Lecrevisse - Donne e Motori, 22-02-2003 Intervista

08/03/2003 di Federica Gozio

Così i Lecrevisse definiscono la propria musica, prima di esibirsi in un coinvolgente concerto che pare aver convinto anche il difficile pubblico del Donne Motori.

Effettivamente intense ed imprevedibili sono le emozioni che i Lecrevisse riescono a trasmettere nel corso del loro concerto, grazie alla capacità di rallentare ed accelerare i ritmi e di dosare il suono passando, anche all’interno di uno stesso brano, da fasi più meditative e intimiste a momenti più energici e rockeggianti, sempre in maniera molto armonica e melodica in virtù delle indiscutibili doti esecutive di ogni membro del gruppo e della palpabile intesa che li unisce.

Oltre all’uso degli strumenti più classicamente rock, i pezzi sono arricchiti da altri suoni più “ameni” e dall’intervento del violino che, con la nobiltà del suo suono, aleggia sulle chitarre, addolcendole. I brani, che superano la lunghezza media di un pezzo rock, sono prevalentemente strumentali ed i testi, brevi ma diretti e significativi, sono discretamente (“…apposta teniamo un po’ indietro il cantante…”.K.) appoggiati sulla musica, vero veicolo delle emozioni di chi la interpreta.

L’intento è quello di esprimere e trasmettere, con poche ma esplicite frasi, dei messaggi che restino bene impressi, creando prima un varco nell’ascoltatore per mezzo della musica (“…la musica solo strumentale ha forse il merito di toccare corde dell’animo molto più profonde…”. Maestro.), per poi raggiungerlo con le parole.

Un compito non facile che naturalmente dipenderà sia dalla capacità del gruppo di rapire l’attenzione di chi ascolta sia dalla ricettività degli uditori.

Il gruppo di matrice veronese, formato da K (voce e chitarra), Brad (chitarra, voce, suoni), Matteo G (basso, suoni), Maestro Roveda (violino, theramin, synth…), e Andrea Den Belfi(batteria), con l’ausilio di Max Anfetamina (tecnico del suono), ha recentemente concluso un contratto biennale con l’etichetta indipendente Jestrai Records e presenterà il 5 Aprile il nuovo album all’Alcatraz di Milano.

Prima del concerto cerco di conoscerli meglio, anche se è difficile tenerli a bada!



Rockit: Lecrevisse? Perché questo nome? (Dopo un incrocio di sguardi interrogativi e qualche esitazione che mi fanno inizialmente dubitare del buon esito dell’intervista prende la parola)
K: “Allora……si tratta di una piccola bacca di bosco che cresce nei boschi del nord della Germania, in climi tendenzialmente freddi, di colore rosso rubino, di cui si cibano le caprette e si dice anche le fate che vivono in quei boschi”.

Brad puntualizza: “sono dette anche proprio bacca della capra”. (Ridono).

Rockit: Qual è stato il vostro percorso, come vi siete formati? (Grazie Brad, ma mangiando queste bacche mi sembra poco credibile!)
Brad, si fa serio: Il gruppo è nato nel 1999, nell’estate, con K, Matteo e Simone, il precedente batterista. Con questa formazione abbiamo registrato il primo album, autoprodotto, con la collaborazione del nostro amico e fratello d’anima Stefano. Successivamente il gruppo ha subito varie evoluzioni, con la sostituzione, verso la fine 2001 del batterista in favore di Andrea Belfi (Den) e l’ingresso stabile del Maestro.

Maestro: Last but not least, dal 2002 il nostro fonico, Max Anfetamina, che controlla il suono dall’esterno ed è un elemento indispensabile per la buona riuscita dei pezzi, nonché supporto fondamentale dal punto di vista emotivo.

Rockit: Curiosa la collaborazione di un gruppo rock con un maestro di musica classica.

Maestro: E’ successo semplicemente così: li ho visti suonare su un palco dove mi ero esibito ed ho detto loro “cavolo che bravi che siete”… loro hanno detto “cavolo avremmo bisogno di un violinista”, e così ho prima collaborato alla registrazione di un paio di tracce del primo album, poi ho iniziato ad affiancarli costantemente nei live fino a diventarne membro stabile.

Rockit: E come riesci a far convivere queste due forme musicali cosi diverse?

Maestro:Non lo so!

...andiamo bene!
Maestro: Mah…Penso che rock e classica siano due facce della stessa medaglia e che qualsiasi genere musicale se fatto e suonato col cuore abbia una pari dignità, magari toccando frangenti dell’animo diversi. Dal punto di vista strettamente compositivo il mio apporto è praticamente nullo…diciamo che ascoltando quello che mi viene sottoposto, a seconda dell’ispirazione del momento e delle emozioni trasmesse da quanto sto ascoltando, inizio a suonare cercando di ricreare un quartetto d’archi, naturalmente con l’ausilio di processori dato che non disponiamo di un quartetto, ma sempre in maniera molto spontanea.

Rockit: Nelle ormai numerose recensioni che vi riguardano è frequente il paragone con i Motorpsycho…
K / Maestro: Mai sentiti nominare.

Brad: Forse loro lo dicono!

Rockit: … è un confronto in cui vi riconoscete o solo un’associazione per, in qualche modo, etichettarvi?

Brad: Noi li abbiamo ascoltati molto, così come i gruppi che hanno ispirato loro stessi, come Beatles, Pink Floyd e in genere musica anni 60/70, chiaramente per facilitare le definizioni ti appiccicano un gruppo di riferimento anche se noi spaziamo molto ed abbiamo mille altri riferimenti.

Rockit: Nelle vostre canzoni prevalgono i momenti strumentali rispetto al cantato. Questo è perché volete esprimere principalmente le vostre emozioni cercando di trasmetterle a chi vi ascolta oppure vi preme anche comunicare dei messaggi più concreti, ad esempio politici?

K: E’ anche uno strumento politico…
Maestro: Diciamo più sociale…o velatamente politico…del resto anche la politica offre emozioni…
K: Bè, ad esempio, l’unica cover che facciamo è “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla che ha un evidente significato socio-politico ma espresso in maniera profondamente emozionale.

Brad: Quindi facciamo rock emozionale. (Tutti concordi nella definizione).

Rockit: I testi delle vostre canzoni sono in italiano, a differenza di molti altri gruppi italiani che invece si servono della lingua inglese forse per scelte commerciali perché pare che l’anglofono abbia più riscontro tra il pubblico. Pensate che cantare in italiano possa limitare in qualche modo il vostro successo?

Brad: Sono italiano e canto in italiano. Mah! Ognuno credo si esprima nel modo in cui gli riesce più semplice. Io pensavo fosse più facile in inglese ma mi sono poi accorto che mi riusciva meglio nella mia lingua. Ma passo la parola a K che si occupa della maggior parte dei testi
K: Noi abbiamo iniziato facendo cover di canzoni straniere, cantando quindi in inglese. Quando abbiamo iniziato a fare canzoni nostre effettivamente ci siamo posti il problema su come esprimerci. Abbiamo optato per l’italiano prima di tutto perché una cosa è conoscere la lingua inglese ma tutt’altro è padroneggiarla come madrelingua; inoltre esibendoci davanti ad un pubblico italiano ci piace che quello che diciamo arrivi al pubblico italiano. In realtà in ogni caso il testo non è immediatamente intelleggibile dato che tendiamo sempre a “tenere un po’indietro” il cantante con l’obiettivo di attirare prima l’attenzione con la musica con lo scopo di incuriosire l’ascoltatore e spingerlo ad andare oltre indagando anche sulle parole ed il loro significato.

Rockit: Quindi tornando al discorso precedente puntate più sull’impatto musicale?

“SI!” (unanime).

Rockit: Come nascono i vostri pezzi. E’ la musica che viene adattata al testo o viceversa?

K: Questa è una bellissima domanda. Grazie per avercela fatta. Citavo. Nella maggior parte dei casi Brad si occupa del grosso del lavoro strettamente musicale, io successivamente su quanto da lui elaborato apporto limature o arrangiamenti, inclusa la scrittura del testo. Il tutto viene sottoposto agli altri membri del gruppo e sull’incipit costruiamo insieme il pezzo, seguendo le emozioni del momento e lasciandoci andare, senza necessariamente schemi precostituiti. A volte lo stesso pezzo lo modifichiamo nel tempo con l’aggiunta di nuovi suoni compatibilmente con la strumentazione che man mano andiamo acquisendo. In altri casi, in misura minore, porto io un pezzo su cui poi comunque lavoriamo insieme.

Maestro: Ci sono pezzi che nascono con già una loro struttura predefinita e così vengono registrati, in altri ci lasciamo trasportare dalle sensazioni che il pezzo stesso ci trasmette mentre lo proviamo.

Rockit: Fulminati da ispirazioni improvvise?

Brad: Nel mio caso sono io che fulmino l’ispirazione…a volte lei non se ne accorge ed io la prendo al volo!

Rockit: Ho assistito ad un vostro concerto a Verona tutto strumentale ed assolutamente improvvisato, ed effettivamente mi siete sembrati molto a vostro agio nel costruire i pezzi musicali senza un iter predefinito ma guidati dall’ispirazione momentanea.

Maestro: E’ successo che K ha avuto un terribile calo di voce in conseguenza ad un’influenza, piuttosto che presentare i nostri pezzi incompleti abbiamo pensato di improvvisare. Non ci siamo dati alcun canovaccio prestabilito, abbiamo iniziato io e Brad con un po’ di chitarra e theramin, poi man mano si sono aggiunti gli altri. La cosa bella è stato il salire e scendere dal palco più o meno a volontà del singolo, inoltre ogni tanto ci scambiavamo gli strumenti. Inoltre abbiamo spaziato a 360°, dai momenti più lisergici e meditativi, attraverso fasi più wave sino ad un rock più sixties. Certo riascoltandolo c’è anche molto spazio per l’autocritica ma è stata una bella esperienza.

Rockit: Per comprendere tutta questa emozionalità e di conseguenza apprezzare il vostro lavoro pensate che il pubblico debba avere una sensibilità particolare?

Brad: Non sono certo canzoni da ascoltare sotto la doccia, anche se ve lo consiglio, o a casa mentre si fanno le frittelle…sicuramente bisogna avere sensibilità ad un certo tipo di musica, ciò non esclude che chiunque possa apprezzarla.

Il Maestro taglia la testa al toro e cita: “L’arte non è di chi la fa ma di chi la riceve”. Ciò che probabilmente riusciamo a fare, e che ho notato in alcuni concerti, è riuscire a trascinare lo spettatore nei nostri spazi sonori dai più rockeggianti a quelli più meditativi. Naturalmente molto dipende da quanto lo spettatore è disposto a lasciarsi trascinare.

Andrea Belfi: Per me ci sono anche dei pezzi molto radiofonici, adatti anche ad un pubblico più vasto.

Rockit: Vi costringo a salvare un solo disco?

Maestro: “Quintetto KW 516” di W. A. Mozart
Matteo: “Concerto” di Paolo Conte
Brad: “The Köln concert” di Keith Jarret
Andrea: “Upgrade & Afterlife” dei Gastr del sol
Max: “Aqualung” dei Jethro Tull
K, il più indeciso: Visto che tutti hanno fatto gli “sboroni” dico: “Trust us” dei Motorpsycho

Rockit: E per concludere una domanda a chi osservando dall’esterno è responsabile del giudizio finale dell’ensemble. Max, come sono questi ragazzi?

Max, senza esitare risponde: Arroganti! (Ride prima di essere aggredito dal gruppo).

(Non chiedo spiegazioni…una critica ci vuole sempre!)

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Abbiamo visto in anteprima "Fabrizio De Andrè - Principe Libero"