi diversi legati alla bass music, vengono destrutturati, rielaborati, creando una sorta di ibrido. Quanto conta l’ibridazione nel tuo approccio artistico e oggi ha ancora senso parlare di genere?
Ha senso parlare di genere nella misura in cui facilita la comprensione delle cose. Noi non ci muoviamo all’interno di un genere, questa è la premessa, ci muoviamo all’interno di un arcipelago di riferimenti, che hanno appunto a che fare con la bass music. Guardiamo le cose con un po' di distacco che ci rende facile riassumere anche intere decadi. Seguire lo sviluppo della bass music, significa guardare agli anni ’90 come fossero ieri. Questo preambolo per dire che già da subito, anche quando facevamo dj set, non ci interessava suonare prima degli altri l’ultima release di Beatport.
Ci interessava creare un percorso che fosse nostro: una ricerca non tanto dell’ultima cosa nuova, che peraltro trovi, ma dell’attinenza tra un brano nuovo e interessante, che porta l’asticella più in alto aprendo delle nuove prospettive, e un passato inevitabile. Tutto quello che si evolve è ancorato da qualche parte, che sia un passato prossimo, che sia un passato remoto. Esistono fili che si possano legare. Nel nostro live set ci lanciamo in abbinamenti abbastanza arditi: ci puoi trovare un pezzo dei CCCP o un brano dei Depeche Mode remixato reggae, il riff di “Tubular Bells” esattamente come puoi trovare un pezzo degli Eagles. Da questo punto di vista la contaminazione è necessaria, ma è una contaminazione che ha a che fare con diversi piani storici. Soprattutto, non essendo così necessariamente legati ad un codice, ci rifiutiamo di dare la nostra interpretazione della drum&bass piuttosto che della dubstep. Semplicemente, come dicevi tu, destrutturiamo un’associazione globale che in qualche modo accomuna questi generi in qualcosa di diverso: il pezzo più “drum&bass” dell’album è il singolo che abbiamo realizzato con Birthh, “Line”, ma tecnicamente non è un classico drum&bass.
Ci interessava molto creare quel tipo di suggestione ma senza utilizzare la lettura didascalica del genere. Questa è la filosofia di tutto l’album e in un certo senso quello che può renderlo anche internazionale.

Infatti, nonostante i riferimenti, le sonorità sembrano totalmente innovative.
Esatto, semplicemente, è la ricerca di qualcosa di indossabile senza imbarazzi, totalmente nostro, ricordandoci della nostra esperienza e dei nostri percorsi. Non possiamo presentarci improvvisamente suonando trap.



Anche se l’avete appena fatto con il remix di Bello Figo…
Sì, è la musica che stiamo ascoltando di più in questo momento e probabilmente le nostre letture ne risentiranno per molto tempo, però sarà sicuramente una lettura come quella che ti raccontavo prima. Poi il remix per Bello Figo è stato fatto chiaramente per il live, ci siamo semplicemente divertiti a fare il gioco di abbinamento; c’è meno ricerca musicale e molta più voglia di avere delle tracce funzionali al live set.

Entrando nel merito dell'album, vorrei parlare prima della sezione ritmica che è sempre incalzante, non c’è spazio per una pausa, per una riflessione. Al contrario, la presa di coscienza sembra arrivare attraverso il furore, il movimento.
Se ci pensi è anche lo stesso principio che ti spinge al trance in certe tradizioni musicali, spirituali e di musica di guarigione, per esempio. La danza fino allo sfinimento che noi abbiamo in Italia, nel Salento, ha anche molto a che fare con determinate ritualità africane, con il movimento del corpo al di sopra di un tessuto sonoro, cioè la purificazione che arriva dall’aver esaurito tutte le energie, continuando a ballare. Fondersi con il tessuto sonoro è certamente qualcosa a cui ci siamo rifatti nella nostra scelta di produrre un flusso sonoro “martellante”, molto ritmato, che però ha anche le sue aperture. Ad esempio, il brano cha abbiamo realizzato con Populous dà un attimo di respiro, però in effetti è un album che ti agguanta così: ritmicamente.



In “Fino al giorno in cui”, in collaborazione con Cosmo, rimangono due parole indelebili: artista e ansia. Che rapporto c’è tra di loro?
Per scrivere le canzoni con una certa ambizione, che non siano semplicemente delle canzoni da intrattenimento, bisogna alzare un po' le antenne. Bisogna trasformarsi in qualche cosa che riesce poi a risuonare in modouniversale, cioè connetterti con tutte quelle persone che poi dovranno fare vivere queste canzoni. In qualche modo sei un po' senza filtro ed assimili di tutto. Ti esponi anche a determinati stati d’animo, ti metti in una collocazione nel mondo che non è sempre accomodante. Quindi la vita d’artista è anche fatta di piccole ansie, di piccoli tic quotidiani, anche e soprattutto dell’ansia di perdere tutto quello che sei riuscito a conquistare con la musica, la tua posizione di ruolo, anche di importanza tra le altre persone. Non c’è nulla che ti dice che questa cosa qui rimarrà per sempre e corri il rischio magari di perderla: questa è una delle principali ansie della vita da artista. Contemporaneamente è anche riuscire ad intercettare le ansie altrui. In più in questo periodo, l’ansia, è proprio uno dei temi delle nuove generazioni, fatta d’incertezze, guardare il futuro, magari anche con maggior determinazione e più consapevolezza di potercela fare solo con le proprie risorse, ma sempre e comunque un futuro che non è esattamente un cielo terso.
Queste cose qua, quando scrivi una canzone, quando sai che la stai scrivendo per condividere cose con delle persone che hanno vent’anni oggi, le devi fare tue in qualche modo.

Abbiamo già citato un po' delle collaborazioni presenti nel disco. La maggior parte sono artisti giovani e talentuosi che, con le dovute eccezioni tipo Cosmo, non sempre riescono ad arrivare al pubblico davvero grande.
Per troppo tempo abbiamo ammantato di ingiustizia tutta la questione di musica più o meno impegnata e impegnativa rispetto alla musica di maggiore successo. È vero che in Italia in questo momento c’è un regime di disattenzione abbastanza sconfortante: la musica ha perso il suo ruolo centrale. Fai anche delle cose nuove anche a livello internazionale, ma ti rendi conto che tendenzialmente devi proprio bussare forte la porta delle orecchie delle persone perché non c’è un’attenzione, una voglia di andare a cercare qualcosa di nuovo, anzi… ma questo fa parte di un altro discorso. In realtà quello che sta succedendo è che le nuove generazioni musicali, semplicemente, hanno abolito i confini come riferimento, cioè, Birthh ad esempio incide per un’etichetta di San Francisco, i Niagara per la Monotreme di Londra, Popolous è uscito con “Night Safari” per la Bad Panda, perché è preferibile, ma non perché sia una scelta obbligata da un clima. Semplicemente, non esistono più quei confini. Credo che sia dovuto alla consapevolezza che il territorio d’azione sia più ampio e che sicuramente è più appagante e meno sconfortante relazionarsi con diversi ambiti culturali che non siano quelli nazionali. Credo anche che ci sia proprio una forma mentis diversa nei musicisti, che si indirizzano verso i luoghi e le situazioni che sono più stimolanti.



Una visione che parte con una predisposizione globale e meno territoriale.
Esatto, e per la prima volta! Infatti a noi è piaciuta tantissimo una cosa di questi artisti: forse per la prima volta ci troviamo di fronte ad una generazione che guarda oltre il confine senza complessi di inferiorità. Non si teme più il confronto, non ci si sente più come qualche anno fa: la geografia del rock e del pop è sempre stata molto anglosassone, c’erano i Paesi di serie A e di serie B, non ce lo raccontavamo ma lo sapevamo benissimo. Adesso non è più così, è tutto quanto più livellato, ce la si gioca in modo diverso. Magari gli artisti che hanno creato dei rapporti in altri Paesi hanno dei management più preparati, più strutturati, dei funzionamenti di carattere non solo artistico migliori: se il tuo manager sta a Los Angeles, New York, Londra è molto probabile che le tue possibilità di accedere a certe opportunità siano migliori, questo va detto. Però dal punto di vista artistico è bello che questi ragazzi con cui abbiamo collaborato non si sentano cittadini di serie B nella musica, anzi, non si pongono minimamente il problema.

Come avete scelto gli artisti con cui collaborare?
Ho un aneddoto relativo a “Line”, il brano con Birthh: avevamo questa base che ci sembrava in qualche modo che avesse a che fare col femminile, ci sarebbe piaciuta una voce femminile. Una sera, mentre stavo lavorando con i Deproducers, mi sono messo su Rockit, anche un po' attratto da questo fattore, come ti dicevo prima, di generazione musicale internazionale proprio per volontà, ed era la settimana in cui il video della settimana era “Chlorine” di Birthh. Ho pensato subito “cazzo ma lei è perfetta!”. Dubitavo che potesse interessarle un discorso come il nostro, perché nonostante gli stimoli elettronici la radice era più sei corde, un altro mondo. Però la scelta è caduta su di lei proprio perché ho aperto il sito di Rockit e nulla avviene per caso, lo strumento, per certi versi, ha accelerato questa presunta casualità. In qualche modo Rockit ha fatto nascere anche una bellissima amicizia.

Ci fa tantissimo piacere sentirtelo dire. Abbiamo parlato di luoghi e di spazi. Sembra, in un certo senso, che la musica elettronica stia rivendicando nuovi spazi, in senso fisico. Penso ad esempio al set al teatro sociale di Como, piuttosto che al progetto Deproducers, ai lavori di installazione con Daniele Mana…
La musica elettronica è meno rappresentativa ma più oggettiva rispetto alla musica rock, e per questo motivo dialoga meglio con gli spazi, con le architetture, con tutto ciò che c’è intorno: si integra meglio nel contesto rispetto alla canzone, rispetto ad un linguaggio che prevede un utilizzo più codificato di strumenti. Se metti un brano di musica elettronica in un palazzo barocco, anche dei linguaggi elettronici molto semplici riescono a risuonare perfettamente in spazi storici, architettonici completamente diversi. In più, la musica elettronica è meno ingombrante come tipo di necessità tecnica, al di là di quello che è la fonte di diffusione sonora, suonare musica elettronica vuol dire, per esempio, utilizzare meno microfoni, palchi più contenuti ecc. Questo fa si che sia anche più facile andare ad infilarsi in luoghi che non sono predisposti per lo spettacolo. Sono questi i due motivi fondamentali per cui c’è la possibilità di portarla fuori dai circuiti normali, il che vuol dire anche fuori dalla banalità che i luoghi predisposti ai concerti hanno: delle forme estetiche che si ripetono, che sono molto funzionali, che devono sottostare a tutta una serie di norme di sicurezza, che sono cariche di sponsor che alleggeriscono i costi, ma che comunque asciugano un po' l’immaginario. È bello che la musica possa venire a contatto con un luogo insolito, che sia aperto, naturale, architettonico… Creare questi giochi significa anche uscire da certe routine. È bello per lo stesso motivo per cui è bello con un laptop poter scrivere 3/4 di un album mentre stai viaggiando in treno, piuttosto che non entrare in studio di registrazione e accedere a un luogo che già comunque si usa con le stesse modalità da un sacco di tempo. Mentre stai scrivendo, ad esempio in treno, guardi fuori e vedi un paesaggio che tu non hai scelto, perché poi è anche questa la cosa interessante: il fatto di non esser tu l’artefice della location e neanche del momento in cui l’idea musicale prende forma. È bello creare presupposti per lo stupore, questa è una cosa fondamentale.



In un certo senso quindi, la grossa novità è proprio che lo stupore si crei durante la composizione.
Sì, ha molto a che fare proprio con la musica elettronica, con le possibilità che ti fornisce. Questa cosa la puoi fare solo quando viaggi leggero, quando hai praticamente uno studio di registrazione in una mano. Poi ci sarà una fase, che in questo caso abbiamo fatto allo studio Andromeda, come per i dischi dei Subsonica, ma lì vai a fare il cambiamento di suoni, ma è bello che la scintilla possa nascere in un luogo che non avevi prestabilito. I luoghi ti influenzano e l’idea prende forma in modo magari diverso rispetto a mettersi davanti ad un foglio bianco.

Cambio totalmente ambito: progetti per l’immediato futuro?
Ci sarà un album realizzato con Daniele Mana e con l’aggiunta di un jazzista, Emanuele Cisi: ci saranno partecipazioni di fama internazionale come Enrico Rava, Furio Di Castri e Gianluca Petrella. Non mi addentro troppo perché lo presenteremo il 30 Maggio, però quello che posso dirti è che sarà fatto come i precedenti esperimenti con Daniele, a partire dai suoni della materia, da un contesto narrativo, fatti con i rumori della nostra città, Torino, registrati di giorno e di notte, in qualsiasi situazione: i rumori del lavoro, i mezzi di trasporto, le fabbriche, gli stadi, le fontane, i mercati a scandire il ritmo di una sorta di sinfonia che poi si esprime per voce dei jazzisti della città. In realtà non svelo nulla di nuovo perché questo album segue un esperimento live fatto lo scorso anno per il Festival jazz di Torino, in cui abbiamo già presentato in anteprima questi brani che si ancorano a dei luoghi precisi della città.

Abbiamo parlato di tanti artisti giovani, che consiglio ti senti di dare alle nuove generazioni?
Di essere se stessi, nel senso che si parte sempre da uno stimolo per forza di cosa derivativo, quella cosa che ti fa affrontare innanzitutto l’apprendimento musicale e tecnico necessario per arrivare poi a poterti esprimere: si àncora sempre ad un momento che hai vissuto grazie alla musica di qualcun altro però arriva un certo momento in cui devi chiederti quale sia il tuo specifico. Per accelerare il percorso, una cosa utile può essere andare a cercare la propria specificità in un ambito anche extra musicale, nelle passioni, gli interessi, qualche cosa che ti smuova. Usare dei parametri che ti possono derivare da esperienze fatte al di fuori, per formulare la tua musica. Questo è alla base di tutto.

I Demonology HiFi ci faranno ballare al MI AMI Festival, sabato 27 maggio. Vi consigliamo di prendere le prevendite qui.

Tag: elettronica

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