Dj Balli - Che cos'è un dj? Intervista

Dj BalliDj Balli
10/12/2015 di

La nostra consueta domanda “Che cos’è un dj?” posta a Balli assume subito un valore diverso. Negli anni ’90 è stato uno dei primi a suonare breakcore in Italia, ha coltivato una passione per i giradischi e per il ruolo del dj analizzandone la storia e le varie interpretazioni, da quelle mainstream fino alle forme più radicali. Ci parla di blob, di McLuhan e della differenza tra un disc jockey e un music entertainer. 

Parto con una domanda scomoda, o una provocazione, se vuoi: ho l'impressione che il djing nella sua forma più “pura” (due dischi mixati per creare una narrazione ballabile) appartenga alle generazioni passate. Credo che oggi il ventenne non vada sul palco a fare il dj “puro e semplice” perché quell'approccio non gli interessa minimamente. Che cosa ne pensi?
Guarda, io ho un punto di osservazione privilegiato di questo fenomeno perché insegno in una scuola per dj che combina un corso di produzione musicale con i software classici del mestiere e un corso per dj. Io a Bologna mi occupo del secondo e insegno tecniche di mixaggio, dando anche un'infarinatura di storia del djing e qualche elemento legale... Come immaginerai i frequentanti sono molto giovani e vengono chiaramente con in testa un bel po' di video di Tomorrowland e altri grandi festival di musica elettronica visti su YouTube. Quando si iscrivono al mio corso lo fanno dunque con il presupposto mentale che il dj sia quello che sta sul palcoscenico, e quindi vogliono essere dj per quello, non perché gli interessi capire come si può creare qualcosa di musicale mescolando due tracce differenti. L’EDM ha cambiato in questo senso l'orizzonte culturale delle nuove leve perché nel contesto dei grandi festival il dj smette di essere tale per diventare una sorta di animatore.

Con Claudio Coccoluto si diceva proprio questo infatti: si parlava di come vi sia una confusione fra ciò che dovrebbe fare un dj e che cosa facciano invece David Guetta e Avicii sul palco del grande festival EDM.
Sì, quello che fanno loro è music entertainment e dovremmo definirli così: non “dj” ma “me”, music entertainer. Che è una dimensione diversa che io rispetto, per carità. Ma io continuo a fare il dj, pur essendo un music producer che potrebbe suonare solo tracce proprie. Sono d'accordo con te, credo che questo discorso stia scomparendo. Io cerco di mantenere la conoscenza della storia tecnica e culturale del djing nei miei corsi nonostante l'impoverimento dovuto a questo nulla cosmico che è l’EDM, la cui stessa definizione è un paradosso terminologico, se ci pensi... “Electronic dance music”: vuol dire tutto e niente! Ci sono però secondo me due segnali positivi in questo momento: il ritorno del vinile, che sicuramente ha un movente collezionistico, e il rinvigorirsi della cultura del mixtape fatto circolare sui social network e sulle piattaforme specializzate. Quest'ultimo secondo me è un segnale di resistenza importante. Nel mixtape su Internet l'elemento scenografico è perso, e quindi l'attenzione è nuovamente spostata sulla selezione delle tracce e sul loro mixaggio. Credo che alla fine lo scenario che si presenterà sarà quello di una nicchia del djing sotto il grande ombrello del music entertainment. Che è un po' quello che è successo al turntablism, che è diventato nel tempo una nicchia del djing stesso.

Il tuo approccio nei dj set è molto più vicino al collage musicale che al mixaggio tradizionale.
Assolutamente. Ripeto, io sono anche un produttore ma la mia dimensione dal vivo è rappresentata dalla creazione tramite il mixaggio di questo blob sonoro di provenienza eterogenea. Uso le tecniche tradizionali come il beat matching o il beat juggling in maniera molto frenetica, e questo mi porta un po' a spiegarti che cosa mi interessa della figura del dj. Io sono un appassionato di Marshall McLuhan e in particolare del suo libro “Gli strumenti del comunicare”, in originale Understanding Media. In questo volume McLuhan analizza i singoli mezzi di comunicazione di massa e fra questi troviamo il giradischi. Io ho sempre inteso la figura del dj legandola a quel capitolo del suo libro, e qui torno al discorso del blob sonoro: il dj, oltre ad essere un intrattenitore, è per me anche un “hacker della comunicazione”. È un disturbatore sociale, o un terrorista sonoro. Ed è quello che fa la trasmissione Blob da tanti anni in televisione, creando una conflittualità di messaggi e visioni che io cerco di portare nei miei dj set: la giustapposizione di sonorità che risveglino (perdonami la sinestesia) visioni uditive “altre”.

In questo senso ovviamente la figura di David Guetta è lontana anni luce da te.
Chiaramente, perché più che intrattenere io cerco di disturbare. L'umorismo anche nero è parte integrante del mio discorso musicale, non a caso uso molti campionamenti da film particolari ed altre fonti sonore perturbanti. Ovvio, la musica è importante, così come lo è la tecnica: tornando a McLuhan e alla sua più celebre opera, “The Medium is The Massage” [che in italiano abbiamo tradotto come “Il medium è il messaggio”, perdendo così la forza omofonica dell'inglese “massage/message”, massaggio/messaggio, NdR], per me come mixi è fondamentale anche per come canalizzi il messaggio. Che può voler dire anche mixare male in certi casi, proprio per creare quell'azione di disturbo di cui ti dicevo.

In maniera diversa questo discorso è venuto fuori anche con Coccoluto che mi raccontava della soddisfazione che gli procura far ballare la gente grazie ad un disco inaspettato. Nel loro desiderio di intrattenere molti dj hanno abdicato alla necessità di proporre la scoperta musicale e il senso di meraviglia che ne deriva. Invece che desiderare di scuotere l'ascoltatore, gli vanno incontro confermandolo nei propri gusti musicali, come fanno gli algoritmi di ascolto su Spotify. Credo che tu sia l'unico in Italia ad avere scelto un approccio così radicale.
Credo di sì, anche se io a mia volta ovviamente ho avuto i miei maestri ispiratori. Su tutti i KLF di James Cauty e William Drummond che hanno sempre visto nella musica house ed elettronica in generale la possibilità di esprimere alcune idee delle neoavanguardie che mettessero in discussione l'entertainment e i sistemi culturali dominanti. È anche interessante il fatto che tu nomini Spotify perché ci fa ritornare alla domanda iniziale: che senso ha mettere dischi nel 2015 quando hai un'infinità di playlist a disposizione, così come un sacco di mixati di dj famosi in rete? In una situazione di totale confusione, con il concetto di club che sta praticamente morendo, io tendo a non dare nulla per perso.

Tag: che cos'è un dj?

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