Trabant - Dobbia (GO), telefonica, 10-11-2007 Intervista

14/11/2007 di

(I Trabant - Foto da internet)

Un cantante sperduto in una fredda campagna notturna. Vecchie auto della DDR e Punto gialle customizzate. Lubiana, Zagabria, Pordenone, Udine e Trieste. Messaggi nascosti nei brani dei Daft Punk. Case di riposo e comitati per il diritto al sonno. Ragazze che non la mollano e ragazzini fuori per gli Iron Maiden. Tutto questo e di più nelle parole di Giovanni De Flego, il cantante della “band meno italiana d’Italia” . Signori, ecco i Trabant.



Il primo dubbio da chiarire è se è vero che “interviews on telephone are a waste of time”.
No, assolutamente, anche perché Rockit è uno dei pochi siti che ho tempo e voglia di leggere. Rockit e Ideologic.org.

Perché “Trabant”?
Prima facevamo un altro genere, e suonavamo insieme da un sacco di tempo. Il primo nome era orripilante e non rispecchiava cosa facciamo ora. Dopo un lunghissimo brainstorming dove sono uscite cose come “Le chat noir” o "La passione secondo Teresa”, abbiamo scelto Trabant perché è un po’ di sinistra, un po’ “comunista”, anche se i testi non sono così politici: più che altro ci piaceva questa macchina costruita con nulla, di cartone pressato, che comunque va avanti. Poi siccome siamo passati da cinque a quattro, è come se avessimo quattro ruote motrici.

I Trabant sono stati definiti “la band meno italiana d’Italia” e Nikki di Radio DeeJay, passandovi, credeva foste di Manchester. Non è difficile immaginarvi in un club di NY. Ma siete di Trieste.
Ma Trieste è una città molto poco italiana, anche come scena: non ho mai conosciuto persone che seguissero la scena italiana. Pensa che la roba più seguita in passato qui era l’hardcore. E poi ha un bel ruolo la vicinanza geografica con Lubiana, che è una capitale europea, dove arrivano cose fighissime e la musica ha tutto un altro tipo di considerazione rispetto a Trieste, che era la morte civile fino a tre anni fa. E c’è anche Zagabria. I miei concerti della vita li ho visti lì. Se poi ci unisci le cose che ascolti da bambino: nessuno di noi a casa aveva musica italiana. Il batterista è un fan di EL&P: è terribile fargli fare delle cose minimali. Mio padre ha un vasta collezione di dischi, in cui la musica italiana sarà il 3%. Seriamente. E le cose italiane che ascolto ora e ho riscoperto sono molto poco italiane: Lucio Battisti, che già il fatto collaborasse con Mogol la dice lunga di quanto poco s’interessasse delle parole, e io mi riconosco molto in questo. La grande discriminante tra musica italiana e non è che quella italiana parte da melodia e testo, quella d’oltremanica prima dall’arrangiamento e dalla musica. Poi c’è Flavio Giurato: è oltre, è il mondo come dovrebbe essere, è tanto figo da non poter essere definibile, non risulta mai forzato pur avendo arrangiamenti complicatissimi. I CCCP sono una figata assoluta: razionalmente è tutto sbagliato nella loro musica, ma suona tutto perfetto. Alexander Robotnik l’ho nel cuore per i suoni che ha tirato fuori: “Amo le elefantesse morte” è un pezzo che per me è nel gotha. Daniele Baldelli è un altro maestro assoluto: i miei primi ascolti sui dischi di mio padre erano tutti di elettronica. E poi, c’è Giorgio Moroder: dici “I feel love” e hai già spiegato tutto. Qualsiasi dj ti dirà che quello e “Blue Monday” dei New Order sono i due pezzi da avere assolutamente. Ha fatto troppe cose fighe per essere vero: ha dei suoni incredibili.

I Trabant confortano in un panorama italiano che vede molti artisti così schiacciati dalla tradizione da risolversi in un passatismo puro e sterile: criticati da qualcuno per “esterofilia”, siete invece tra coloro che finiscono per rinnovare la musica italiana. Eppure le critiche aprono comunque un dibattito sul confine tra adesione al modello estero e inserimento in un discorso internazionale.
È lunga come cosa, tanto complessa quanto personale. Di mio poi non cago le critiche positive, ma vengo colpito da quelle negative: ho scoperto un sacco di gruppi contemporanei che non ho mai cagato, li ho sentiti e non c’ho trovato niente di quello che faccio. Non conoscevo i Maximo Park, dei Franz Ferdinand avevo sentito due pezzi, sono andato a sentirmi i Planet Funk e mi son piaciuti perché son tamarri, musica da semaforo, che esce da un Audi TT o da una Punto customizzata gialla. Questo tipo di critiche segnala che a noi e a queste band piacciono le stesse cose del passato. Non posso copiare i Rapture, che considero pure già passati: piuttosto entrambi copiamo i Cure o i Sister of Mercy. Ma quando suoniamo non pensiamo mai a queste cose: ci divertiamo. Il nostro è un disco fatto col disincanto dei ragazzi di provincia. Non m’interessano queste cose: mi basta divertirmi.

Sul web si mormora di “un piano per mandare all’estero” i Trabant e sul vostro blog si legge di “Danesi in vacanza in Sardegna che sono a dir poco entusiasti del concerto tanto che, vestendo magliette Trabant, decidono che devono organizzarci una data in Denmark”. Cosa bolle in pentola?
È una cosa molto figa, perché nasce spontanea. Poi non so se andremo davvero lassù perché certe affermazioni dipendono anche da quanto alcool si è assunto. Se accadrà, sarà vieppiù divertente.

Trabant, Amari, Riotmaker: come mai tutto 'sto funky in regione?
È un caso, perché a Trieste non c’è coscienza di nulla di quel che si fa, mentre a Udine ce n’è un sacco. Per cui parlare di scena del Friuli Venezia Giulia non ha senso. A Udine e Pordenone hanno un modo molto diverso di vedere le cose: i gruppi di là magari suonano peggio ma hanno una credibilità come band che da noi non c’è. I gruppi di Trieste sono famosi per avere il chitarrista metal, il batterista emo, il cantante punk. A Pordenone vestono giusto, parlano giusto, il suono di basso ci sta dentro, dicono “mi piace questo genere” e lo fanno esattamente com’è. A Trieste siamo più da bettola: ci sono ancora i ragazzini a cui piacciono i Maiden!

I Trabant suoneranno dance, ma i testi son davvero cupi: indecisione, mancanza di controllo, accerchiamento, senso di vuoto, di essere sotto esame, di aver già perso.
È una bella dicotomia: nessun pezzo è realmente allegro, c’è sempre una vena di malinconia all’interno. Sono stato un ragazzino borderline. Vedevo solo la musica, ero un pacco impossibile, parlavo solo di quello, per cui non mi cagavano. Penso sia dovuto a quello il disincanto verso le cose: non avevo nulla da dire sulle cose di cui parlava la gente e stavo in silenzio, osservavo e ascoltavo. Che poi l’elettronica da ballo non è mai così allegra. Mi ha colpito tantissimo “Da Funk” dei Daft Punk: dai due minuti e mezzo in poi il synth fa una nota ritmica mai a loop, come fosse un codice morse. E lì ho pensato: “Qualcuno mi sta dando un messaggio e non lo sento perché sento la cassa dritta”. Ci sono rabbia e malinconia, di fondo. Per cui i nostri testi sono sulla stessa linea. Se sei felice, se vivi la vita non scrivi una canzone. Se sei in giro, hai una morosa strafiga, vivi e punto. Se scrivi non te la stai passando così bene. I pezzi sono nati in un momento di down. Niente di grave, col senno di poi, direi una masiniana “malinconoia”, anche se non ho mai sentito il pezzo. E poi la situazione di Trieste di qualche tempo fa. In più le ragazze triestine sono difficili, non la mollano, tant’è che ho avuto solo ragazze non di Trieste. Testi così nascono come funghi, ma non come qualcosa di progettato, titanico, messianico, non come “Grand Master Mogol” degli Amari che quando è uscito tutti a dire “finalmente qualcuno che dice 'ste cose”. Il mio modo di vedere la musica è assolutamente jazz, magari sbagliando. Perché non è vero su tutta la linea che la mia generazione ha perso i combattimenti. Nei concerti la situazione è così calda che non presento mai i pezzi tipo “la vita è una merda e il pezzo ne parla”. Da una cosa brutta cerco di tirar fuori una cosa bella.

Una volta in Italia si cantava “se sei bello ti tirano le pietre”. Ora è chi è bello a tirare le pietre.
Sì, è vero, credo a questa cosa. Non mi ritengo particolarmente bello e non avrei fatto un disco se lo fossi. L’Italia è piena di winners premiati senza alcun merito che non sia la bellezza. Sono ossessionato dall’apparenza delle cose. Avrei dovuto studiare estetica, e non architettura. Capisco che possa essere infantile questa cosa, ma la trovo drammatica da dire, così ingenua da essere pura. C’è gente che non ha stipendio e Costantino Vitagliano prende 24.000 € per inaugurare un centro commerciale di Trieste.

L’Italia è un Paese schiacciato dai vecchi. Trieste è la città più anziana d’Italia. Voi siete di Trieste...
È una città vecchissima e lo senti. Ma i vecchi vecchi sono tranquilli. Io e il batterista lavoriamo al Tetris, un’associazione musicale. Di fronte abbiamo una casa di riposo e i vecchietti non hanno mai telefonato alla polizia per il casino. Penso li narcotizzino. Il problema è la seconda età, quello che è vecchio, tra i 50 e 60 anni, e lavora ancora, con un tiro molto forzaitaliota, “io domani vado a lavorare, sono un membro del Nordest produttivo”. È un atteggiamento poco propositivo, ma questa gente si sente pure in diritto di giudicare e di fermare tutto. A Trieste abbiamo miliardi di comitati contro e pochissimi pro. Ci sono i “cittadini per il diritto al sonno”. Trieste si sta risollevando ora dal sopore. È vecchia nella testa più che nelle persone. Abbiamo un sindaco terrificante (Roberto Di Piazza, NdI) che dice di aver fatto cose per i “giovani” perché ha fatto Mtv Trl e il Festivalbar. E poi chiude le sale prove perché alle cinque di pomeriggio dan fastidio.

Per finire, la domanda cazzona: come si sente a essere finito con i Trabant su www.topgirl.it?
Noooo, davvero? E vai! Che finalmente le cose cominciano ad andare nella direzione giusta. Perché va bene quando finisci su cose che non immagineresti mai. Wow! “Scopri chi è la ragazza ideale dei Trabant!” Critica alla mia generazione, vaffanculo!

Rock’n’roll!

Commenti (6)

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  • enver 14/11/2007 ore 17:55 @enver

    cosa vuoi di più dalla vita? un istriano? :D

    bravi muloni

  • Faustiko Murizzi 16/11/2007 ore 12:54 @faustiko

    "Il problema è la seconda età, quello che è vecchio, tra i 50 e 60 anni, e lavora ancora, con un tiro molto forzaitaliota, "io domani vado a lavorare, sono un membro del Nordest produttivo"."

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