È uno scorrere di acqua lenta il fil rouge che attraversa i quaranta minuti de L’improbabile piena dell’Oreto, il nuovo disco di Dimartino. Un flusso intimo e agreste che lega insieme dieci brani, accompagnando chi li ascolta senza fretta, tra fiumi, rabbia, ricordi e piccole resistenze quotidiane. Un clima raccolto, quasi sospeso, che scorre placido: proprio come l’Oreto, il corso d’acqua palermitano scelto dal cantautore siciliano come simbolo di un’umanità che nasce limpida e inevitabilmente si sporca attraversando il mondo, nel tentativo di trovare la propria strada.
Ed è anche per questo che L’improbabile piena dell’Oreto suona come un ritorno all’essenziale. Dopo gli anni condivisi insieme a Colapesce - due dischi, altrettanti Festival di Sanremo, un film e tour sempre più grandi culminati nell’ultimo (forse) viaggio teatrale con tanto di orchestra sinfonica - Dimartino torna infatti a una dimensione più nuda e personale: chitarra acustica, arrangiamenti ridotti all'osso, pochissima elettronica e canzoni lasciate respirare senza inutili sovrastrutture.

Una filosofia del 'less is more' che sembra trovare il suo spazio ideale proprio nei teatri. Non a caso, il prossimo 11 maggioDimartino salirà sul palco del Filodrammatici di Milano per una speciale anteprima del MI AMI 2026: due concerti completamente unplugged - uno alle 19:00 e l'altro alle 21:00 - in cui presenterà dal vivo i brani del nuovo disco insieme ad alcuni pezzi del suo repertorio, in una veste più scarna e raccolta.
Per l’occasione abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui tra il fascino misterioso dei fiumi, Federico García Lorca, la rabbia come animale domestico e il bisogno, oggi più che mai, di tornare alla semplicità di una voce e una chitarra.
Partiamo dal titolo del disco: L’improbabile piena dell’Oreto è un’immagine che incuriosisce subito. Da dove arriva?
L’Oreto è il fiume che attraversa Palermo. Nasce pulito e, man mano che scorre dentro la città, si sporca sempre di più fino ad arrivare alla foce, dove tenta di entrare in mare. "Tenta" perché, soprattutto negli anni ’70, la foce dell’Oreto è stata uno dei luoghi in cui la mafia scaricava i detriti della speculazione edilizia del sacco di Palermo, causando una devastazione enorme, dovuta soprattutto a una cementificazione quasi bulimica. Per noi palermitani il fatto che l’Oreto riesca comunque ad arrivare al mare è diventato quasi un simbolo di resistenza. E mi emozionava l’idea del parallelismo tra questo fiume, che nasce limpido e si sporca attraversando la città, e l’essere umano, che allo stesso modo nasce puro ma poi, entrando in contatto con la società, inevitabilmente si contamina. Però resiste. E in qualche modo riesce comunque a trovare la propria strada.

Nel disco c’è una vena molto intima. Dopo un’esperienza enorme come quella con Colapesce, questo lavoro è figlio anche di un desiderio di tornare a una dimensione più raccolta, più "a misura d’uomo"?
Mi sono semplicemente abbandonato a un flusso. Non mi sono fatto troppi pensieri su dove venivo o dove volessi andare. Anche nelle scelte sonore, L’improbabile piena dell’Oreto è un disco molto intimo che, in maniera naturale, si riallaccia alla mia carriera solista, ai dischi che avevo fatto fino al 2019. Quella con Lorenzo è stata un’esperienza bellissima, che mi ha arricchito tantissimo dal punto di vista creativo. Ci ha fatto affacciare a mondi molto diversi dai nostri, conoscere musicisti lontani da noi e contaminarci a vicenda. Io ho imparato tantissime cose da lui e spero sia successo anche il contrario. Tornare a fare un disco solista è stato soprattutto un ricongiungimento con la voce che avevo lasciato da sola nel 2019. E, in questo momento storico, sono contento che L’improbabile piena dell’Oreto non sia un disco "da playlist", "da classifica" o pensato per grandi spazi. Probabilmente, quello che sentivo, era proprio l’esigenza di riportare la canzone a una forma più nuda. Per questo mi piacerebbe che venisse percepito come un disco folk: musicalmente sono partito infatti da una chitarra acustica, attorno alla quale ho costruito un tessuto di cori di cinque donne, un’orchestrazione d’archi e pochissima elettronica, senza voler iper-produrre il suono o allinearlo a quello che oggi passa in radio.
Nel corso dell’album torna continuamente la natura, soprattutto l’acqua dell’Oreto. In una Sicilia che nell’immaginario viene raccontata quasi sempre attraverso il mare, cosa rappresenta per te l’acqua dolce?
Il fiume, per me, è un elemento abbastanza misterioso. Io, per esempio, non ho mai fatto il bagno in un fiume, anche perché quelli vicino a casa mia erano quasi tutti asciutti. Mi affascinano i segreti che, almeno ai miei occhi, aleggiano su un corso d’acqua dolce: il fatto che, con la sua corrente, tu possa lasciargli qualcosa e che quel qualcosa possa arrivare altrove. Il fiume trasporta sempre cose e, in qualche modo, custodisce misteri. Questa immagine mi ha stimolato moltissimo nella scrittura, perché mi ha portato all’idea dello scorrere: il tempo che passa, le cose che perdiamo, quelle di cui non abbiamo più bisogno nelle nostre vite. In questo senso il fiume diventa una specie di contenitore - anche se sconosciuto - di cose perdute che, magari, un giorno puoi persino ritrovare.

Oltre all’italiano compaiono lo spagnolo e l’inglese, con citazioni di Federico García Lorca e Joseph Conrad. Come mai hai sentito il bisogno di aprire il disco anche ad altre lingue e letterature?
Lorca è da sempre uno dei miei poeti preferiti. Ha una particolarità rara: dentro le sue parole sembra esserci già una melodia. Quando leggi una sua poesia, è come se la musica venisse fuori naturalmente. Ha poi questa capacità incredibile di raccontare temi enormi - la vita, il tempo, lo scorrere delle cose - attraverso elementi semplici e tangibili come il fiume, l’uccello o la rosa. Per questo mi sembrava perfetto da citare in questo disco, soprattutto con Agua, ¿dónde vas?, che mette proprio il fiume al centro di tutto. Anche musicalmente il pezzo prende molto dalla musica sudamericana, un mondo sonoro a cui mi sono affezionato molto. In Conrad, che è una traccia quasi strumentale, ho invece voluto un coro di cinque donne che canta un passaggio di Cuore di tenebra. Anche qui l’elemento fondamentale è il fiume Congo: c’è questo marinaio, Charles Marlow, che racconta il suo viaggio e a un certo punto dice "Going up that river was like travelling back". Per lui, risalire il fiume è un po' come tornare indietro nel tempo, fino alle origini del mondo. E questa idea dello scorrere che però ti riporta indietro mi sembrava in linea con quello che volevo raccontare nell’album.
Il disco si chiude con Storia della mia rabbia, che ha un’energia diversa da quella degli altri brani, quasi più ruvida. Come mai hai scelto di inserire un'ultima crepa nel flusso così "naturale" de L’improbabile piena dell’Oreto?
Mi piace immaginare che ognuno di noi allevi, fin da piccolo, una specie di animale: la propria rabbia. Cresce insieme a noi, viene nutrita, educata, trasformata nel corso degli anni. Potrebbe anche distruggerci, ma il più delle volte resta lì, come un animale che dorme sotto al tavolo e che, ogni tanto, torna fuori. Mi emoziona l’idea dell’educazione alla rabbia, del rapporto che ciascuno di noi costruisce con essa. Come nasce? Quando è stata la prima volta che l’abbiamo provata? E poi come cambia nel tempo: magari si ammansisce con la nascita di un figlio, oppure si trasforma dopo la morte di un genitore o dopo un viaggio. Cambia colore, il suo pelo diventa più spesso: diventa qualcos’altro. Penso che persino la rabbia dei politici sia qualcosa che andrebbe indagato. Uno come Trump, per esempio: com’è diventato così? Com’era da piccolo? Cosa ha vissuto per diventare una persona tanto rabbiosa? Credo che, imparando a gestire meglio questa emozione che ognuno di noi prova, riusciremmo anche a gestire meglio molte delle sorti del mondo.

Poco più di un anno fa concludevi, insieme a Colapesce, il tour nei teatri. Adesso presenti questo nuovo disco al Filodrammatici di Milano, come anteprima del MI AMI. Cosa cambierà, stavolta, rispetto alle tue precedenti esperienze "teatrali"?
L’ultimo tour fatto insieme a Colapesce è stato incredibile: né io né lui avremmo mai pensato di poter portare un’orchestra sinfonica in giro per l’Italia. E il teatro era il luogo ideale per quel tipo di esibizione. In questo nuovo tour, invece, oltre ai teatri suonerò anche in alcune chiese, giusto per aggiungere un tocco in più di “misticismo” al tutto. Saranno concerti ridotti davvero all’essenziale: solo chitarra e voce. L’unico “accessorio” sarà l’accordatore. Non ho voluto nessuna mediazione: niente pedalini, loop station o basi preregistrate. Volevo che tutto fosse completamente nudo.
Tipo l’Unplugged di Neil Young…
Beh, diciamo che quella è l’idea - sorride, ndr - naturalmente con tutte le dovute differenze. Da spettatore, quei concerti mi emozionano molto perché oggi tutto è mediato: dalla produzione del suono fino al concetto stesso di mega-show. Tornare all’essenzialità di una performance voce e chitarra, secondo me, diventa quasi un atto politico. In un momento in cui persino le canzoni iniziano a essere scritte con l’Intelligenza Artificiale, vedere un cantautore da solo sul palco, con la sua voce e la sua chitarra, mi sembra qualcosa di necessario: una risposta al silenzio che si è creato in questi ultimi anni.
Quest’anno MI AMI compie vent’anni, e in queste due decadi la musica italiana è cambiata radicalmente. Tu dov’eri vent’anni fa? Che idea avevi della musica e di quello che sarebbe diventato il tuo percorso?
Minchia - ride, ndr - mi costringi a fare un bello sforzo di memoria! Nel 2006 avevo pubblicato Maschere felici, il secondo disco con la mia prima band, i Famelika. In quel periodo eravamo in tour insieme a Rita Borsellino, la sorella di Paolo, per sostenere la sua candidatura alle regionali. In qualche modo stavamo facendo una piccola forma di resistenza al cuffarismo. Avevo 23 anni, frequentavo i centri sociali ed ero pieno di ideali. Pensavo davvero di poter cambiare qualcosa, anche se poi, col tempo, mi sono reso conto di essere stato un po’ illuso. Ma credo sia normale a quell’età.

Ormai il MI AMI è un po’ casa tua: ci hai suonato da solista diverse volte e nel 2024 ci sei tornato da headliner insieme a Colapesce. Hai un ricordo particolare legato al festival? Che sensazione ti dà stare su quel palco?
Essendoci salito per la prima volta nel 2011, ho visto una buona parte dell’evoluzione del festival. Secondo me il MI AMI racconta bene il cambiamento che ha attraversato la musica italiana in questi anni: non solo come sono cambiati gli artisti, ma anche quanta consapevolezza avevano prima e quanta ne hanno adesso. Oggi chi fa musica è molto più "cosciente" di chi la faceva allora. Prima c’era un approccio più ingenuo, anche nel vivere festival come questo. Ricordo che nel 2011 suonai alla Collinetta, nel pomeriggio. Ed è stato uno dei primi concerti, peraltro a Milano, in cui ho visto delle persone cantare le mie canzoni. Per me fu una cosa assurda, perché all’inizio della mia carriera ero mosso proprio da quella sana ingenuità che ti fa sembrare impossibile che un tuo pezzo possa passare in radio o essere cantato sotto un palco. E il MI AMI è stato uno dei primi posti in cui ho visto accadere questa cosa.
Quella ai Filodrammatici sarà una delle prime occasioni per ascoltare questi pezzi dal vivo. Possiamo aspettarci qualche sorpresa?
Assolutamente sì. Per scoprirle bisogna venire però a teatro.
---
L'articolo Dimartino è un fiume in piena di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-05-08 14:00:00

COMMENTI