Amici, amici di amici e una specie di "Tinder per musicisti". Sono queste le coordinate un po’ casuali e un po’ inevitabili dentro cui hanno preso forma i Dresda, band nata a Milano nel 2023 e cresciuta seguendo una strada tutt’altro che rettilinea. Una storia che parte da incastri umani prima ancora che artistici, e che oggi si traduce in unprogetto a quattro voci, quattro percorsi e una direzione comune.
Si parte da Enrico Giorgino, voce e chitarra, reduce da un itinerario personale che lo porta da Bologna ad Ancona fino a Milano, dove oggi alterna la musica al lavoro da consulente freelance. Alla batteria c’è Francesco Parisotto, con una solida gavetta nella scena punk veneta e una vita parallela da responsabile back office commerciale in ambito assicurativo. Alle chitarre troviamo Luca Montecchi, milanese DOC, diviso tra riff e strategie da head of marketing in una società di consulenza. A chiudere il cerchio ci pensa Marco Cattaneo, alle prese con una "transizione da apicoltore a massaggiatore", senza mai separarsi dal suo strumento: un vistoso e bizzarro basso di colore azzurro, che potrebbe tranquillamente sul sito Fetishguitars.com.
Il nucleo iniziale nasce quasi per affinità elettiva: Enrico e Francesco si incontrano tramite amici in comune e capiscono subito che c’è qualcosa da costruire insieme. Il progetto prende forma nel 2023, ma si espande nel tempo, accogliendo nuovi elementi e nuove direzioni. Luca entra nel 2024, poco prima delle registrazioni del primo EP, su suggerimento del produttore Giuliano Dottori. Marco arriva invece l’estate successiva, grazie a un'app per trovare musicisti, dopo l’uscita del bassista precedente. Una formazione che si completa per stratificazioni, come se ogni ingresso fosse un tassello necessario per definire, mano a mano, l'essenza dei Dresda. E il sound, in effetti, è il risultato di una somma di mondi che difficilmente starebbero insieme sulla carta.
Le radici di Enrico affondano nella chitarra classica, passano per un’adolescenza metal e si aprono poi alla scrittura acustica, con riferimenti che vanno da Lucio Dalla a Kurt Cobain, passando per Jimmy Page e Dimebag Darrell. Francesco, invece, è quello con il background più strutturato, avendo "suonato in praticamente ogni locale della scena punk veneta", prima di formalizzare gli studi alla NAM, sviluppando una cultura musicale che abbraccia tutto ciò che ha groove. Luca tiene insieme due anime solo apparentemente inconciliabili, quella del tipico guitar hero anni ’80 e quella più post-punk contemporanea, mentre Marco porta in dote una sensibilità più ritmica, costruita tra live e influenze funk e cinematiche.
"Rock alternativo, con un’anima post-punk e grunge e un’attenzione ai testi che viene dal cantautorato italiano". È così che i Dresda provano a sintetizzare la loro complessa somma delle parti. Una definizione inevitabilmente stretta, visto che le (tante) influenze dichiarate - Pixies, Fontaines D.C., Nirvana, The Cure, Verdena e Afterhours per citarne alcune - sono più una mappa di riferimento che un confine.
"Preferiamo non restare dentro un perimetro fisso: chitarre incisive, dinamiche contrastanti, arrangiamenti essenziali. La canzone resta al centro di tutto". E infatti, scavando negli ascolti individuali, emergono traiettorie ancora più ampie: dal rock inglese divorato da Francesco al salto continuo di Enrico tra post-punk, indie e suggestioni globali, fino ai gusti mutevoli di Luca e alle incursioni più trasversali di Marco. Un ecosistema sonoro in continuo movimento.
Questo secco rifiuto alla stagnazione trova una prima e vera forma compiuta in Civili, il loro album d'esordio. Nove tracce registrate tra Milano e le Marche nel corso del 2025 e rifinite dalle mani del fidato producer Giuliano Dottori, che raccolgono l’eredità dell’EP omonimo del 2024, spingendola ancora più in fondo. Il titolo del disco è già una dichiarazione di intenti, o forse una domanda aperta, capace di "portare dentro di sé tutto il peso del suo doppio significato”.
Dentro Civili convivono infatti due piani che si intrecciano continuamente, quello personale e quello politico. Da una parte relazioni, ferite, amicizia e desiderio. Dall'altra guerra, indifferenza, crisi della democrazia e violenza mediatizzata. "L’intenzione - ci spiega la band - non era fare un disco politico in senso stretto, ma fare canzoni oneste su quello che stiamo attraversando, dentro e fuori di noi".
La title track spinge questa tensione fino al limite, mettendo in scena un nichilismo che diventa strumento per interrogare chi ascolta, mentre altri brani cercano invece uno spazio di cura, legame e possibilità. Anche sul piano sonoro il disco amplia il raggio d’azione: archi, fiati, sintetizzatori e armonie vocali arricchiscono una base che resta comunque fedele all’identità della band.

Più che lo studio di registrazione, il live è forse la dimensione che restituisce maggiormente la natura mutevole dei Dresda. "Al CIQ di Milano ci siamo improvvisati duo acustico", sfruttando l’occasione per mettere in primo piano la vena più cantautorale, mentre al Circolo San Luìs, in Porta Romana, si sono trovati a suonare "durante una giornata di solidarietà per Gaza", all'interno di un contesto diverso dal solito, più carico e allo stesso tempo condiviso.
Poi ci sono i concerti al Detune, diventati quasi una casa, tra sold out e piccoli momenti surreali. "All’inizio del primo concerto - ci raccontano - Luca aveva lasciato il suo gin tonic per terra e una ragazza doveva passargli il bicchiere tra una canzone e l’altra". Scene minime che però raccontano molto più di qualsiasi dichiarazione programmatica. E in mezzo a tutto questo, il pubblico che canta Amore disperato di Nada a squarciagola, o l’esordio di Marco "con tre prove all’attivo, quasi perfetto. Quasi".
Ed è proprio questo apparentemente precario equilibrio tra costruzione e casualità, intenzione e imprevisto, la pietra d'angolo su cui i Dresda fondano la propria essenza. Quella di una band nata per incastro, cresciuta per aggiunte, e ancora in movimento, come se ogni passaggio fosse solo un nuovo punto di partenza. E forse è proprio lì, in quell’insieme di coincidenze che continuano a ripetersi, che si nasconde il senso più profondo del loro percorso: trasformare il caso in direzione, e il rumore in qualcosa che resta.
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L'articolo Dresda: geografie instabili di un rock che cerca di restare di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-04-06 17:12:00

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