C'è speranza per il punk italiano: intervista ai Derozer Intervista

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11/01/2018 di

Il mese prossimo si esibiranno a Berlino in una data speciale con la Banda Bassotti, ma i Derozer nonostante una breve pausa dopo il 2008 non hanno mai smesso di macinare km per portare nel mondo il punk-rock italiano, e hanno anche da poco pubblicato l'album "Passaggio a Nord Ovest". Ci siamo fatti raccontare come vivono l'essere punk oggi e dove trovano la voglia per spaccare ancora.

Questo nuovo album, “Passaggio a Nordest”, è il primo disco di inediti dopo “Di nuovo in marcia” del 2004. Tra i due lp c’è stato un vostro periodo di pausa dalle scene (dal 2008 al 2012) e il ritorno con la raccolta “Fedeli alla tribù”. Quando vi siete messi all’opera su questi nuovi pezzi, quindi, avete immaginato il nuovo lavoro come un nuovo inizio o come un ponte tra quello che c’è stato fino al 2004 e quello che ci sarà da oggi?
In realtà anche durante le pause ho sempre continuato a scrivere testi e musiche. Quindi questo nuovo disco non è altro che la normale evoluzione delle cose. Volevamo un disco che suonasse alla Derozer, ma con suoni e arrangiamenti contemporanei. Siamo molto soddisfatti dell'obiettivo raggiunto.

Qual è stata la cosiddetta “molla” che vi ha fatto capire che era ora di tornare con un nuovo lavoro?
Senza dubbio il calore e l'affetto con cui siamo stati accolti nel tour del 2016, ci ha fornito l'energia e la benzina necessaria a rimetterci nuovamente in gioco.

“Passaggio a Nordest” si apre con “Io credo in te”, una canzone dedicata ai sogni e ai sacrifici da fare per realizzarli, in cui dite di lasciar perdere “chi dice di mollare, avanti a testa bassa, c’è un mondo da conquistare”. Voi di sacrifici ne avete dovuti sopportare diversi, per poter portare il buon vecchio punk italico in giro per il mondo. Tra questi qual è stato il momento più difficile da superare?
Sicuramente a ridosso del 2008 abbiamo attraversato il momento più duro, tanto da indurci a prendere la nostra prima pausa di riflessione. Le vendite dei dischi erano ormai crollate per i motivi che tutti sappiamo. Per sopravvivere suonavamo praticamente sempre. Tornare da 40 date di fila in tutto il mondo e faticare a pagare affitti e bollette accumulati è davvero dura.

A proposito di “non mollare”, anche il primo singolo dell’album, “Vecchio punk”, parla di questo, dell’importanza di essere sempre se stessi e non arrendersi mai anche se la gente giudica senza comprendere e gli amici di una volta, magari imprigionati dagli orari e gli impegni della vita di famiglia, non riescono più a venire ai concerti. Com’è nato questo brano e cosa rappresenta per voi?
Il brano è nato guardandomi attorno ai concerti punk rock a cui tuttora assisto, e non parlo del concerti mainstream ovviamente. Della mia generazione che frequentiamo attivamente la scena siamo rimasti davvero in pochi, sembra che le passioni abbiamo una scadenza legata all'età, da 20 a 30 anni puoi fare questo, poi dai 30 ai 40 quest'altro e via così. Sono invece fermamente convinto che si debbano seguire le proprie passione finché c'è l'energia per farlo e finché se ne trae un qualsiasi beneficio. Quindi avanti tutta, avanti Punk!!

Cosa vuol dire, secondo voi, essere punk oggi, sia da un punto di vista prettamente musicale che per quanto riguarda l’attitudine utile ad affrontare un mondo in cui spontaneità e libertà sono concetti sempre meno conosciuti?
Dal punto di vista attitudinale, oggi come ieri essere Punk significa seguire la propria strada, credere nelle proprie passioni, alimentandole ed alimentandoci con esse. Nella musica essere Punk significa esprimersi attraverso di essa senza compromessi alcuno, one two three four!

Oltre agli inediti, nel disco è ripreso un brano già contenuto nella raccolta “Fedeli alla tribù”, ovvero “Zombie”, che è in linea con quello che potremmo definire il “concept” di questo lp. Ma qual è stata la ragione per cui avete deciso di riprenderlo e inserirlo anche in “Passaggio a Nordest”?
“Zombie”, così come “Vecchio Punk” e “Camminerò da Solo”, sono i tre brani attorno alla quale è nato il concept di “Passaggio a Nordest”. Inoltre abbiamo sempre cercato di dare una “casa” ad ogni brano e "Zombie" non ne aveva una vera e propria. Abbiamo deciso quindi di risuonarlo e riarrangiarlo dandogli il posto che gli spettava, all'interno di un album.



In “Una giornata non basta” dite giustamente che non basta soltanto una giornata “mondiale” contro la violenza sulle donne o contro il razzismo o gli abusi sui minori, e definite queste giornate “giorni dell’ipocrisia” perché spesso il giorno dopo si torna alla vita di sempre. Qual è quindi l’idea che consigliereste per far “fare a tutti un po’ di più”?
Ormai ogni giorno è dedicato a qualcosa, sembra quindi che basti parlare dei problemi una tantum per liberarci la coscienza. Non è così, bisogna impegnarsi ogni giorno per migliorare le cosa. Essere rispettosi degli altri, della natura e della libertà, lavorando ogni giorno nel nostro piccolo per migliorare il mondo. Trovo queste giornate maledettamente ipocrite.

Sono passati quasi trent’anni dalla vostra formazione e durante questo lungo periodo si sono avvicendati musicisti, concerti, esperienze, avventure, dischi e molto altro. Con il senno di poi, rifareste tutto nello stesso modo o cambiereste qualcosa?
Il problema dei Rozzi è sempre stata la velocità, questi trent'anni ci sono letteralmente scivolati tra le mani. Spesso le decisioni erano prese con una velocità tale da non essere valutate al meglio. Con il senno di poi, qualcosa cambierei, ma davvero poco poco.



Ci piace ascoltare chi come voi ha tante cose da raccontare, per cui ci svelereste un aneddoto legato all’esperienza più bizzarra che vi è capitata dal 1989 ad oggi?
L'estate indiana, la maledettissima estate indiana, era forse il tour mondiale del 2002, nella via per il Canada, era previsto uno scalo di un giorno a Pittsburg. Era fine Ottobre e noi eravamo vestiti in modalità inverno. In Pennsylvania invece in quel periodo arriva una corrente di aria calda dal deserto del Texas e porta la temperatura a 30 gradi, la chiamano estate indiana. Quindi per Pittsburg giravano tre italiani con guanti piumini e cappelli di lana. A Montreal invece trovammo metri di neve e tutto tornò normale.

Quanto vi sembra cambiata la scena punk nazionale durante questi anni e come immaginate il futuro dei buoni “vecchi punk” che ancora resistono?
Chiaramente gli anni passano e le nuove generazioni godono di tecnologie e apprendimenti diversi dalle precedenti e è impensabile che non siano quindi diverse. Trovo un sacco di cose buone nella nuova generazione di punk-rockers e noi “vecchi” non dobbiamo far altro che segnare loro la strada, infondendo in loro il coraggio e la grinta per non mollare... mai!

Tag: punk intervista

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